PIAZZA DELLA LOGGIA: QUARANT’ANNI DOPO.

Oggi, 28 maggio 2014, ricorre l’anniversario di una delle più oscure vicende della storia della Repubblica Italiana: la strage di Piazza della Loggia.

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di Michele De Sanctis

È la mattina del 28 maggio 1974, quando, alle 10:02, una bomba esplode sotto i portici di Piazza della Loggia a Brescia, mentre è in corso una manifestazione indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista. L’attentato, rivendicato da Ordine Nero, provoca otto morti e il ferimento di altre centodue persone. L’ordigno era stato posto in un cestino portarifiuti e fatto esplodere con un congegno elettronico a distanza.

La prima istruttoria della magistratura portò alla condanna nel 1979 di alcuni esponenti dell’estrema destra bresciana. Uno di essi, Ermanno Buzzi, in carcere in attesa d’appello, fu strangolato il 13 aprile 1981 da Pierluigi Concutelli e Mario Tuti. Nel giudizio di secondo grado, nel 1982, la condanne del giudizio di primo grado vennero commutate in assoluzioni, le quali a loro volta vennero confermate nel 1985 dalla Corte di Cassazione. Tuttavia, un secondo filone di indagini, partito nel 1984 in seguito alle rivelazioni fornite da alcuni pentiti, mise sotto accusa altri rappresentanti della destra eversiva; nuovamente gli imputati furono assolti in primo grado nel 1987, per insufficienza di prove, e prosciolti in appello nel 1989 con formula piena.

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Nel corso di tutte le indagini e i procedimenti giudiziari relativi alla strage, si è sempre paventato un coinvolgimento dei servizi segreti e degli apparati dello Stato nella vicenda.

Il fatto più eclatante scaturito dalle indagini fu, in primo luogo, l’ordine proveniente da ambienti istituzionali, ma a tutt’oggi sconosciuti, impartito a meno di due ore dalla la strage affinché una squadra di vigili del fuoco ripulisse con le autopompe il luogo dell’esplosione, spazzando, peraltro, via indizi, reperti e tracce di esplosivo: ciò prima che la magistratura potesse effettuare i rilievi del caso.

In seguito, scomparvero, misteriosamente, anche taluni reperti prelevati in ospedale dai corpi dei feriti e dei cadaveri. Avvenimento che destò un certo sospetto. Sospetto accresciuto dall’ultima e recente perizia antropologica in cui si è individuata in una fotografia di quel giorno la presenza sul luogo di Maurizio Tramonte, militante di Ordine Nuovo e collaboratore del SID.

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Durante la terza ed ultima istruttoria, il 19 maggio 2005 la Suprema Corte di Cassazione ha confermato la richiesta di arresto per Delfo Zorzi. Oggi cittadino giapponese, non estradabile, con il nome di Hagen Roi, per il coinvolgimento nella strage di Piazza della Loggia.

In data 15 maggio 2008, poi, sono stati rinviati a giudizio sei imputati, tra cui tre esponenti e militanti di spicco di Ordine Nuovo, un capitano del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Brescia, oltreché il latitante collaboratore dell’allora Ministro degli Interni Taviani.

Il 21 ottobre 2010, dopo cinque giorni e mezzo di ricostruzione delle accuse, i PM titolari dell’inchiesta, hanno formulato l’accusa di concorso in strage per tutti gli imputati, ad eccezione di Pino Rauti, per il quale è stata, invece, richiesta l’assoluzione per insufficienza di prove, pur emergendone la responsabilità politica e morale.

Il 16 novembre 2010 la Corte D’Assise ha, peraltro, emesso la sentenza di primo grado della terza istruttoria, assolvendo tutti gli imputati (Maggi, Delfino, Tramonte, Zorzi e Rauti) con la formula dubitativa di cui all’art. 530 comma 2 c.p.p., corrispondente alla vecchia formula dell’insufficienza di prove. Oltre alle assoluzioni di Maggi, Delfino, Zorzi e Rauti, i giudici hanno disposto il non luogo a procedere per Tramonte, per intervenuta prescrizione in relazione al reato di calunnia, e revocato la misura cautelare nei confronti dell’ex militante di Ordine Nuovo Delfo Zorzi.

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Dopo quest’ultima sentenza, Manlio Milani, presidente dell’Associazione familiari caduti della strage di Piazza della Loggia ha dichiarato: “I processi per strage non possono più entrare in un’aula di giustizia. Capisco che la verità giudiziaria, diversa da quella storica, sia difficile da trovare, ma a questo punto non è facile avere fiducia nelle istituzioni”.

In occasione della Giornata della Memoria del 9 maggio 2012, il Presidente Napolitano ha commentato la vicenda dicendo che il corso della giustizia dovesse, pur nei limiti in cui era rimasto possibile, continuare con ogni scrupolo e che, nel contempo andasse messo in luce quanto era già emerso, dalle carte processuali e dalle inchieste parlamentari, sulla matrice di estrema destra neofascista di quell’azione criminale e sugli ostacoli che una parte degli apparati dello Stato frappose alla ricerca della verità.

Il 21 febbraio 2014 la Corte di Cassazione ha, infine, annullato le assoluzioni di due degli imputati, Maggi e Tramonte, e confermato quelle di altri due, Zorzi e Delfino.

Quarant’anni e tre inchieste, per arrivare a quest’ultima sentenza. Di quella strage, atto della strategia della tensione che insanguinò l’Italia e fu preludio degli Anni di Piombo, pur essendo stato ricostruito il contesto e identificati ambienti e collusioni in cui l’attentato venne ideato ed organizzato, nonostante la revoca dell’assoluzione per due degli imputati, resta, comunque, il dubbio che manchi ancora la parola fine a una vicenda, che, sul piano giudiziario, ha lasciato i principali autori e complici sostanzialmente impuniti.

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Giù lo spread, Piazza Affari festeggia E Draghi prepara «interventi mirati».

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di Stefania Tamburello, da Corriere della Sera del 27 maggio 2014

ROMA – La Borsa di Milano prende il volo e segna un guadagno del 3,61%. Lo spread tra i rendimenti dei Btp decennali e i Bund tedeschi di uguale durata si restringe di oltre 20 punti percentuali riportandosi su quota 156 con i tassi dei titoli italiani di nuovo sotto al 3%. Comunque la si voglia leggere, i mercati hanno premiato la vittoria del Pd e del suo leader Matteo Renzi che alle elezioni europee ha doppiato il suo concorrente più prossimo, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. L’affermazione del partito che guida il governo e del presidente del Consiglio delinea infatti quell’orizzonte di stabilità politica che gli investitori mettono al primo posto delle loro valutazioni. In realtà tutte le Borse del Continente – in una giornata che si è svolta peraltro a passo ridotto per la chiusura di Wall Street e delle contrattazioni londinesi – hanno reagito positivamente all’esito del voto europeo seppure in misura minore di Piazza Affari, segnalando così come abbia prevalso nel giudizio degli operatori la stabilità dei governi dei Paesi più in difficoltà rispetto alla generale avanzata delle forze populiste. Perfino in Francia, dove il partito del presidente Hollande ha preso appena il 14%, la Borsa ha segnato un segnale positivo (0,75%). Anche l’euro si è mosso poco per le stesse ragioni chiudendo a 1,362 contro il dollaro.

Credito debole, economia debole

L’attenzione dei mercati del resto è concentrata – oltre che sui possibili equilibri politici all’indomani delle elezioni – soprattutto sull’attesa delle nuove misure espansive che la Bce, la Banca centrale europea, potrebbe decidere la prossima settimana, nella riunione del Consiglio direttivo del 5 giugno. Ed è un’attesa che ieri il presidente dell’Eurotower, Mario Draghi, ha rafforzato parlando all’incontro dei banchieri centrali che si svolge a Sintra in Portogallo.
«Non permetteremo che l’inflazione resti troppo bassa troppo a lungo», ha ribadito Draghi sottolineando come anche il rafforzamento dell’euro contribuisca a raffreddare i prezzi e sia quindi da tenere sotto stretta osservazione. Bisogna evitare, ha spiegato, l’avvio «di una spirale negativa tra bassa inflazione, attese di inflazione e credito in calo, soprattutto nei Paesi in difficoltà» che «potrebbe indurre le famiglie e le imprese a rinviare le spese». La situazione economica «è complessa» con «una ripresa in lento consolidamento» e con problemi di mancanza di credito che penalizza soprattutto le piccole e medie imprese, ha aggiunto il banchiere centrale italiano citando in particolare i casi di Spagna e Portogallo. «La debolezza del credito contribuisce alla debolezza dell’economia» ha quindi affermato rilevando che gli interventi all’esame della Bce saranno «mirati» per allentare tali vincoli.
Le diverse opzioni a disposizione saranno esaminate tutte con attenzione dai governatori dell’Eurotower, sia quelle convenzionali come il taglio dei tassi di interesse sia quelle straordinarie come l’acquisto di titoli pubblici o privati (quantitative easing ) che però saranno prese in considerazione solo nel caso di una «troppo prolungata dinamica al ribasso dell’inflazione». Quanto alle misure «mirate» sul credito, la Bce potrebbe fornire «una soluzione-ponte», come l’acquisto di prestiti cartolarizzati o la concessione alle banche di prestiti a lungo termine, una nuova Ltro, condizionata però all’erogazione di finanziamenti all’economia. Sarebbe una misura «molto importante», ha commentato a riguardo il consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, per il quale sarebbero opportuni interventi «che vanno in direzione di un deprezzamento dell’euro».

Quanto alle «mirate» sul credito, la Bce potrebbe fornire «una soluzione-ponte», come l’acquisto di prestiti cartolarizzati o la concessione alle banche di prestiti a lungo termine.

Significativa infine a Sintra l’apertura di Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, ai paesi che s’impegnano in riforme strutturali per la crescita e che – ha detto – «potrebbero ottenere in cambio maggior flessibilità sui deficit».

Fonte: Corriere della Sera

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PERCHÉ NON POSSIAMO USCIRE DALL’EUROZONA.

Adesso che la campagna elettorale è terminata, possiamo finalmente tornare a parlare d’Europa. Con serenità. Senza timore di essere stanati dalle nostre abitazioni per aver espresso le proprie idee o sottoposti a un tribunale popolare. Al bando, dunque, populismi e fascismi: chi non è d’accordo lo faccia con modi urbani, diversamente è pregato di abbandonare luoghi come questo, dove il pensiero unilaterale non è gradito. Basta con gli slogan: adesso parliamo di sostanza, che è quello che ci riesce meglio in questo blog. Parliamo di economia.

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La campagna per il rinnovo del Parlamento Europeo ha visto la crescita esponenziale, in ogni angolo del Vecchio Continente, di movimenti euroscettici, per lo più di destra, che, in alcuni casi, come quello del Fronte Nazionale in Francia, hanno provocato un vero e proprio terremoto politico. Interno, tuttavia. La vittoria della destra in Francia altro effetto non produrrà se non quello di diluire l’influenza francese nell’Europarlamento, visto il risultato finale che, comunque, vede il PPE al primo posto, seguito dal PSE.

In Italia, poi, abbiamo assistito ad una clamorosa debacle di un Movimento, il cui programma principale era ‘mandiamoli a casa’, senza, peraltro, proporre nulla di concreto in vista dell’elezione dei nuovi eurodeputati: si concorreva per questo, perché le politiche ci sono già state l’anno scorso. E non credo che votare ogni 6-12 mesi, finché a vincere non saranno loro, sia nelle corde dell’elettorato italiano, fin troppo tendente all’astensionismo, come dimostrato anche domenica scorsa.

L’euroscetticismo, nutrito dalla crisi e cresciuto negli anni dell’austerity, è tuttavia stato il protagonista indiscusso di quest’ultimo mese. È innegabile: a prescindere dagli esiti elettorali, se n’è parlato troppo perché non se ne faccia un approfondimento. Serenamente, perché è così che ci sentiamo. Sereni. Lo eravamo anche prima, in realtà, quando la serenità ci veniva dalla nostra conoscenza, dai tomi studiati negli anni dell’università, dalla nostra capacità di raziocinio: lo siamo ancor di più adesso.

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La realtà è che allo stato attuale separarsi dall’euro sarebbe impossibile. O quasi. Sicuramente sarebbe un’operazione ad alto rischio. Soprattutto lo sarebbe se avvenisse in seguito alla decisione unilaterale di uno Stato membro, magari in netto contrasto con gli altri partner dell’Eurozona.

Ad alto rischio, in primis, perché non esistono precedenti (l’Argentina, che non se la passa granché bene attualmente, non può essere elevata a modello, perché quella dell’euro è un’esperienza unica al mondo) ed è ad alto rischio anche perché le questioni legate al debito pubblico si verrebbero a risolvere sulla base della sola forza contrattuale delle parti. Un aspetto che non giocherebbe certo a favore dei cd. PIIGS e nemmeno della Francia, sotto certi aspetti più mediterranea che mitteleuropea, qualora decidessero di andarsene per la loro strada. La forza contrattuale sarebbe il vero arbitro, perché i Trattati europei prevedono una procedura di uscita dalla UE, ma non dalla sola Unione monetaria. E in assenza di una norma, le parti si farebbero le regole da sé, un po’ come accade con i contratti innominati. Solo che in questo caso, il contraente debole sarebbe costretto a subire le condizioni dettate dagli altri, quelli che ancora avrebbero una moneta forte, l’euro. Il problema non è, tuttavia, tanto di carattere giuridico, quanto piuttosto economico e soprattutto finanziario. Se è difficile stimare le possibili ricadute in termini di svalutazione ed inflazione derivanti dall’introduzione di una nuova moneta, è, altresì, possibile individuare alcuni punti fermi con cui lo Stato, chiamiamolo pure dissenziente, sarebbe obbligato a fare i conti. Il pericolo maggiore sarebbe quello che si inneschi un effetto domino di fallimenti bancari e societari di cui si potrebbe molto rapidamente (e molto facilmente) perdere il controllo. E con una certa approssimazione alla realtà, potremmo stimare che il valore dei titoli di Stato – oltreché di gran parte delle azioni e delle obbligazioni pubbliche – diminuirebbe.

Per i più scettici, quelli del mantra disinformazione-casta-complotto, nel precisare che BlogNomos non è pagato da alcun partito, rinvio a un buon manuale di politica economica. E serve, perché questo è quanto accadrebbe con l’abbandono dell’Eurozona anche a noi italiani. Non è fantaeconomia.

Al primo annuncio di uscita di uno dei PIIGS dall’euro, infatti, con ragionevole sicurezza si assisterebbe a una massiccia quanto repentina fuga di capitali dal Paese e, nel contempo, ad una svendita di titoli di Stato. Ciò comporterebbe come primo ed immediato effetto la riduzione del valore di Bot e Btp, nel caso specifico italiano. Traduco: se un risparmiatore, subito dopo l’annuncio dell’uscita dall’euro e prima della loro scadenza, decidesse di vendere i titoli in suo possesso, andrebbe incontro a perdite sicure, perché ne otterrebbe un corrispettivo inferiore al prezzo originariamente pagato, mentre se scegliesse di portarli a scadenza, se li vedrebbe ripagati in una nuova valuta, ma più debole rispetto all’euro con cui li aveva acquistati, quindi perderebbe comunque. Non solo, una ridenominazione del debito pubblico e dei titoli di Stato che lo rappresentano in una nuova valuta costituirebbe quello che si dice un “credit event”, cioè una situazione che, a giudizio degli organismi internazionali, farebbe scattare il default sul debito del Paese. Dire che i finanzieri europei sono corrotti non impedirà il passaggio successivo: la temporanea esclusione del Paese in questione dai mercati finanziari internazionali. Né quello ancora successivo: un infinito strascico di contenziosi giudiziari.

Il default del debito e la caduta del valore dei titoli avrebbero poi un impatto immediato anche sulle (tanto odiate) banche. Quelle italiane, per esempio, hanno in portafoglio circa 400 miliardi di Bot e Btp. In più, gli ineludibili fallimenti aziendali, almeno in prima istanza, sarebbero destinati ad aumentare, caricando perciò i bilanci bancari, già in grave difficoltà come abbiamo visto, di altri crediti inesigibili. Per tenere in piedi gli istituti di credito si renderebbero allora necessari massicci interventi di ricapitalizzazione con denaro pubblico, quando non vere e proprie nazionalizzazioni. Traduco: il debito delle banche diventa nostro davvero, perché saremmo costretti a riprendercele con tutti i loro debiti. Tra l’altro, anche se su altri blog non c’è scritto, è importante sapere che le banche utilizzano spesso i titoli di stato come garanzie di prestiti a brevissima durata chiesti ad altre banche. Non è illegale. Trattasi, in realtà, di una pratica comune che serve alle banche per far fronte ad immediate esigenze di liquidità, incrociando le esigenze degli istituti che hanno bisogno di soldi e di quelli che ne hanno in eccesso. Ne potete trovare riscontro su qualunque manuale di diritto bancario e dell’intermediazione finanziaria. Compromettere queste operazioni, rendendo inutilizzabili come garanzia i titoli di Stato, sarebbe un ulteriore colpo per le banche di quel Paese e il colpo di grazia per tutti i suoi cittadini, dal momento che l’effetto sarebbe quello di un’ulteriore e significativa riduzione dei finanziamenti a imprese e famiglie.

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Gli euroscettici hanno un altro mantra, trito e ritrito come l’altro, secondo cui l’euro penalizza l’import dei PIIGS. Vero, ma solo in parte. Ci potrebbe essere, infatti, un certo recupero della competitività del Paese dissenziente, favorito da una valuta più debole. Sarebbe tuttavia maggiore questo recupero se io stessi scrivendo nel 1990, ma nel 2014 quasi tutte le produzioni sono strutturate su filiere globali. Al giorno d’oggi, una moneta debole sarebbe un vantaggio da un lato e uno svantaggio dall’altro. Perché la componentistica di un prodotto finale è quasi sempre il risultato di un assemblaggio di prodotti importati da altri mercati. Puntare sulle svalutazioni per competere sui mercati internazionali è un gioco che può fruttare qualcosa nel breve periodo, ma che diviene controproducente nel lungo. In primo luogo perché i competitor stranieri, anche quelli europei, metterebbero di certo in atto contromisure per contrastare il ‘nuovo’ Paese dalla valuta debole (come ad esempio delocalizzazioni della produzione). E lo farebbero perché è così che va il libero mercato. Nell’ipotesi di un’uscita dall’euro, per un tempo più o meno lungo le aziende si troverebbero, peraltro, ad operare con condizioni creditizie più difficili, tra banche in profonda difficoltà nel fornire finanziamenti e mercati che pretenderebbero interessi sempre più alti per concedere prestiti a fronte della sottoscrizione di nuove obbligazioni.

Non scordiamoci, poi, delle obbligazioni emesse sotto il diritto di un altro Stato (per esempio Germania, Regno Unito o USA). È una prassi consolidata tra le grandi aziende che si rivolgono ai mercati internazionali. Preciso che nemmeno questo è illegale. Se uno dei PIIGS (e ricordiamo che la seconda ‘I’ è stata introdotta per noi italiani) optasse per il ritorno alla valuta nazionale, questi titoli, in quanto regolati da un’altra giurisdizione, non potrebbero essere coinvolti nell’automatica conversione alla stessa. Rimborsi e interessi andrebbero, pertanto, regolati in ogni caso nella valuta d’origine dell’obbligazione (euro, sterlina, dollaro) a fronte di un ricavo realizzato per lo più con la nuova – e più debole – moneta. Nel nostro caso specifico ammonta a circa il 25% il valore delle obbligazioni italiane emesse sotto diritto estero, ce lo rivelava qualche tempo fa Il Sole 24 Ore. Tra le percentuali maggiori in Europa. Conseguentemente, anche per alcuni grandi industrie potrebbe rendersi indispensabile un sostegno pubblico per evitare il fallimento.

Piaccia o non piaccia, il livello di interconnessione dei mercati finanziari e creditizi dell’area euro è talmente stretto da non essere paragonabile a nessuna situazione verificatasi in precedenza, in un’era come questa, in cui i movimenti di capitale non hanno né limiti né confini e sono effettuati in tempo reale.

Ma non disperate. Non andrà male a tutti. A qualcuno converrà. Non vorrei essere troppo perfido, dicendo che chi promuove oggi l’uscita dall’euro, ne trarrà profitto domani, perché non ne ho prova e, dunque, mi astengo, ma l’uscita da Eurolandia converrà di sicuro a chi, pur risiedendo in Italia, percepisce grandi rendite da investimenti esteri e a chi già dispone di ingenti patrimoni investiti in prodotti finanziari non italiani (titoli di Stato tedesci, azioni inglesi o a stelle e strisce). Sì, loro continuerebbero a percepire rendite e interessi in euro, o altra valuta estera, contando, fra l’altro, su un cambio più favorevole. Vivendo in un Paese con moneta svalutata avrebbero sicuramente un maggior potere d’acquisto. Lo stesso non accadrà per noi che viviamo di uno stipendio che sarà pagato con la nuova moneta e che, quindi, subirà a sua volta una notevole svalutazione.

Per chi poi valuta un abbandono anche dell’UE, aggiungo solo una parola: dogana. Anche per le merci provenienti dalla vicina Francia. Il che sarebbe non solo la fine della produzione interna e del relativo import, per le ragioni sopra richiamate, ma anche per i nostri piccoli acquisti quotidiani. Addio e-commerce, per esempio.

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In conclusione, è vero, l’architettura su cui si regge l’euro presenta notevoli criticità, che, in ultima istanza, danneggiano soprattutto i Paesi più deboli. Ma il processo di integrazione si è ormai spinto troppo in là per consentire una retromarcia, di nessun tipo, come, invece, domenica sera annunciava la signora Le Pen e come più volte abbiamo sentito e letto durante quest’ultima campagna elettorale. E sebbene non possiamo scommettere sulla tenuta dell’euro, possiamo lavorare tutti insieme per farcela. Con meno austerity, probabilmente, perché ha soltanto fatto crescere il bisogno di rivalsa dei più disperati, alimentando le false soluzioni di una destra già vecchia nella propria retorica. Bisogna lavorare da subito per il bene comune, perché tra tutte le strade percorribili, questa dell’uscita dall’euro sarebbe la più pericolosa. Pericolosa per noi cittadini dell’area mediterranea, dell’Irlanda e della Francia, prima che per chiunque altro.

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A El Salvador accusa di omicidio aggravato per le donne che scelgono l’aborto

 

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di Luigia Belli

 

 

A El Salvador, piccolo stato dell’America Centrale, stretto tra il Guatemala e l’Honduras e bagnato dalle acque dell’Oceano Pacifico, è proibita qualsiasi forma di aborto, fin anche nei casi in cui la gravidanza pone in pericolo la vita della madre o ne mina gravemente la salute. Attualmente sono 17 le donne che stanno scontando una pena che oscilla tra i 30 e i 40 anni di carcere per aver commesso ciò che la legge salvadoregna bolla come omicidio aggravato ai danni dei propri figli. Altre 18 donne stanno affrontando il processo che le vedrà condannate senza scampo.

 

Morena Herrera, una delle leader femministe del paese, ha promosso la fondazione di un movimento territoriale il cui obiettivo è quello di realizzare attività in difesa delle donne vittime di questo assurdo sistema. La Herrera, in collaborazione con il Gruppo per la Depenalizzazione dell’Aborto a El Salvador, si sta impegnando in prima persona per ottenere l’indulto per le donne che hanno subito condanne pluriennali per fatti legati all’aborto.

 

El Salvador non è l’unico Paese dell’America Latina ad applicare norme altamente restrittive per l’aborto. Altri sei Paesi ne seguono l’esempio, arrivando a proibire l’aborto anche nel caso in cui la gravidanza sia frutto di una violenza sessuale nei confronti della donna o, addirittura, in caso di gravidanza ectopica, ovvero quando l’impianto dell’embrione avviene in sedi diverse dalla cavità uterina che, se non riconosciuta ed affrontata in tempo, può portare a conseguenze gravissime per la donna, fino ad avere un esito letale. La Herrera sottolinea che, stando ai pareri scientifici, una emorragia causata da una gravidanza ectopica equivale ad una ferita da arma da fuoco nel ventre di una donna. E, di fatto, a El Salvador si contano numerose donne decedute a seguito della mancata estirpazione dell’ovulo fecondato in caso di gravidanza ectopica. Stando ai dati ufficiali, nel 2012, a El Salvador, 5 donne sono rimaste vittime di gravidanze ectopiche. Mentre, nel 2013, vi sono state ulteriori 13 donne morte a causa della mancata interruzione della gravidanza.

 

Delle 17 donne condannate, la maggior parte ha perso il proprio bambino a causa di un parto precipitoso. La Herrera spiega che molte di queste donne, vivendo in sacche di povertà e marginalità, non aveva realizzato nessun controllo prenatale. Addirittura, non sono state loro a rivolgersi all’ospedale, bensì vi sono state portate da familiari che, in molti casi, le avevano trovate sanguinanti in casa. Dall’ospedale, queste donne sono state direttamente trasferite in procura per essere sottoposte ad un processo in direttissima per omicidio aggravato, che prevede da 30 a 40 anni di carcere. Sembra davvero paradossale che siano gli stessi medici, a discapito del segreto professionale che dovrebbero rispettare come valore, innanzi tutto, etico, a realizzare le denunce. Inoltre, è bene segnalare che, in nessuno dei 17 casi di condanna, le imputate avevano volontariamente interrotto la gravidanza e che, comunque, in nessuno dei 17 casi sono state addotte prove dirette. A rendere ancora più grave la situazione, infine, è bene evidenziare che le condanne, sin da subito, sono state rese definitive senza appello. Pertanto non c’è possibilità alcuna di appellarsi alla sentenza. Un cartello di organizzazioni femministe del territorio si sta impegnando in prima linea per ottenere un indulto presidenziale, che rappresenta l’unica via giuridica per restituire libertà e dignità alle donne processate. Al contempo, si sta lavorando a pieno ritmo per intercedere presso le autorità, affinché le donne che attualmente stanno affrontando il medesimo processo abbiano la possibilità di evitare pene a lungo termine.

 

 

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Il 40,1% delle Pubbliche Amministrazioni utilizza software open source

 

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di Germano De Sanctis

Recentemente, l’ISTAT ha pubblicato i risultati del censimento delle istituzioni pubbliche italiane, secondo il quale il 40,1% delle Pubbliche Amministrazioni utilizza software open source.
Inoltre, si è riscontrato che il 96,4% delle Pubbliche Amministrazioni ha un accesso ad internet, in quanto, a fronte di un campione di rilevamento di ben 12.146 istituzioni pubbliche, soltanto il 11.715 dispongono di un proprio sito web, presso il quale i cittadini possono accedere ad informazioni su orari degli uffici, come richiedere alcune documentazioni etc.. Inoltre, soltanto il 57,5% delle istituzioni pubbliche è dotato di una propria rete Intranet.
Sempre stando all’ISTAT, i dipendenti degli enti locali (Regioni, Province, Comuni, etc.), utilizzano principalmente pc desktop (73%), mentre solo il 7% utilizza pc portatili. Il rimanente 20% dei dipendenti interessati dal censimento utilizza device mobili come smartphone e tablet.
Si evidenzia che i dati rilasciati dall’ISTAT riguardano un censimento effettuato nel corso dell’anno 2011. Pertanto, è molto probabile che la percentuale di istituzioni pubbliche che attualmente utilizza software open source sia superiore al poc’anzi indicato 40,1%.

Venendo all’esame più dettagliato dell’utilizzo del software open source presso le Pubbliche Amministrazioni italiane, risulta interessante riscontrare subito che all’interno della platea del 40,1% delle istituzioni censite e che hanno dichiarato di utilizzare software open source, vi sono tutte le Regioni e oltre il 90% delle Province e delle Università.
Inoltre, emerge che il territorio italiano più votato all’uso del software libero è la Provincia Autonoma di Bolzano, dove l’86,2% dei Comuni utilizza software liberi.
Invece, le Regioni presso le quali si registra un basso ricorso all’open source sono il Molise (30,9%), l’Abruzzo (25,9%o) ed il Piemonte (23,7%).
A seguito dell’esame dell’utilizzo del software open source presso i Comuni, l’ISTAT ha riscontrato che la sua percentuale di utilizzo si è attestata al 40,7%. Inoltre, tale utilizzo risulta crescente all’aumentare dell’ampiezza demografica, passando dal 25,9% cento per i Comuni fino a 5.000 abitanti al 79,8%o per quelli oltre 100.000 abitanti. I più virtuosi sono risultati essere (come già detto) i Comuni della Provincia Autonoma di Bolzano (86,2%), seguiti da quelli della Toscana (67,9%) e dell’Emilia Romagna (61,4%).

 

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Il censimento dell’ISTAT è l’occasione per soffermarci sul fatto che la scelta operativa dalle Pubbliche Amministrazioni di utilizzare software open source deriva da un preciso fondamento normativo, spesso disatteso, se non, addirittura, ignorato.

Infatti, il rapporto tra software libero (meglio noto come open source) e Pubblica Amministrazione italiana è sempre stato problematico. Tuttavia, in data 12 agosto 2012, è entrata in vigore una modifica dell’articolo 68 del Decreto Legislativo 7 marzo 2005, nr. 82, meglio noto come Codice dell’Amministrazione Digitale, che ha mutato il quadro di riferimento.
Tale novella legislativa ha suscitato molti entusiasmi nell’immediatezza della sua approvazione, per, poi, generare grandi delusioni per la sua difficoltosa attuazione pratica.
Infatti, in virtù della norma citata, le Pubbliche Amministrazioni devono, di regola, acquisire software libero, mentre l’acquisto di software proprietario con licenza d’uso è stato circoscritto a casi eccezionali, ammissibili soltanto in particolari circostanze.
Dunque, come dicevamo, il 12 agosto 2012, si è avuta una riscrittura dell’articolo 68 del Decreto Legislativo 7 marzo 2005, nr. 82 (c.d. “Codice dell’Amministrazione digitale”), ad opera della Legge 7 agosto 2012, n. 134. Con tale riforma, è stata anche istituita l’Agenzia per l’Italia Digitale, in sostituzione di DigitPa.
Il nuovo articolo 68 del Decreto Legislativo 7 marzo 2005, nr. 82 prevede solo tre possibili modalità di acquisizione del software:

  1. software sviluppato per conto della Pubblica Amministrazione;
  2. riutilizzo di software o parti di esso sviluppati per conto della Pubblica Amministrazione;
  3. software libero o a codice sorgente aperto, oltre alla combinazione fra queste soluzioni.

In altri termini, il software proprietario non è compreso nel range delle possibili scelte, se non, come si evince leggendo nella prosecuzione della norma in questione, come extrema ratio.
Di conseguenza, è consentita l’acquisizione di programmi informatici di tipo proprietario mediante ricorso a licenza d’uso soltanto quando la valutazione comparativa di tipo tecnico ed economico dimostri l’impossibilità di accedere a soluzioni open source o già sviluppate all’interno della Pubblica Amministrazione ad un prezzo inferiore. Pertanto, il dettato normativo è talmente chiaro che la Pubblica Amministrazione può ricorrere al software proprietario solo quando sussista “l’impossibilità” di ricorrere al software libero od a programmi commissionati ad hoc.
Si tratta di una enorme novità. Se, da un lato, è possibile il verificarsi di casi in cui una Pubblica Amministrazione necessiti di applicazioni legate a specifiche attività istituzionali che non sono disponibili sotto forma di free software, e di cui non è economicamente conveniente commissionare la realizzazione, d’altro canto, è sicuramente certo che, relativamente ad altre esigenze, come, in primo luogo, i sistemi operativi e le suite da ufficio, sia assolutamente da escludere una evidente impossibilità di ricorrere all’open source. Infatti, sostenere che è “impossibile”, sia da un punto di vista tecnico, che economico, adoperare sistemi operativi open source come Ubuntu (o Linux Mint, o Fedora, o Open Suse etc.) al posto di Windows (o di Apple OSX), appare decisamente difficile. Analogo discorso vale per le suite da ufficio, dove LibreOffice (o Apache OpenOffice) possono tranquillamente sostituire Microsoft Office (come, d’altronde, è già avvenuto in molte Amministrazioni Pubbliche).

Ovviamente, una norma di tale portata ha scatenato nelle varie Pubbliche Amministrazioni reazioni diverse, in relazione alla eventuale presenza (sovente aleatoria) nelle dotazioni organiche di impiegati competenti nell’area del software open source, ovvero in stretta connessione alla necessità di aggiornare software obsoleto, o di rinnovare le licenze proprietarie scadute.
Infatti, la casistica disponibile ha dimostrato che la presenza di tecnici abituati a interfacciare le comunità del software libero ha permesso di garantire una decisa attuazione della citata disposizione di legge in questione. Al contempo, anche la necessità di aggiornare le licenze del software proprietario in scadenza ha trasformato in opportunità una migrazione attesa da tempo, a favore dei magri bilanci delle Amministrazioni Pubbliche italiane condizionati dalle forti ristrettezze economiche e dalle nuove regole di spending review.

 

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In attuazione di quanto previsto dall’articolo 68 del D.Lgs. n. 82/2005, l’Agenzia per l’Italia Digitale ha emanato la Circolare 6 dicembre 2013 n. 63 , avente ad oggetto le Linee Guida per la valutazione comparativa prevista dal citato art. 68 del Codice dell’Amministrazione digitale. In particolare, La Circolare in questione illustra, attraverso l’esposizione di un percorso metodologico e di una serie di esempi, le modalità e i criteri per l’effettuazione della valutazione comparativa delle soluzioni prevista dall’articolo 68 del D.Lgs. n. 82/2005. Tali Linee Guida sono indirizzate alle Pubbliche Amministrazioni elencate nell’art. 2, comma 2 del D.Lgs. n. 82/2005, che devono acquisire prodotti e soluzioni software da utilizzare nell’ambito dei propri compiti istituzionali. Alcuni dei contenuti delle Linee Guida sono peraltro d’interesse anche per gli operatori del mercato ICT.

Orbene, la Circolare n. 63/2013, pur sancendo l’obbligo di preferire il software libero e ed il riuso, ha lasciato delle ombre sulla corretta applicazione dell’articolo 68 D.Lgs. n. 82/2005.
Venendo all’esame specifico del contenuto della Circolare in questione, si rileva che essa è partita dall’assunto già contenuto nell’art. 68 D.Lgs. n. 82/2005, secondo il quale le Pubbliche Amministrazioni che devono procedere ad acquisire i software necessari allo svolgimento della propria attività, hanno l’obbligo di procedere ad una valutazione comparativa di tipo tecnico ed economico tra le differenti soluzioni disponibili (software sviluppato per conto della PA, riuso, software libero, cloud computing, software proprietario), da svolgersi secondo modalità e criteri definiti dall’Agenzia per l’Italia Digitale.
Tuttavia, siffatta valutazione comparativa è apparsa priva di un un vero e proprio criterio di preferenzialità, in quanto il legislatore ha disposto che, ove dalla valutazione comparativa di tipo tecnico ed economico risulti motivatamente l’impossibilità di accedere a soluzioni già disponibili all’interno della pubblica amministrazione, o a software liberi o a codici sorgente aperto, adeguati alle esigenze da soddisfare, è consentita l’acquisizione di programmi informatici di tipo proprietario mediante ricorso a licenza d’uso.
In sede di redazione della Circolare n. 63/2013, ci si è divisi sull’interpretazione da fornire a questa norma (che, come detto in precedenza, è apparentemente chiara). Infatti, i diversi operatori seduti al tavolo tecnico costituito presso Agenzia per l’Italia Digitale si sono divisi: da un lato coloro che ritenevano l’assenza nel testo dell’art. 68 D.Lgs. n. 82/2005 di una specifica preferenza tra le diverse soluzioni, dall’altro coloro che rilevavano una inequivocabile preferenza del legislatore a favore delle soluzioni di riuso e di software libero o a sorgente aperto.
Alla fine del confronto, la Circolare n. 63/2013 ha dato ragione a questi ultimi, definendo i criteri che ciascuna Pubblica Amministrazione deve seguire per l’acquisizione di prodotti e soluzioni software da utilizzare per l’assolvimento dei propri compiti istituzionali.
Infatti, la Circolare n. 63/2013 ha chiarito definitivamente che le Amministrazioni Pubbliche che devono procedere all’approvvigionamento di software hanno l’obbligo di:

  1. definire le proprie esigenze, identificando i requisiti (funzionali e non) dei programmi da acquisire;
  2. ricercare le soluzioni disponibili;
  3. confrontare le soluzioni “eleggibili”.

Nell’ambito di tale processo, è richiesto alle Pubbliche Amministrazioni di redigere una griglia di valutazione sulla base dei criteri di valutazione definiti dal legislatore. Tali criteri sono i seguenti:

  1. il costo complessivo;
  2. il livello di utilizzo di formati di dati aperti, con particolare riferimento al livello di utilizzo delle interfacce e degli standard per l’interoperabilità e per la cooperazione applicativa;
  3. le garanzie del fornitore in materia di livelli di sicurezza;
  4. la conformità del fornitore alla normativa in materia di protezione dei dati personali;
  5. i livelli di servizio offerti dal fornitore.

Solo dopo aver assegnato, alle diverse soluzioni confrontate, un punteggio su ciascuno dei criteri di valutazione, l’Amministrazione Pubblica procedente può procedere a determinare il risultato complessivo della valutazione.
Inoltre, al punto 3.3.9 della Circolare n. 63/2013, è previsto che, nel caso in cui all’esito della valutazione comparativa, la soglia minima di accettabilità venga superata da più soluzioni alternative, di cui una o più nelle categorie “software libero o a sorgente aperto” e/o “software in riuso“, queste ultime dovranno essere preferite a soluzioni proprietarie, salvo che l’Amministrazione non ne motivi l’impossibilità.

Tuttavia, a fronte di queste chiare indicazioni a favore del software open source, la Circolare n. 63/2013 si distingue anche per essere un documento molto pesante e farraginoso, il cui rispetto risulta essere particolarmente oneroso, specialmente per gli Enti Pubblici di piccole dimensioni.
Per di più, bisogna sottolineare il rischio di un potenziale contenzioso che può facilmente essere generato da una scorretta od incompleta valutazione comparativa, la quale, così come è stata descritta dalla Circolare in questione, riserva margini ancora troppo ampi di discrezionalità. In altri termini, sussiste un elevato rischio generato dalla possibilità di poter facilmente impugnare la scelta operata dalla Pubblica Amministrazione procedente, chiedendone la declaratoria di illegittimità e, quindi, del successivo affidamento, con relativo contenzioso dinanzi al TAR e conseguente responsabilità dirigenziale.
Per fortunatamente, in presenza di dubbi interpretativi, le Pubbliche Amministrazioni procedenti possono chiedere all’Agenzia per l’Italia Digitale di esprimere un parere (seppur non vincolante) sul rispetto delle norme in materia di valutazione comparativa.
In definitiva, l’analisi comparativa delle possibili soluzioni che una Pubblica Amministrazione deve effettuare prima di acquisire programmi informatici non può prescindere dalla preventiva conoscenza, da parte delle stessa Pubblica Amministrazione, delle diverse tipologie di licenza d’uso presenti sul mercato. Inoltre, la Circolare n. 62/2013 si sottolinea che, in ogni caso, la scelta del percorso metodologico da intraprendere per l’acquisizione di programmi informatici nelle PA dovrà essere basata sulla valutazione della complessità organizzativa della Pubblica Amministrazione interessata, sulle sue competenze informatiche e sulla rilevanza strategica della specifica acquisizione di software.

In conclusione, l’analisi fin qui svolta dimostra che la Pubblica Amministrazione italiana è all’inizio di un lungo cammino che la deve portare all’effettivo e generalizzato utilizzo del software open source, non soltanto per rispettare precise indicazioni fornite dal legislatore nazionale, ma anche e specialmente per liberare importanti risorse finanziare da poter destinare ad altri servizi che, in questi tempi di ristrettezze dei bilanci delle Amministrazioni Pubbliche, rischiano seriamente di non essere garantiti in maniera adeguatamente efficace.

 

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IN MEMORIA DI MASSIMO D’ANTONA.

Era il 20 maggio. Era il 1999. Un commando terrorista denominato Nuove Brigate Rosse uccideva a Roma il professor Massimo D’Antona.

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Da poco erano passate le 8.00 di mattina e il professore, all’epoca consulente del Ministero del Lavoro, si apprestava ad uscire dalla sua abitazione di via Salaria, angolo via Po, per recarsi al lavoro nel suo studio, poco lontano da lì. Superato l’incrocio con via Adda, all’altezza di un cartellone pubblicitario che lo nascondeva dalla vista dalla strada, intorno alle ore 8.13, il professore veniva fermato dal commando di brigatisti formato da Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce, che già dalle 5.30 si nascondevano all’interno di un furgone parcheggiato al lato della via.

Fu un assassinio brutale, quello di D’Antona, che colpì una persona nota, uno studioso stimato, un uomo del sindacato. Ma fu anche un omicidio che colpì in maniera diretta un progetto di modernizzazione dello Stato e del welfare e, nel contempo, la sigla maggiormente rappresentativa del Paese, la CGIL.

I due terroristi lo bloccarono e Galesi svuotò 9 colpi del caricatore di una pistola semiautomatica senza silenziatore, una calibro 9×19, sul professore, infliggendogli il colpo di grazia al cuore. Subito dopo si davano alla fuga. I soccorsi non tardarono, D’Antona venne immediatamente portato al Policlinico Umberto I ma fu inutile: nel certificato di morte il medico dichiarò il decesso alle 9.30 di mattina.

20 maggio: non è un giorno come gli altri. Il 20 maggio è anche l’anniversario dello Statuto dei lavoratori, che nel 1970 segnò una conquista di civiltà, cambiando nel profondo gli assetti dei rapporti sindacali e politici. Massimo D’Antona si era formato proprio in quella stagione, all’università dove aveva ricevuto gli insegnamenti dal suo Maestro, Renato Scognamiglio, e poi alla “Rivista giuridica del lavoro”, in quel tempo impegnata in una rilettura costituzionalmente orientata di tutto l’impianto giuslavorista.

Nel 1980 aveva vinto la cattedra di diritto del lavoro, con un’opera di altissimo livello, “La reintegrazione nel posto di lavoro”, tuttora modello di ricerca per tutti quei giuristi che nelle loro analisi pongono in primo piano l’effettività degli interventi legislativi in materia di lavoro.

La sua opera scientifica non è nota solo a studiosi, lettori e operatori del diritto del lavoro, ma anche a quelli del diritto amministrativo e pubblico, dal momento che nei primi anni ’90 D’Antona aveva contribuito al processo di “privatizzazione” del pubblico impiego. Già da qualche anno, la riflessione del professor D’Antona si era incentrata sull’importanza della P.A. come fattore essenziale di equilibrio dinamico tra forze e soggetti che responsabilmente assolvono al loro ruolo di “produttori”, precisamente la sua indagine era partita da un suo saggio degli anni ’80 sull’amministrazione pubblica del diritto del lavoro.

Giunse nell’area di governo come un tecnico e subito si mise alla prova con temi complessi: dalla riforma del Ministero dei trasporti e della navigazione, alla regolamentazione dei conflitti sindacali nei servizi pubblici, fino all’unificazione delle disciplina del lavoro fra pubblico e privato, alla creazione di una nuova dirigenza pubblica, alla regolazione della rappresentanza sindacale nel settore pubblico.

Uomo della CGIL, s’è detto. Fu nella Consulta giuridica e nell’Ufficio legale della Confederazione. Il suo maggiore impegno è consistito nella ricerca di percorsi e di soluzioni che connotassero il sindacato quale soggetto della trasformazione e dell’innovazione, spesso mettendo in guardia da posizioni di mera conservazione dell’esistente.

D’Antona si è sempre battuto per il patto sociale, sostenitore convinto della concertazione, del rafforzamento di un sindacato che potesse sintetizzare un’investitura forte e concreta della base con un’adeguata centralizzazione del potere, in ordine ad una più effettiva tutela dei diritti costituzionalmente protetti e all’abolizione di un welfare risarcitorio e della sua sostituzione con il miglioramento delle possibilità offerte dal mercato del lavoro.
E non furono scelte di mediazione, nemmeno dal punto di vista politico. Con quelle scelte, infatti, sebbene necessitassero del metodo della mediazione, non fu proposta alcuna mediazione, nel senso di compromesso, tra gli interessi delle imprese, gli interessi dei lavoratori e quelli dei disoccupati e degli inoccupati. Quelle scelte, piuttosto, furono propedeutiche a soddisfare l’interesse pubblico all’ordinato svolgimento del processo produttivo e, insieme, anche l’esigenza fondamentale di un ordinato svolgimento della vita civile. Di tali scelte Massimo D’Antona ha saputo individuare le coerenti motivazioni culturali e, soprattutto, i riferimenti di tecnica giuridica che li sorreggevano.

Ed è forse questo il patrimonio più cospicuo che il professor D’Antona ha lasciato in eredità alle future generazioni di giuslavoristi italiani. Un patrimonio che non possiamo dimenticare. Che vogliamo custodire, soprattutto oggi dinanzi a movimenti che attaccano continuamente l’operato dei sindacati e dopo oltre dieci anni di dialogo con l’esecutivo inesistente, che altro non ha fatto che indebolire le forze sociali e privare di tutela i lavoratori.

M. De Sanctis
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DAL 13 GIUGNO CAMBIANO LE REGOLE PER GLI ACQUISTI A DISTANZA.

E-commerce e televendite: maggiori tutele per il consumatore. Dal prossimo 13 giugno cambiano le regole. Maggiore trasparenza e diritti per gli chi effettua acquisti in remote shopping, sia al telefono che on line. Le nuove regole riguarderanno tutte le transazioni al di fuori dei locali commerciali. Tra le principali novità, si allunga dagli attuali 10 giorni di tempo a 14 il termine per esercitare il diritto di recesso; inoltre i contratti non potranno più essere attivati solo col consenso telefonico e stop alle commissioni extra. Insomma, stavolta l’e-commerce cambia davvero pelle.

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di Michele De Sanctis

13 giugno 2014: sarà questa l’ora X, in cui diverranno operative le nuove regole per il commercio elettronico dettate dalla direttiva europea entrata in vigore lo scorso 26 marzo (Dir. 2011/83/UE). Una direttiva emanata con la finalità di conferire regole universali e omogenee a tutti i Paesi UE e che offrirà maggiori garanzie su tutti i contratti a distanza dal controvalore superiore ai 50 €.

L’iniziativa si è resa necessaria dal momento che il numero di coloro i quali si dedicano allo shopping online cresce di anno in anno. In Italia – secondo un’indagine condotta da Human Highway per Netcomm – su 30,5 milioni di utenti di Internet (con età superiore ai 15 anni), sono 16,2 milioni quelli che, negli ultimi 3 mesi, hanno fatto acquisti online, mentre ammontano a quasi 11 milioni gli acquirenti abituali. Cifre che rappresentano un giro di affari di circa 14 miliardi di euro. E il dato non stupisce, visto che l’acquisto on line oltreché più comodo è anche più economico rispetto allo shopping nei negozi tradizionali, riuscendo a trovare, peraltro, una maggiore offerta di prodotti che per ragioni di spazio o di bilancio, il negoziante sotto casa non può avere. Vero è che, nonostante questi numeri, l’Italia sia ancora il fanalino di coda, rispetto al resto d’Europa, in termini di numero di imprese che vendono oltre frontiera, tramite e-commerce. Solo il 4%. Inoltre, come Paese siamo ancora indietro in termini di fatturato complessivo dell’e-commerce. La nuova direttiva è, perciò, di fondamentale importanza, soprattutto considerando che oggi abbiamo un saldo negativo della bilancia commerciale digitale per circa un miliardo di euro e quel fatturato di 14 miliardi è ancora troppo poco. Fiducia, trasparenza e omogeneità sono, dunque, premesse importanti per lo sviluppo del commercio elettronico. Ma la direttiva europea si pone il fine di creare queste premesse di fiducia, trasparenza e sicurezza non solo per permettere lo sviluppo del commercio elettronico transfrontaliero dei singoli Paesi UE. L’incremento del commercio transfrontaliero potrebbe, infatti, portare ad una crescita del PIL europeo, divenendo vero propellente dell’economia del Vecchio Continente.

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Vediamo meglio le novità che saranno valide per tutti tra meno di un mese. L’acquirente digitale avrà più tempo a disposizione per il reso della merce. Se non sarete soddisfatti, avrete ben 14 giorni, a decorrere dalla consegna, contro i precedenti 10, per ripensarci. Inoltre, dopo aver comunicato, entro questi 14 giorni, la volontà di restituire la merce, avrete altri 14 giorni a disposizione per rispedire i prodotti acquistati al negoziante. L’elemento più rilevante, tuttavia, è che nel momento in cui dichiarerete di aver spedito la merce, il negoziante sarà obbligato, nei 14 giorni successivi al ricevimento della vostra comunicazione, a restituire la somma (attualmente di tempo a disposizione ne ha il doppio: dovete aspettare un mese per riavere i vostri soldi). Ciò, potrebbe, in verità, creare un certo malcontento tra i venditori, poiché il merchant è costretto a rimborsare il dovuto anche se i prodotti acquistati non gli sono stati ancora recapitati. Ma la direttiva è tutta orientata alla salvaguardia del consumatore.
Altro cambiamento importante è la maggiore trasparenza delle spese: il negoziante è obbligato, infatti, a dichiarare i costi che il consumatore dovrà sostenere in caso di restituzione della merce. E se non lo fa, sarà lui a dover sostenere i costi di restituzione. Inoltre, in fase pre-contrattuale è richiesta la massima trasparenza con riferimento alla descrizione di beni e servizi, all’identità del venditore e al prezzo del bene. Devono, cioè, essere chiaramente indicate tutte le voci di spesa (comprese le imposte), oltre alle diverse modalità di pagamento. Tutte informazioni, queste, che, che se dovessero mancare, darebbero al consumatore la facoltà di esercitare la propria rivalsa sul merchant.

Per chi acquista contenuti digitali sono previste informazioni più trasparenti: il venditore dovrà chiarire eventuali limiti di compatibilità con i dispositivi hardware e software e gli eventuali limiti di riproducibilità dei contenuti stessi.

Per quanto riguarda oroscopi, ricette, suonerie e giochi elettronici, non potranno più essere pubblicizzati come ‘gratis’, salvo poi nascondere costosi abbonamenti mensili o settimanali. Per contro, noi consumatori dovremo confermare esplicitamente di aver compreso che l’offerta è a pagamento.

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Cambiano, infine, le regole anche per i contratti formulati a distanza, quindi per tutte le vendite fatte al di fuori da un punto commerciale, come le vendite a catalogo e quelle telefoniche (pensiamo alla moltitudine di televendite proposte ogni giorno via etere). In entrambi i casi, la vendita si perfeziona solo nel caso in cui ci sia una conferma contrattuale della proposta commerciale formulata dal venditore. Per capirci, prima di spedire il prodotto o abilitare il servizio, il venditore dovrà mandare il contratto in forma cartacea, perché sia firmato dal cliente. Soltanto allora la vendita potrà intendersi conclusa e produrre effetti giuridici. Nondimeno, sebbene ciò tuteli maggiormente il consumatore, è, altresì, vero che c’è il serio rischio di assistere alla morte immediata di tutte le vendite a distanza. Per arginare tale rischio sarà, quindi, necessario introdurre meccanismi che accelerino il processo di vendita, quali meccanismi di registrazione digitale certificata, firma elettronica o identità elettronica. A mio avviso, ciò non risparmierà, comunque, i canali dedicati allo shopping se non dalla chiusura, da un netto ridimensionamento, a meno che gli strumenti adottati non siano di facile ed intuitivo utilizzo anche per chi non è affatto avvezzo al PC.

Infine, anche l’aspetto sanzionatorio è stato intensificato. Il commerciante che non rispetterà le nuove regole andrà incontro a una sanzione che oscillerà da un minimo di 5mila euro (ovvero 50mila, in caso di gravi violazioni) a un massimo di 5 milioni.

Quindi più trasparenza e sicurezza: sembrano proprio queste le parole chiave per le nuove regole dell’e-commerce. E se la speranza è che si possa ottenere un maggiore aumento negli acquisti online, noi staremo a vedere cosa accadrà nei prossimi mesi.

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Il Governo pensa ad un Servizio Civile Nazionale universale per 100 mila giovani all’anno

 

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di Germano De Sanctis

Lo scorso 13 maggio, il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha rese note le linee guida per la riforma del Terzo Settore, prevedendo un confronto esclusivamente on line che si concluderà il prossimo 13 giugno, inviando una e-mail a terzosettorelavoltabuona@ lavoro.gov.it. Al termine di tale consultazione, il Governo presenterà un disegno di legge delega, da vararsi presumibilmente nel corso del Consiglio dei Ministri del prossimo 27 giugno.

La novità di maggior rilievo contenuta nelle predette linee guida è la previsione di un Servizio Civile Nazionale universale, inteso, sia come opportunità di servizio alla comunità, sia come primo approccio all’inserimento professionale, aperto ai giovani dai 18 ai 29 anni che desiderino confrontarsi con l’impegno civile, per la formazione di una coscienza pubblica e civica.

Appare, quindi, evidente l’intento di rendere il servizio civile un’opportunità di impegno sociale con possibili ricadute occupazionali. Si tratta di una volontà già espressa nell’ambito della c.d. “Garanzia Giovani”, ove il servizio civile rientra nella “rosa” delle nove opportunità da proporre ai giovani under 29 non non occupati e non impegnati in un ciclo di istruzione o formazione (i c.d. “NEET”).

Nello specifico, il Servizio Civile Nazionale universale dovrebbe impegnare i giovani interessati per un periodo di otto mesi, oltre ad un’eventuale proroga di altri quattro. Il Governo calcola una platea di potenziali 100.000 giovani di età compresa fra i 18 e i 29 anni all’anno, per il primo triennio di attuazione del nuovo Servizio Civile. Inoltre, il Servizio Civile Nazionale universale sarà esteso anche agli stranieri e darà diritto ad un rimborso spese.

Il Governo ha, altresì, previsto che  il Servizio Civile svolto produrrà alcuni benefit per i volontari, quali:

  • crediti formativi universitari;

  • tirocini universitari e professionali;

  • riconoscimento delle competenze acquisite durante l’espletamento del servizio;

Il Governo prevede anche la stipulazione di una serie di accordi tra le Regioni e le Province Autonome con le Associazioni di categoria degli imprenditori, le associazioni delle cooperative e del terzo settore, finalizzate a facilitare l’ingresso sul mercato del lavoro dei volontari, anche attraverso la realizzazione di tirocini o di corsi di formazione per i volontari.

Inoltre, è prevista la possibilità di un periodo di servizio in uno dei Paesi dell’Unione Europea avente il Servizio Civile volontario in regime di reciprocità.

Rispetto al modello attuale di servizio civile, il Governo intende passare dai circa 14.000 giovani attualmente coinvolti a circa 100.000 volontari su base annua.

Contestualmente, s’intende ridurre la durata dell’esperienza e coinvolgere in maggior modo le Regioni, le Province Autonome e probabilmente anche gli enti che offriranno la possibilità di effettuare il Servizio Civile. Infatti,il nuovo Servizio Civile dovrebbe durare 8 mesi, eventualmente, come detto, prorogabile di altri 4, e non più direttamente 12 mesi.

Ovviamente, una maggiore partecipazione di volontari comporterà un aumento dei capitoli di spesa dedicati al Servizio Civile, che dovrebbero essere in parte compensati, secondo le stime governative, dal conseguente minore carico imposto agli investimenti diretti a carico dello Stato nei settori interessati.

Un ulteriore abbattimento della spesa potrebbe derivare dalla possibilità di rinunciare all’aliquota del 10% di IRPEF attualmente versata sul rimborso spese.

Inoltre, come già accennato, una parte dei fondi necessari verrà recuperata dal miliardo e mezzo di euro investiti sul progetto “Garanzia Giovani.

Si tratta comunque di uno sforzo finanziario enorme rispetto agli attuali investimenti, in quanto, negli ultimi anni, il bilancio dello Stato ha dedicato al Servizio Civile risorse costantemente decrescenti. Nell’anno 2013, si è scesi alla somma di soli 70 milioni di euro circa da destinare ai bandi. Tuttavia, bisogna anche evidenziare che, in passato, i contributi sono rimasti inutilizzati per mancanza di progetti idonei.

Allo stato attuale, le risorse disponibili per il Servizio Civile hanno permesso la presenza sul territorio nazionale di circa 14.000 volontari, che risultano impegnati presso 3.293 enti accreditati.

I volontari hanno diritto ad un rimborso spese di 433 euro netti. Se le condizioni economiche resteranno invariate, l’obiettivo del Governo di impegnare con questa formula 100.000 giovani all’anno richiederà un investimento che oscillerà tra un minimo di circa 400 milioni di euro ed un massimo di 600 milioni di euro. Infatti, il costo il costo annuo per ogni volontario è valutato in circa € 6.000.

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MERIAM, CONDANNATA A MORTE PER APOSTASIA: PRESTO UN NUOVO PROCESSO.

Questa è una di quelle storie che non vorremmo mai raccontare, ma il fatto è talmente grave che è necessaria la massima diffusione, perché in ballo c’è la vita di una giovane donna colpevole di aver sposato l’uomo sbagliato.

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di M. De Sanctis

Accade in Sudan: Meriam, una 27enne attualmente incinta di otto mesi, per aver sposato un cristiano e aver abbandonato la religione di famiglia che è quella musulmana, è stata condannata da un tribunale sudanese alla morte per impiccagione. È stata sottoposta, inoltre, alla pena di 100 frustate per adulterio, appunto perché sposata con un cristiano, matrimonio non considerato valido dalla ‘Sharia’. La notizia, subito riportata da Al Arabiya su Twitter, spiegando che la ragazza è cresciuta con la madre, cristiana ortodossa, mentre il padre, musulmano, è stato assente fin dalla sua nascita, ha già fatto il giro del mondo, suscitando ovunque orrore. Una cosa per cui si stanno mobilitando le principali organizzazioni internazionali umanitarie. Nessuno vuole che questa giovane venga condannata a morte.
Nel 2005 l’accordo di pace in Sudan ha posto fine alla più lunga guerra civile africana. Cinquant’anni di violenze che hanno provocato oltre due milioni di morti. Tuttavia, la pace firmata dai capi politici non è stata affatto in grado di mitigare tensioni e malcontenti tra il Nord del Paese, musulmano, e il Sud, abitato da cristiani.

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Come riportato da ladyo, Amnesty International si è mossa con alcune ambasciate occidentali: le rappresentanze degli USA, della Gran Bretagna, dell’Olanda e del Canada hanno rivolto un appello al Governo del Sudan. Mentre Italians for Darfur sta raccogliendo le firme da inviare al Presidente del Omar Al Bashir, l’unico che può concedere la grazia alla donna. Oggi, però, Antonella Napoli, presidente di Italians For Darfur, citando rassicurazioni di avvocati raccolte da Khalid Omer Yousif della Ong Sudan Change Now, ha annunciato che Meriam “avrà un nuovo processo”. (fonte Ansa) Sarà, quindi, la Corte suprema ad affrontare il suo caso. Il Presidente del Parlamento sudanese, Al-Fateh Ezzedin, ha, altresì, dichiarato che la condanna a morte della giovane donna è solo il primo grado di un processo che avrà tutte le sue tappe giudiziarie.
Subito dopo Ezzedin ha anche aggiunto, però, che l’attenzione dei media internazionali per il caso della donna sudanese mira a danneggiare la reputazione del Paese e del suo sistema giudiziario e ha quindi invitato i media a “non diffondere informazioni non veritiere, come quella che la donna avrebbe vissuto in un ambiente non islamico. E’ cresciuta ed è stata educata da due genitori di fede islamica”, ha detto. Tuttavia, qualunque sia l’ambiente in cui è vissuta, non meriterebbe comunque la morte per apostasia.
Auguriamo, pertanto, a quest’innocente di salvarsi dalla follia dell’uomo al più presto, ma bisogna mantenere alta l’attenzione mediatica su questo caso, perché Meriam possa salvarsi alla fine di questa nuova fase processuale.

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Tirocinio retribuito a Londra per neolaureati.

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L’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA – European Medicines Agency), con sede a Londra, offre tirocini retribuiti del valore di 1.350 sterline nette al mese (all’incirca 1.600 euro). L’Agenzia Europea per i Medicinali è un organo della UE con sede a Londra. Il suo compito principale è tutelare e promuovere la sanità pubblica e la salute mediante la valutazione e il controllo dei medicinali per uso umano e veterinario. L’Agenzia Europea per i Medicinali è l’agenzia comunitaria dell’Unione Europea che si occupa della valutazione e del controllo di medicinali umani e veterinari. L’Agenzia è stata fondata nel 1995 con i contributi dell’Unione Europea, dei singoli stati membri e dell’industria farmaceutica, con lo scopo di affiancare il lavoro delle organizzazioni nazionali che si occupano del mercato dei farmaci.
Gli obiettivi che l’Unione Europea si è prefissa con la fondazione dell’EMA sono essenzialmente due: da un lato, la riduzione delle spese burocratiche (si parla di cifre a sei zeri) che ogni anno le case farmaceutiche devono sostenere per l’approvazione dei farmaci nei singoli Stati membri, dall’altro, per ridurre il protezionismo dei singoli Stati volto ad ostacolare l’inserimento sul mercato di farmaci concorrenti ad altri già inseriti nel mercato interno.

EMA Traineeship Programme

Il programma di tirocinio si rivolge a laureati all’inizio della loro carriera professionale. I requisiti richiesti sono:
– essere cittadini EU/EEA;
– aver conseguito una laurea alla data di scadenza per l’invio delle domande;
– avere una buona conoscenza della lingua inglese più la conoscenza di una seconda lingua ufficiale dell’Unione Europea.

Oltre a dare una comprensione dei compiti dell’Agenzia e del suo ruolo nell’ambito delle attività dell’Unione Europea, il programma fornirà ai tirocinanti un’esperienza professionale in un ambiente di lavoro a tutti gli effetti, altamente qualificato e riconosciuto in tutta l’Area Economica Europea.
I profili ricercati sono di vario genere: dai laureati in discipline core per l’attività dell’EMA (medicina, farmacia, chimica, biologia, veterinaria), a giovani con laurea nel settore delle comunicazioni, in scienze dell’informazione, relazioni pubbliche, risorse umane, giurisprudenza, fino a laureati in materie umanistiche specializzati in biblioteconomia.

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Per proporre la propria candidatura è necessario compilare l’apposito modulo disponibile sulla pagina dedicata al programma tirocini ed inviarlo all’indirizzo di traineeship@ema.europa.eu entro e non oltre il 15 giugno 2014. Per coloro che verranno selezionati, il Programma avrà inizio il 1 ottobre.

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Politiche, Diritti & Cultura