A El Salvador accusa di omicidio aggravato per le donne che scelgono l’aborto

 

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di Luigia Belli

 

 

A El Salvador, piccolo stato dell’America Centrale, stretto tra il Guatemala e l’Honduras e bagnato dalle acque dell’Oceano Pacifico, è proibita qualsiasi forma di aborto, fin anche nei casi in cui la gravidanza pone in pericolo la vita della madre o ne mina gravemente la salute. Attualmente sono 17 le donne che stanno scontando una pena che oscilla tra i 30 e i 40 anni di carcere per aver commesso ciò che la legge salvadoregna bolla come omicidio aggravato ai danni dei propri figli. Altre 18 donne stanno affrontando il processo che le vedrà condannate senza scampo.

 

Morena Herrera, una delle leader femministe del paese, ha promosso la fondazione di un movimento territoriale il cui obiettivo è quello di realizzare attività in difesa delle donne vittime di questo assurdo sistema. La Herrera, in collaborazione con il Gruppo per la Depenalizzazione dell’Aborto a El Salvador, si sta impegnando in prima persona per ottenere l’indulto per le donne che hanno subito condanne pluriennali per fatti legati all’aborto.

 

El Salvador non è l’unico Paese dell’America Latina ad applicare norme altamente restrittive per l’aborto. Altri sei Paesi ne seguono l’esempio, arrivando a proibire l’aborto anche nel caso in cui la gravidanza sia frutto di una violenza sessuale nei confronti della donna o, addirittura, in caso di gravidanza ectopica, ovvero quando l’impianto dell’embrione avviene in sedi diverse dalla cavità uterina che, se non riconosciuta ed affrontata in tempo, può portare a conseguenze gravissime per la donna, fino ad avere un esito letale. La Herrera sottolinea che, stando ai pareri scientifici, una emorragia causata da una gravidanza ectopica equivale ad una ferita da arma da fuoco nel ventre di una donna. E, di fatto, a El Salvador si contano numerose donne decedute a seguito della mancata estirpazione dell’ovulo fecondato in caso di gravidanza ectopica. Stando ai dati ufficiali, nel 2012, a El Salvador, 5 donne sono rimaste vittime di gravidanze ectopiche. Mentre, nel 2013, vi sono state ulteriori 13 donne morte a causa della mancata interruzione della gravidanza.

 

Delle 17 donne condannate, la maggior parte ha perso il proprio bambino a causa di un parto precipitoso. La Herrera spiega che molte di queste donne, vivendo in sacche di povertà e marginalità, non aveva realizzato nessun controllo prenatale. Addirittura, non sono state loro a rivolgersi all’ospedale, bensì vi sono state portate da familiari che, in molti casi, le avevano trovate sanguinanti in casa. Dall’ospedale, queste donne sono state direttamente trasferite in procura per essere sottoposte ad un processo in direttissima per omicidio aggravato, che prevede da 30 a 40 anni di carcere. Sembra davvero paradossale che siano gli stessi medici, a discapito del segreto professionale che dovrebbero rispettare come valore, innanzi tutto, etico, a realizzare le denunce. Inoltre, è bene segnalare che, in nessuno dei 17 casi di condanna, le imputate avevano volontariamente interrotto la gravidanza e che, comunque, in nessuno dei 17 casi sono state addotte prove dirette. A rendere ancora più grave la situazione, infine, è bene evidenziare che le condanne, sin da subito, sono state rese definitive senza appello. Pertanto non c’è possibilità alcuna di appellarsi alla sentenza. Un cartello di organizzazioni femministe del territorio si sta impegnando in prima linea per ottenere un indulto presidenziale, che rappresenta l’unica via giuridica per restituire libertà e dignità alle donne processate. Al contempo, si sta lavorando a pieno ritmo per intercedere presso le autorità, affinché le donne che attualmente stanno affrontando il medesimo processo abbiano la possibilità di evitare pene a lungo termine.

 

 

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