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NON POSSIAMO PERDERE LA SPERANZA

di Germano De Sanctis

In seguito all’attentato terroristico avvenuto l’11 settembre 2001, il mondo occidentale ha inizialmente risposto alla minaccia del terrorismo dichiarando guerra alle Nazioni ritenute complici degli attentatori, non risolvendo minimamente il problema e non assicurando ai suoi cittadini alcuna sicurezza.

Infatti, quattordici anni dopo e all’indomani del un nuovo attacco terroristico alla redazione del settimanale parigino Charlie Hebdo, si è reso evidente come il c.d. terrorismo islamico non solo non è stato debellato, ma anzi non è stato minimamente scalfito da anni di politiche di contrasto, attuate anche, come detto, ricorrendo agli strumenti offerti dalla guerra convenzionale.
Inoltre, la nostra libera, pacifica e democratica società europea si è scoperta totalmente incapace di prevenire l’accadimento di eventi di tale portata.

Lo sgomento è amplificato dal fatto che questi attacchi terroristici hanno sempre colpito sempre un simbolo della democrazia occidentale. Infatti, l’attentato alla redazione del settimanale Charlie Hebdo ha come obiettivo simbolico la libertà di stampa. In precedenza, altri simboli del nostro sistema democratico sono stati chirurgicamente colpiti: la scuola a Tolosa (la libertà d’struzione), il museo ebraico di Bruxelles (il divieto di discriminazione), il coffee shop di Sidney (il diritto di riunione) ed il Parlamento del Canada a Ottawa (il diritto di rappresentanza).

In altri termini, emerge una chiara strategia di destrutturare la società civile occidentale, mirando ai suoi luoghi che più rappresentano simbolicamente le libertà conquistate da secoli di lotte democratiche.

La violenza del fanatismo religioso ha provocato un improvviso risveglio delle nostre coscienze che vedono inaspettatamente in pericolo il nostro sistema di valori, cresciuto godendo di un lungo periodo di reciproca e pacifica convivenza e rinnegando i germi malefici che hanno portato allo scoppio della seconda guerra mondiale.

Pertanto, è naturale percepire l’istinto di difendere la nostra democrazia da questo attacco morale e politico, magari opponendoci emotivamente ed irrazionalmente al totalitarismo fanatico, con ogni mezzo possibile, purché rispettoso dei nostri principi etici e di legalità.

Invece, tutti questi eventi impongono una analisi serena e razionale, per comprendere cosa stia realmente accadendo in Europa e nel mondo, senza farsi condizionare dalla vendetta, dall’odio e dall’intolleranza.

Così ragionando, appare necessario rinforzare subito la nostra cultura democratica e tollerante, avendo fiducia e speranza sulle sue potenzialità, nonché abbandonando i sempre più diffusi atteggiamenti critici e disfattisti. Soltanto l’assunzione di un simile atteggiamento può rendere possibile la difesa della nostra democrazia, per trasmetterla intatta alla prossima generazione.

Infatti, promuovere lezioni d’intolleranza razziale e/o religiosa è un’operazione pericolosa, in quanto la diffusione di un simile messaggio può influenzare ampi settori della società, insinuandosi anche nelle sue fasce di età più giovane. Gli atteggiamenti di odio e di discriminazione sono soltanto capaci di risvegliare gli istinti più biechi, rendendo ammissibile ogni misfatto.
In momenti storici di tale delicatezza deve prevalere un atteggiamento responsabile e capace di ripensare completamente il nostro sistema di convivenza civile. Infatti, gli accadimenti che si stanno succedendo dal 2001 hanno delineato un nuovo scenario internazionale, che sta finendo per cambiare irrimediabilmente il mondo ed il modo di pensare di noi occidentali, essendo costretti a rimettere in discussione l’intero nostro sistema di relazioni tra culturale e religioni diverse. Si tratta di un’occasione unica da affrontare con speranza, poiché rappresenta l’unico modo per costruire un futuro migliore, rispetto a quello che l’odio e la xenofobia possono assicurarci.

Pertanto, la guerra e gli atteggiamenti xenofobi non sono la soluzione, in quanto la vendetta non è uno strumento di giustizia, ma soltanto uno strumento per generare altra e maggiore violenza.

Bisogna evitare di finire in una spirale di odio e violenza, per ricercare la pace del mondo attraverso una complessa, ancorché fragile, interconnessione tra le varie ideologie, culture e religioni.
Sin dagli albori della cultura occidentale, la politica, intesa nella sua accezione più nobile, si è distinta per essere il superamento di ogni violenza, nella consapevolezza della sua inutilità a raggiungere qualsiasi scopo.

Dobbiamo interessarci degli aspiranti kamikaze e guerriglieri islamici non per combatterli aprioristicamente, ma per capire quali siano le ragioni più profonde che li rendano disposti ad accettare l’idea della propria morte mediante l’innaturale atto del suicidio. Soltanto in tal modo, sarà possibile fermare costoro e la spirale di violenza che essi sovente generano. Infatti, la storia umana insegna che molto raramente sussiste una correlazione diretta e precisa tra un evento e l’altro, in quanto un numero indefinito di concause producono gli eventi della nostra vita.

Non è, quindi, possibile dividere in modo manicheo quelli che stanno con noi occidentali e quelli contro di noi, in quanto in questo scenario mondiale fluido ed orfano delle ideologie del XX Secolo non vi sono più certezze. Anzi, diventa necessario porre il dubbio alla base dello sviluppo futuro della nostra cultura. Soltanto il dubbio (supportato dalla curiosità) può generare la necessità di conoscere e comprendere le culture diverse dalla nostra.

In altri termini, la ricerca della conoscenza non deve pretendere di ottenere soluzioni univoche, chiare e precise ai problemi del mondo, ma deve ritenere utile porre (anche a se stessi) delle domande oneste, per, poi, ascoltare le risposte altrui.
Un simile atteggiamento culturale ci permetterà di uscire da consunti e banali stereotipi sul terrorismo, in quanto esso, inteso come modo di usare la violenza, può esprimersi in molteplici forme, a volte anche economiche, al punto che è impossibile arrivare ad una individuazione univoca del nemico da debellare.

In passato, i governi occidentali hanno preteso di sapere esattamente chi fossero i terroristi e come andassero combattuti. Invece, come hanno dimostrato i fatti di Parigi, anche questo stereotipo è destinato a dissolversi in un attimo. Soltanto quando la politica si ricongiungerà con l’etica, sarà possibile porre le basi per vivere in un mondo migliore.

Tutto dipenderà da come la politica reagirà a questi ultimi attentati. Come ha giustamente detto Francois Hollande, i terroristi hanno colpito al cuore la libertà e la laicità della società europea, ma non la sua ragione. Di conseguenza, bisognerà impedire che trionfino i rigurgiti anti-islamici, che tenderanno, nel breve periodo, a radicalizzarsi ed a stigmatizzare tutte le popolazioni musulmane. Sarà necessario reagire alla paura crescente di chi si sentirà minacciato, per impedire un pericoloso processo di disgregazione.

La scelta operata dai terroristi islamici di trasformare l’Europa nel loro terreno di scontro d’elezione impone a quest’ultima di muoversi unitariamente, non soltanto sotto gli assetti economici, ma anche e soprattutto politicamente. Occorre, quindi, una politica unitaria dell’immigrazione nell’Eurozona, per non pericolosamente ghettizzare le sempre più numerose minoranze stanziate negli Stati Membri dell’Unione Europea, dove tra l’altro, vivono, già due o tre generazioni di immigrati, che necessitano del rispetto della loro diversità, nell’ambito di uno spazio comune di valori condivisi e dove tutti devono convivere pacificamente.

Se non si ragiona in tal modo, queste minoranze rischiano di diventare oggetto dell’attività di proselitismo dei terroristi. Invece, la loro integrazione, comporterà la loro educazione alla democrazia, al lavoro, ai diritti e ai doveri della civile convivenza. In altri termini, essi possono diventare pienamente cittadini europei, nel rispetto delle loro singole diversità culturali e religiose.
Si tratta di una necessità di equità sociale sempre più cogente, visto l’imponente flusso migratorio proveniente dalla sponda africana del Mediterraneo. Di conseguenza, deve prevalere un intervento politico che contrasti visioni localistiche e protezionistiche, ormai pericolosamente fuori dal tempo. Soltanto se la società europea saprà condannare questi fermenti di odio e di violenza, sarà possibile contrastare e debellare il terrore.

La condanna al messaggio di odio dei terroristi deve passare anche attraverso i medesimi strumenti di propaganda finora usati dagli jihadisti. Quindi, bisognerà ricorrere a forme di mobilitazione di massa che dovranno attraversare trasversalmente proprio quei social network che hanno svolto da cassa di risonanza dei messaggi di odio e distruzione.

In questi giorni, si è riscontrato che la rete internet, attraverso Facebook, Twitter e gli altri principali social network, ha prodotto rapidamente una immediata risposta al messaggio di odio e terrore lanciato dai terroristi. Si tratta di una novità importante. Infatti, nel 2001, ai tempi dell’attentato alle Torri Gemelle, una simile reazione era impossibile a causa, sia dell’assenza delle attuali reti sociali, sia dell’assenza di consapevolezza collettiva del terrore globale.

In altri termini, la rete ha reso possibile una risposta immediata ed internazionale all’orrore, rendendo evidente come la diretta conseguenza della globalizzazione del terrorismo è stata la globalizzazione della sua condanna.

Si tratta di un atteggiamento condiviso importante ed incoraggiante, poiché la nostra società è ormai dominata dalle immagini e dalla comunicazione. E le immagini di morte che hanno visto come protagonisti i terroristi nei pressi della redazione di Chalie Hebdo sono state sopraffatte dalle coinvolgenti immagini ritraenti migliaia di persone scese spontaneamente in piazza a comunicare la loro alterità da tutto questo odio e da tutta questa violenza, indipendentemente dalle proprie rispettive opinioni politiche e religiose.

Siamo di fronte ad immagini che comunicano l’unione e la solidarietà su cui radicare un messaggio di speranza per uno sviluppo civile e tollerante dell’intera comunità mondiale.

Tale ultima affermazione trova anche riscontro nel fatto che nelle piazze vi erano molti cittadini musulmani, che sono le prime vittime morali di simili attentati. Le autorità islamiche francesi hanno avuto il coraggio di dichiarare senza ambiguità la loro condanna alla violenza, intesa anche come violenza interna alla loro religione. Soltanto in tal modo, è possibile non far ricadere su tutti i musulmani che vivono nei Paesi occidentali il sospetto di una loro possibile connivenza e probabile condivisione dei valori di odio e terrore trasmessi dagli jihadisti.

Nella medesima maniera, dovrebbe agire la politica, liberandosi da ogni atteggiamento ipocrita, come quello che permette di tollerare il fondamentalismo religioso (anche islamico) di certi paesi totalitari, soltanto in nome degli interessi economici.

In estrema sintesi, credo che stiamo vivendo un momento storico cruciale per la storia contemporanea, in quanto il mondo occidentale si trova di fronte ad un bivio. Da un lato, l’Occidente può manifestare i primi segnali di una positiva reazione collettiva all’odio ed al terrore, dall’altro, invece, può abbracciare un pensiero totalitariamente xenofobo, abbandonando il proprio destino agli istinti più bassi e segregazionisti e rinnegando tutto il retaggio della cultura della tolleranza che l’Illuminismo ci ha lasciato. Ricordo a tutti che Voltaire, nel suo celebre “Trattato sulla tolleranza”, ha rinvenuto nell’unione tra l’intolleranza e la tirannia la causa del regresso della società civile.

Dobbiamo ricordare, però, che la nostra ferma risposta a coloro che rappresentano il fanatismo deve agire nel rigoroso rispetto del principio di legalità, che è tanto importante, quanto la tutela delle libertà faticosamente conquistate nei secoli passati.

Uno dei rischi più gravi di questo attacco terroristico è che esso stimoli ulteriormente la xenofobia nei partiti estremisti europei (e non), i quali rappresentano un pericolo per la democrazia, alla stessa stregua dei fanatici islamisti.

Questa strage non deve far guadagnare aderenti alle organizzazioni ed ai gruppi che vorrebbero distruggere l’Europa e farla tornare all’epoca dei nazionalismi intolleranti e xenofobi dell’inizio del XX Secolo. L’Europa potrà fermare questa barbarie soltanto se i suoi cittadini saranno uniti in quest’ora difficile, comunicando un messaggio di tolleranza e rispetto reciproco.

Per il momento, le reazioni dell’opinione pubblica e del mondo politico ci consentono di sperare in un processo positivo. Ovviamente, tale spirito unitario e solidale deve essere quotidianamente coltivato, affinché prevalga anche in futuro.

Possiamo cominciare noi stessi, individuando insieme l’elenco di valori comuni che costituiscono il minimo comune denominatore della nostra società democratica e stigmatizzando tutti gli atti ed i fatti violenti che non possiamo subire. In seguito, bisognerà trasmettere tale humus culturale ed ideologico alle generazioni future, abituandole, sin dai primi anni del loro percorso di istruzione e formazione, alla convivenza ed alla tolleranza tra culture e religioni diverse.

Se il mondo occidentale riuscisse a perseguire tale risultato, il terrorismo scomparirebbe da solo, perché non troverebbe più alcun “terreno fertile” su cui attecchire.

Pertanto, è necessario promuovere con ogni mezzo una cultura di pace e di speranza capace di vincere la paura e di costruire ponti tra gli uomini. Infatti, l’unico bene fondamentale è la convivenza pacifica tra le persone ed i popoli, superando ogni differenza di civiltà, di cultura e di religione.

Personalmente, credo che tutto questo sia ancora possibile. Basta avere la speranza in un mondo migliore e privo di odio e diffidenza verso chi è diverso da noi.

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L’ITALIA PUÒ TORNARE COMPETITIVA?

di Germano De Sanctis

L’economia italiana, al pari di gran parte delle altre economie degli Stati Membri della Unione Europea, non riesce ad uscire dalla crisi economica e finanziaria. Infatti, siamo quotidianamente “bombardati” dagli allarmanti dati sulla costante recessione e dalle costanti previsioni sulla permanente deflazione.

Questa incapacità di uscire dalla crisi è principalmente cagionata dall’assenza di una reale ripresa dell’economia nazionale, la quale, a sua volta, è determinata da una perdurante assenza di competitività.

Per comprendere meglio questa affermazione, basta considerare il fatto che la crisi finanziaria del 2007 ha colpito in modo differente i singoli Paesi europei. Infatti, gli Stati europei che avevano investito nei decenni precedenti nelle aree fondamentali per la crescita economica (come, ad esempio, l’istruzione, la formazione del capitale umano, la ricerca e lo sviluppo etc.) hanno saputo gestire meglio questa difficile fase. Invece, i Paesi denominati dalla poco edificante etichetta di “Pigs” (cioè, Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) hanno subito maggiormente gli effetti negativi della crisi, proprio perché avevano in precedenza dedicato pochissime risorse a questo genere di investimenti. Inoltre, in Italia, la crisi economica è accompagnata anche dalla difficile gestione del proprio debito sovrano. Appare evidente come un simile quadro produca una seria crisi di competitività.

Inoltre, le generiche politiche di austerità finora adottate hanno contribuito ad aggravare i fenomeni recessivi in atto, in quanto, l’Italia, al pari dei Paesi europei che versano nelle sue medesime condizioni, necessita prioritariamente di riforme “strutturali”, capaci di stimolare la crescita.

Tuttavia, in un quadro di così profonda crisi, la crescita non può essere prodotta soltanto facendo ricorso agli investimenti privati in un’ottica di loro autoregolamentazione neoliberista.

Forse è il caso di ragionare sull’utilità di nuove politiche di stampo keynesiano, dove lo Stato interviene nell’aumentare gli investimenti in quei settori capaci di aumentare la produttività e di generare la crescita. In altri termini, lo Stato deve investire sull’istruzione, sulla formazione e sulla ricerca.

Tuttavia, simili politiche d’intervento necessitano di istituzioni pubbliche dinamiche, capaci di assicurare un efficace collegamento tra il mondo scientifico, i settori industriali ed il sistema finanziario. Soltanto in tal modo, si potrà garantire la ricaduta tecnologica della migliore ricerca scientifica, attraverso l’avvio di politiche industriali innovative e supportate da investimenti finanziari a lungo termine.

Personalmente, ritengo che lo sforzo che la BCE intende compiere attraverso il c.d. il “Quantitative Easing” sia un’operazione necessaria, ma non sufficiente. Infatti, tale operazione fallirebbe se la sua iniezione di denaro fosse destinata solo al sostegno del credito. Invece, bisogna dirottare questo futuro aumento di liquidità monetaria verso i settori produttivi dell’economia reale. Però, per raggiungere un simile risultato, è imprescindibile l’intervento delle istituzioni pubbliche, così come l’esperienza passata ha già avuto modo di insegnare. Basti pensare, ad esempio, all’operazione compiuta recentemente negli USA con il programma di misure di stimolo promosso da Barak Obama.

Appare, quindi, evidente che l’Eurozona deve immediatamente elaborare politiche d’intervento unitarie, se non vuole attraversare l’intero 2015, inseguendo un ripresa che, altrimenti, non arriverà mai. Le istituzioni comunitarie ed i Singoli Stati Membri devono avere il coraggio di avviare politiche “solidali” di crescita e sviluppo, capaci di eliminare gli squilibri macroeconomici attualmente esistenti tra le singole economie nazionali. Anche la “locomotiva tedesca” ne beneficerebbe, godendo del maggiore potere di acquisto dei cittadini dell’intero continente europeo, il quale rappresenta, tuttora, il suo principale mercato d’esportazione.

Tuttavia, la competitività non si raggiunge abbattendo i costi della manodopera, ma acquisendo la capacità di produrre in maniera competitiva prodotti di alta qualità, che il resto mondo intende acquistare, ma che non è ancora capace di produrre, o di realizzare con i medesimi standard di fabbricazione.

Pertanto, bisognerebbe ricercare subito le risorse per avviare un simile genere di investimenti, partendo dai fondi strutturali comunitari, che dovrebbero essere prioritariamente destinati all’avvio di progetti innovativi, fattibili e con forti ricadute sociali. Risulta chiaro il fatto che una simile politica comporterebbe anche un necessario ripensamento del ruolo della Banca Europea per gli Investimenti (BEI). Inoltre, bisognerebbe contestualmente rivedere il sistema dei controlli legati a tali finanziamenti. Le Pubbliche Amministrazioni e le imprese degli Stati Membri che ricevono risorse comunitarie devono garantire modalità gestionali adeguate per prevenire ed evitare ogni forma di truffa, nonché per garantire un utilizzo efficace delle medesime. Non sto alludendo all’imposizione di mere politiche di austerity, capaci solo di provocare circoli viziosi di assenza di crescita. Sto alludendo a politiche capaci di verificare ex ante il reale raggiungimento dei risultati attesi.

Tengo a precisare che l’assenza di crescita in Italia non è condizionata soltanto da una Pubblica Amministrazione eccessivamente burocratizzata, ma è anche limitata da un settore privato che da troppo tempo non si distingue più (salvo rare e felici eccezioni) per essere adeguatamente dinamico e innovativo.

Ciò detto, non si può pretendere che il settore privato sia dinamico ed innovativo, in assenza di un settore pubblico altrettanto dinamico e innovativo. Il problema della Pubblica Amministrazione non risiede principalmente nel suo eccesso di burocratizzazione, ma nella sua incapacità (a differenza di molti altri Stati europei) di finanziare adeguatamente l’istruzione, la ricerca e l’innovazione, allo scopo di incrementare lo sviluppo del capitale umano. In altri termini, la Pubblica Amministrazione italiana non è stata finora in grado di favorire l’implementazione di quei settori che determinano la crescita e la produttività.

Ovviamente, il settore pubblico non può determinare da solo l’avvio di una nuova fase di crescita, in quanto necessita di un settore privato capace di raccogliere una simile sfida. Affinché si riesca a garantire una efficace ricaduta tecnologica degli investimenti pubblici in materia di ricerca ed innovazione, vi deve essere un settore privato capace di comprendere e sfruttare le opportunità di profitto offerte dall’innovazione tecnologica, introducendo nuove tipologie di prodotti, la cui utilità marginale è insita nel valore aggiunto del prodotto in sé, e non nel suo basso costo di produzione.

In estrema sintesi, il settore pubblico ed il settore privato devono assumere insieme i rischi della ricerca, per, poi, goderne insieme dei benefici conseguenti.

Questa sinergia tra pubblico e privato in materia di ricerca ed innovazione deve divenire una sorta di cooperazione allargata tra imprese private e Pubbliche Amministrazioni, capace di produrre ricchezza attraverso la crescita della società italiana.

Si tiene a precisare che non si sta delineando un politica economica statalista e/o assistenziale. Si sta solo evidenziando che un sistema di imprese private, per quanto innovativo e dinamico voglia e possa essere, non ha la forza di affrontare da solo alcune tipologie di investimenti aventi ad oggetto ricerche con ricadute tecnologiche ed economiche soltanto di lungo periodo. Invece, tali tipi di investimento devono essere supportati dal settore pubblico, il quale deve avere la forza e la lungimiranza di garantire alla propria economia nazionale una riserva di risorse all’uopo dedicate. Soltanto operando in tal modo, si potrà garantire la crescita necessaria per garantire uno sviluppo sostenibile della società.

L’assenza di un ruolo dello Stato nel promuovere l’innovazione e la ricerca è la ragione dell’entropia di un sistema economico nazionale ed è, altresì, la base di un costante ed irreversibile fenomeno d’impoverimento per assenza di crescita. Pertanto, lo Stato deve svolgere un ruolo essenziale nel sostenere i primi passi dei grandi processi di innovazione, in quanto, di fronte a progetti d’investimento molto ampi ed a lunga gittata, il settore privato non è disposto a correre rischi giudicati troppo alti.

Chiaramente, un simile ragionamento impone un totale ripensamento “culturale” della Pubblica Amministrazione italiana, la quale, fin quanto sarà ritenuta una macchina burocratica inefficiente e parassitaria, difficilmente riuscirà ad attrarre al suo interno figure professionali capaci realmente di innovare.

In estrema sintesi, l’Italia ha smesso di essere competitiva e non riesce ad avere un’economia in crescita, in quanto lo Stato ha smesso di svolgere da troppo tempo il suo ruolo di promotore dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico, supportando adeguatamente le risorse intellettuali disponibili.

Bisogna, quindi, abbandonare le concezioni che vedono l’intervento diretto dello Stato, solo come evento sussidiario di ultima istanza in caso di fallimento del mercato. Infatti, tutte le grandi scoperte tecnologiche hanno sempre visto protagonista lo Stato, nel ruolo di finanziatore iniziale della ricerca scientifica pura, per, poi, “trasferire” le ricadute tecnologiche di tale ricerca finanziata al sistema imprenditoriale privato.

Non è possibile supportare l’innovazione, soltanto attraverso l’abbattimento dell’imponibile fiscale e mediante la riduzione della regolamentazione giuslavoristica. Un prodotto industriale non diventerà mai competitivo, soltanto riducendone i costi di produzione, ma rendendolo appetibile per il mercato, in modo tale che il suo costo di produzione sia rilevante solo relativamente alla quantificazione dei ricavi ottenuti dalla sua vendita. Tale affermazione trova riscontro nell’analisi dei fatti, la quale dimostra esattamente il contrario e, cioè, che l’aumento del costo unitario del lavoro è il diretto risultato del calo della produttività dovuto alla diminuzione degli investimenti pubblici e privati e pubblici in tutti i settori capaci d’incrementare la crescita del capitale umano e lo sviluppo dell’innovazione.

In conclusione l’Italia tornerà a crescere soltanto se il settore pubblico sarà capace di avviare una politica industriale, capace di promuovere lo sviluppo di imprese (anche piccole) innovative, attraverso investimenti a medio e lungo termine.

L’intervento pubblico dovrà essere comunque d’ausilio (e non sostitutivo) dei  pur sempre necessari investimenti privati, i quali dovranno essere, a loro volta, supportati da un settore finanziario finalmente riformato. In tal modo, si potrà ottenere un felice ricongiungimento tra la finanza e l’economia reale, in grado di garantire un lungo periodo di crescita stabile e costante. In altri termini, necessita un intervento del settore finanziario a favore degli investimenti di lungo termine e a supporto dei processi d’innovazione tecnologici e produttivi.

Inoltre, l’economia reale dovrà anche beneficiare di una politica fiscale progressiva (e non regressiva) a lungo termine, posta a sostegno del processo d’innovazione e che esuli da meri tagli orizzontali della tassazione, i quali sono capaci soltanto di favorire gli speculatori.

Infine, lo Stato dovrà attivarsi per costruire un nuovo sistema di dinamiche relazionali con le parti sociali. Soltanto in tal modo, sarà possibile negoziare condizioni migliori per tutti i lavoratori, senza pregiudicare la redditività delle singole produzioni, in un periodo in cui i profitti continuano a crescere in rapporto ai salari. Il mondo sindacale non deve essere confinato in un ruolo di strenuo difensore di diritti acquisiti dalle precedenti generazioni di lavoratori, ma, al contempo, incapace di proporre un modello condiviso di sviluppo. Esso deve essere coinvolto dal settore pubblico nel processo d’innovazione, fino a trasformarlo in un soggetto che contribuisce attivamente all’avvio di una nuova fase di crescita nazionale, trainata dall’innovazione tecnologica e dai nuovi cicli produttivi.

Questa sinergia di interventi dovrebbe infondere al settore privato quel necessario coraggio ad investire nell’innovazione che è ormai assente in Italia da troppo tempo.

In estrema sintesi, l’Italia tornerà a crescere, soltanto se si riscontrerà la presenza congiunta delle politiche pubbliche per l’innovazione, della riforma del settore finanziario e del riconoscimento delle ruolo delle organizzazioni sindacali nella creazione di un nuovo dialogo sociale.

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Pillole di globalizzazione. Il poco noto negoziato per un accordo di libero scambio tra UE ed USA

 

di Germano De Sanctis

 

Riprendiamo con questo post, il nostro “viaggio” nell’economia globalizzata, volgendo la nostra attenzione verso uno dei possibili scenari economici del Ventunesimo Secolo.

 

 

Nella quasi indifferenza dell’opinione pubblica occidentale, l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America hanno avviato un importante negoziato sul libero scambio. Tale negoziato è individuato attraverso la sigla TTIP, la quale è l’acronimo di Transatlantic Trade and Investment Partnership (in italiano, Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti).

Come accennato, si tratta di un progetto di accordo di libero scambio tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America, tuttora in fase di fase di negoziato. Tale progetto di accordo, oltre a prevedere una riduzione delle tariffe in tutti i settori, ha anche l’obiettivo di abbattere le barriere non tariffarie. Con il termine barriere non tariffarie, s’intende indicare sinteticamente l’insieme delle differenze nei regolamenti tecnici, nelle norme e nelle procedure di omologazione. Inoltre, il negoziato sul TTIP vuole anche perseguire l’apertura di entrambi i mercati ai servizi, agli investimenti ed agli appalti pubblici.

Le opinioni sul TTIP sono discordanti. Infatti, da un lato vi sono i suoi sostenitori, i quali sono convinti che tale accordo favorirà la crescita economica degli Stati partecipanti. Dall’altra, vi sono i suoi i critici, che sostengono che esso aumenterà il potere delle multinazionali e renderà più difficile ai Governi nazionali il controllo dei mercati per massimizzare il benessere collettivo.

A seguito della divulgazione di una prima bozza del TTIP nel mese di marzo 2014, la Commissione Europea ha avviato una serie di consultazioni pubbliche, limitando, però, l’oggetto di esse ad un numero limitato di clausole contenute nell’accordo in questione.

La bozza del TTIP contiene limitazioni sulle leggi che i Governi partecipanti potrebbero adottare per regolamentare diversi settori economici, con particolare riferimento alle banche, alle assicurazioni, alle telecomunicazioni ed ai servizi postali.

Inoltre, è previsto che qualsiasi entità economica privata, se espropriata dei suoi attuali investimenti, avrebbe diritto a compensazioni a valore di mercato, aumentate di interesse composto. Coerentemente, le entità economiche private potrebbero promuovere azioni legali contro i Governi in presenza di violazione dei loro diritti.

Infine, verrebbe ammessa anche la libera circolazione dei lavoratori in tutti gli Stati firmatari dell’accordo in questione, creando, di conseguenza, il più grande mercato del lavoro del mondo, sottoposto ai medesimi diritti e doveri . Si tratterebbe di un’innovazione le cui conseguenze giuridiche, economiche e sociali segnerebbe le future dinamiche relazionali di una fetta rilevante della popolazione mondiale.

In altri termini, il TTIP è molto più di un semplice trattato commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti d’America, in quanto potrebbe influenzare la vita di milioni di consumatori. Tuttavia, nonostante la sua rilevanza strategica per il commercio globale, senza un convinto sostegno da parte dei Governi interessati, la sua definitiva stipulazione non potrà avvenire in tempi brevi.

Infatti, il TTIP rappresenta il più ambizioso tentativo di accordo di libero scambio nella storia. Basti pensare che esso riguarderebbe il 45% del PIL mondiale, ma, ancor di più, il TTIP costituirebbe un valido strumento per abbattere le barriere non squisitamente tariffarie, vale a dire le normative che ostacolano la libera circolazione delle merci. Appare evidente come un simile accordo potrebbe condizionare significativamente l’evoluzione degli scambi commerciali del Ventunesimo Secolo.

Come detto, poc’anzi, sono evidenti i potenziali benefici di una tale liberalizzazione del commercio transatlantico. Ad esempio, uno studio realizzato nel mese di marzo 2013 dal Centre for Economic Policy Research ha ipotizzato che, qualora il TTIP riuscisse a produrre gli auspicati benefici macroeconomici, una famiglia media europea composta di quattro persone potrebbe aumentare il proprio reddito netto di circa € 545 all’anno entro il 2027, in virtù della riduzione dei prezzi e dell’aumento della produttività.

 

 

Tuttavia, attualmente, non vi è alcuna certezza circa la sicurezza di un esito così positivo del TTIP, in quanto le difficoltà da superare sono veramente ancora tante.

In primo luogo, vi è incertezza sulla natura stessa dell’accordo che si andrà a stipulare. Ad oggi, non si sa ancora se il TTIP sarà un accordo globale capace di garantire un’autentica liberalizzazione delle barriere non tariffarie, oppure sarà un accordo “leggero”, limitato al semplice taglio dei dazi doganali

Inoltre, appare evidente, sin d’ora, che il TTIP non influenzerebbe in maniera omogena i vari settori produttivi. Se da un lato, l’industria manifatturiera (ed, in particolare, quella automobilistica) e quella chimica (in particolare, quella farmaceutica) avrebbero molto da guadagnare dalla stipula dell’accordo in questione, il settore agrolimentare (specialmente quello operante nei Paesi mediterranei dell’Unione Europea) potrebbero soffrire dall’abbattimento delle barriere tariffarie (e non) e della diffusione dei prodotti alimentari OGM di origine statunitense, perdendo il valore aggiunto della sua filiera ecocompatibile (che, però, comporta costi aggiuntivi non concorrenziali). Ovviamente, vi è assoluta incertezza anche su come i singoli Governi intendano mitigare questi effetti negativi.

Inoltre, ad incrementare il senso d’incertezza concorre anche la totale assenza di un dibattito pubblico sul TTIP, la cui comunicazione è stata finora affidata alla sola Commissione Europea, mentre i Governi interessati dovrebbero impegnarsi maggiormente per spiegare il progetto di accordo alla propria opinione pubblica.

Oltre alle sue incertezze, il negoziato sul TTIP si sta caratterizzando anche per il serrato e dialettico confronto che sta producendo il tentativo di armonizzare i regolamenti e di rimuovere le barriere non tariffarie. Tale confronto si sta dimostrando un terreno di scontro molto più accidentato di quello concernente i meri dazi doganali.

A tal proposito, si possono fare molteplici esempi. In primo luogo, si può pensare alla regolamentazione sulla sicurezza degli autoveicoli normata diversamente nel mercato statunitense ed europeo, costringendo i costruttori impegnati in entrambi i mercati a rispettare prescrizioni normative molto differenti. Orbene, premettendo che non è possibile statuire se sia più sicura un automobile europea rispetto ad una statunitense e viceversa, la unificazione delle norme in materia di sicurezza degli autoveicoli diminuirebbe significativamente i costi di produzione e, di conseguenza, il prezzo di vendita del prodotto in questione ai consumatori.

Venendo al tema della sicurezza agroalimentare, bisogna subito evidenziare come le indicazioni geografiche protette finora riconosciute solo dall’Unione Europea (come, ad esempio, “prosciutto di Parma”, o “parmigiano reggiano”) sarebbero finalmente legalmente valide anche negli Stati Uniti d’America, sconfiggendo definitivamente le contraffazioni (come, ad esempio, il “parmesan”) e favorendo il riconoscimento di un valore aggiunto alle esportazioni europee afferenti tale settore produttivo.

Pertanto, il maggiore fattore d’incertezza circa l’effettiva realizzazione del TTIP riguarda il fatto che esso intende abbattere tali barriere non tariffarie, le quali sono un ostacolo molto più difficile da superare rispetto ai dazi doganali, ma che, al contempo, sono percepite dalle imprese come elemento d’intralcio all’effettivo esercizio del libero scambio di beni e servizi.

Tuttavia, a fronte di queste difficoltà ed incertezze, i pochi esempi finora riportati evidenziano

 

 

anche il vero valore aggiunto del TTIP, in quanto esso non è un accordo di commercio internazionale avente ad oggetto la mera vendita dei prodotti dei singoli Stati aderenti, bensì è un accordo che verte sulle modalità di produrre beni e servizi in forma omogenea e condivisa, a partire dalla regolamentazione sottesa ad ogni ciclo produttivo.

In estrema sintesi, il TTIP rappresenta un progetto politico finalizzato alla promozione di nuovi e più intensi rapporti tra Unione Europea e Stati Uniti d’America. Infatti, una volta approvato, il TTIP costituirebbe la base fondativa delle nuove regole del commercio del Ventunesimo Secolo, generando una visione dinamica delle stesse, attraverso un futuro dialogo permanente tra Stati in cui tali regole verranno discusse e attuate.

Anzi, alla luce della dirompente crescita delle economie dei Paesi emergenti, il TTIP potrebbe rappresentare l’ultima occasione per i singoli Stati membri dell’Unione Europea per conservare una propria capacità d’influenza nella definizione delle norme di commercio globale.

Personalmente, ritengo che il fallimento del progetto in questione condannerebbe l’Europa all’irrilevanza economica e politica, accentuando il declino già avviato nel corso del Secolo scorso con la fine dell’eurocentrismo.

Proprio al fine di evitare questa potenziale marginalità del Vecchio Continente, il TTIP non dovrà essere pensato come un accordo chiuso e con finalità protezionistiche, ma, anzi, dovrà essere costruito come una forma di cooperazione commerciale internazionale aperta a tutti i Paesi terzi che eventualmente volessero parteciparvi in futuro, ovviamente, nel rispetto delle modalità appropriate di adesione.

Tale ultima affermazione, trova ancor più fondamento se si considera il fatto che gli Stati Uniti d’America stanno contemporaneamente negoziando anche un altro accordo, Si tratta del Trans-Pacific Partnership (TPP), il quale garantirebbe un partenariato commerciale transpacifico che interesserebbe dodici paesi (Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Singapore, Malaysia, Brunei, Vietnam, Cile, Messico, Perù). Si tratta di un accordo commerciale politicamente più difficile da concludere, in quanto coinvolgerebbe Stati connotati da salari più bassi di quello statunitense e dall’assenza di norme di tutela ambientala e di sicurezza sui luoghi di lavoro.

Tuttavia, tali ultime considerazioni devono fare i conti con il fatto che il negoziato sul TTIP coincide temporalmente con una fase di ripensamento critico del fenomeno della globalizzazione, a seguito dei sempre più emergenti riflussi nazionalisti, che hanno prodotto una diffidenza dell’opinione pubblica del Vecchio Continente nei confronti della tecnocrazia dell’Unione Europea. Le ultime elezioni per il Parlamento Europeo hanno fotografato chiaramente questa situazione, segnando la forte avanzata delle correnti politiche euroscettiche e fortemente protezionistiche. Nel frattempo, gli Stati Uniti d’America si stanno avviando alle c.d. elezioni di “medio termine”, le quali concorreranno a rendere il quadro meno chiaro finché non si saranno svolte.

In questo quadro, s’inserisce, complicando il quadro generale, la volontà statunitense di utilizzare il TTIP ed il TPP anche per contenere l’espansione economica e commerciale della Cina, od almeno per spingere quest’ultima ad impegnarsi più seriamente in iniziative di commercio globale.

 

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GOOD COUNTRY INDEX: IL PAESE MIGLIORE DEL MONDO, A SORPRESA, È L’IRLANDA.

È l’Irlanda il Paese migliore del mondo. A stabilirne il primato è la classifica del primo Good Country Index, realizzato da un team di esperti, che ha raccolto i dati dell’Onu, della Banca Mondiale e di altre organizzazioni internazionali. Sebbene soltanto ieri la Commissione Europea abbia rinnovato al Governo irlandese l’appello a rispettare le misure di austerità e a rafforzare il consolidamento fiscale nonostante i segni di ripresa economica (Pil in crescita dell’1%), oggi la nazione, che – lo ricordiamo – insieme a Italia, Spagna, Grecia e Portogallo, era annoverata tra i cd. PIIGS, può, finalmente, festeggiare il titolo di miglior Paese del mondo.
E noi? Saremo stati promossi o bocciati? Scopriamolo insieme…

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di Michele De Sanctis

LONDRA – Sono oltre 35 i parametri valutati dal Good Country Index: dalla qualità della vita alla tecnologia fino alla cultura. E l’Irlanda primeggia su tutti, in particolare per quanto riguarda prosperità ed eguaglianza, risultando il Paese che più di ogni altro è capace di offrire un maggior contributo all’umanità e al pianeta. Nella classifica generale (che vede 125 Paesi valutati) è seguita da Finlandia, Svizzera, Olanda, Nuova Zelanda, Svezia, Gran Bretagna, Norvegia, Danimarca e Belgio. In fondo alla classifica generale troviamo Iraq, Vietnam e Libia, segnati da conflitti e povertà.

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Per creare l’elenco, i ricercatori, guidati da Simon Anholt, hanno preso in considerazione la dimensione economica di ogni Paese e ne hanno quindi valutato i contributi globali a scienza e tecnologia, cultura, pace e sicurezza internazionale, ma anche per quel che interessa il clima, il rispetto del pianeta e il benessere della popolazione.
Gli esperti hanno dichiarato che l’indagine non ha l’obiettivo di esprimere giudizi morali sui diversi Paesi del mondo, quanto piuttosto quello di riconoscere l’importanza di contribuire al bene comune in una società globalizzata e di accendere un vero e proprio dibattito su quale sia lo scopo di ogni Paese.
“Tutto il mondo è connesso come mai prima d’ora, ma i Paesi agiscono ancora come se ognuno si trovasse sul proprio pianeta privato” – ha dichiarato a tal proposito Anholt – “È tempo che i Paesi inizino a considerare le conseguenze internazionali delle loro azioni; se non lo faranno, le sfide globali, come il cambiamento climatico, la povertà, la crisi economica, il terrorismo, la droga e le pandemie, potranno solo peggiorare.”

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Ma quali sono gli aspetti che hanno portato il Paese più verde (ma non più al verde) d’Europa in vetta alla classifica? L’Irlanda si è distinta principalmente per l’attenzione ai diritti, alla prosperità e all’uguaglianza. L’isola è, infatti, al settimo posto per quanto riguarda la cultura, al nono posto nel settore salute e benessere e in quarta posizione dal punto di vista dell’ordine internazionale. Le posizioni di Irlanda e Finlandia erano quasi equivalenti, ma l’Irlanda si è distinta soprattutto per il proprio contributo ai diritti umani a e al benessere dell’umanità.

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È, dunque, per il maggior contributo globale offerto alla qualità della vita sul nostro pianeta, come si accennava poco fa, che l’Irlanda supera qualsiasi altro Paese del mondo.

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Tra i Paesi in via di sviluppo, invece, il Kenya è l’unico Stato africano ad essere rientrato tra i primi 30 posti in classifica. Nell’indice generale si trova al ventiseiesimo posto. Il Kenya viene considerato un esempio da seguire, in quanto dimostra che un contributo significativo alla società non è affatto appannaggio esclusivo delle nazioni ricche.

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E l’Italia, come si sarà piazzata? Il Bel Paese ottiene il ventesimo posto nella classifica generale e batte gli Stati Uniti, che raggiungono solo il ventunesimo. Nelle singole categorie, poi, l’Italia si piazza al diciannovesimo posto per salute e benessere, al ventiduesimo per cultura e al trentottesimo per scienza e tecnologia. Scende, invece, alla posizione numero 102 per quanto concerne il contributo alla pace e alla sicurezza internazionale.

Clicca QUI per vedere tutta la classifica del Good Country Index.

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A El Salvador accusa di omicidio aggravato per le donne che scelgono l’aborto

 

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di Luigia Belli

 

 

A El Salvador, piccolo stato dell’America Centrale, stretto tra il Guatemala e l’Honduras e bagnato dalle acque dell’Oceano Pacifico, è proibita qualsiasi forma di aborto, fin anche nei casi in cui la gravidanza pone in pericolo la vita della madre o ne mina gravemente la salute. Attualmente sono 17 le donne che stanno scontando una pena che oscilla tra i 30 e i 40 anni di carcere per aver commesso ciò che la legge salvadoregna bolla come omicidio aggravato ai danni dei propri figli. Altre 18 donne stanno affrontando il processo che le vedrà condannate senza scampo.

 

Morena Herrera, una delle leader femministe del paese, ha promosso la fondazione di un movimento territoriale il cui obiettivo è quello di realizzare attività in difesa delle donne vittime di questo assurdo sistema. La Herrera, in collaborazione con il Gruppo per la Depenalizzazione dell’Aborto a El Salvador, si sta impegnando in prima persona per ottenere l’indulto per le donne che hanno subito condanne pluriennali per fatti legati all’aborto.

 

El Salvador non è l’unico Paese dell’America Latina ad applicare norme altamente restrittive per l’aborto. Altri sei Paesi ne seguono l’esempio, arrivando a proibire l’aborto anche nel caso in cui la gravidanza sia frutto di una violenza sessuale nei confronti della donna o, addirittura, in caso di gravidanza ectopica, ovvero quando l’impianto dell’embrione avviene in sedi diverse dalla cavità uterina che, se non riconosciuta ed affrontata in tempo, può portare a conseguenze gravissime per la donna, fino ad avere un esito letale. La Herrera sottolinea che, stando ai pareri scientifici, una emorragia causata da una gravidanza ectopica equivale ad una ferita da arma da fuoco nel ventre di una donna. E, di fatto, a El Salvador si contano numerose donne decedute a seguito della mancata estirpazione dell’ovulo fecondato in caso di gravidanza ectopica. Stando ai dati ufficiali, nel 2012, a El Salvador, 5 donne sono rimaste vittime di gravidanze ectopiche. Mentre, nel 2013, vi sono state ulteriori 13 donne morte a causa della mancata interruzione della gravidanza.

 

Delle 17 donne condannate, la maggior parte ha perso il proprio bambino a causa di un parto precipitoso. La Herrera spiega che molte di queste donne, vivendo in sacche di povertà e marginalità, non aveva realizzato nessun controllo prenatale. Addirittura, non sono state loro a rivolgersi all’ospedale, bensì vi sono state portate da familiari che, in molti casi, le avevano trovate sanguinanti in casa. Dall’ospedale, queste donne sono state direttamente trasferite in procura per essere sottoposte ad un processo in direttissima per omicidio aggravato, che prevede da 30 a 40 anni di carcere. Sembra davvero paradossale che siano gli stessi medici, a discapito del segreto professionale che dovrebbero rispettare come valore, innanzi tutto, etico, a realizzare le denunce. Inoltre, è bene segnalare che, in nessuno dei 17 casi di condanna, le imputate avevano volontariamente interrotto la gravidanza e che, comunque, in nessuno dei 17 casi sono state addotte prove dirette. A rendere ancora più grave la situazione, infine, è bene evidenziare che le condanne, sin da subito, sono state rese definitive senza appello. Pertanto non c’è possibilità alcuna di appellarsi alla sentenza. Un cartello di organizzazioni femministe del territorio si sta impegnando in prima linea per ottenere un indulto presidenziale, che rappresenta l’unica via giuridica per restituire libertà e dignità alle donne processate. Al contempo, si sta lavorando a pieno ritmo per intercedere presso le autorità, affinché le donne che attualmente stanno affrontando il medesimo processo abbiano la possibilità di evitare pene a lungo termine.

 

 

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IN BOLIVIA MORALES VUOLE IL MARE

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di Luigia Belli

Il Presidente della Bolivia, Evo Morales, si è recato personalmente, il 17 aprile di quest’anno, alla sede della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) dell’Aja per reclamare l’accesso sovrano al mare e presentare una denuncia contro il Cile. La decisione di procedere formalmente contro il paese limitrofo è stata annunciata questo 23 marzo, in occasione delle celebrazioni del “Día del Mar”, data in cui si ricorda la sconfitta boliviana per mano cilena nella Guerra del Pacifico (1879-1884) che costò alla Bolivia la perdita del suo litorale. In quell’occasione, 135 anni fa, la Bolivia perse 420 kilometri di costa sull’Oceano Pacifico e 120.000 kilometri quadrati di litorale.

Infatti, dagli inizi del secolo scorso, la Bolivia reclama il recupero almeno di una parte di tale territorio, a suo avviso ingiustamente usurpato dai cileni. Da allora, ogni 23 marzo si celebra il Día del Mar per rendere omaggio al più grande eroe boliviano, Eduardo Abaroa, ucciso a Calama, il primo paese boliviano che oppose resistenza al passaggio delle truppe cilene che invasero il territorio boliviano il 14 febbraio 1879 partendo dal Porto di Antofagasta.

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Tali accadimenti trasformarono il paese andino nell’unico paese del Cono Sud, oltre al Paraguay, a non avere un accesso sul mare e, nel corso dei decenni successivi, resero i rapporti tra i due paesi altalenanti e piuttosto agitati. Di fatto, oggi la Bolivia e il Cile hanno relazioni puramente commerciali e, tra l’altro, anche dense di tensioni. Le relazioni diplomatiche, invece, sono state formalmente interrotte nel 1962 a seguito della deviazione unilaterale del fiume Lauca, frutto di una politica imperialista del Cile. Per un breve periodo, nel 1975, vennero riattivate dai generali Augusto Pinochet e Hugo Banzer, entrambi Presidente de facto, ma vennero nuovamente sospese dalla Bolivia tre anni dopo.

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Oggi, invece, dopo decenni, Evo Morales torna formalmente a dialogare con il Cile, cercando di creare un dialogo con la Presidente Michelle Bachelet, cavalcando il suo principale cavallo di battaglia in politica estera in vista delle nuove elezioni presidenziali, che avranno luogo in Bolivia nel prossimo mese di ottobre.
Nel discorso tenuto il 23 marzo, Morales ha assicurato che, aldilà della denuncia formale presentata al Tribunale dell’Aia, la Bolivia non sospenderà il dialogo bilaterale avviato con il Cile; tuttavia, segnalò, “nonostante 132 anni di sforzi e di dialogo, la Bolivia non ha un accesso sovrano al Pacifico e, di fronte a tale realtà, è necessario fare un passo storico per riaccendere la speranza e assicurare benessere ai cittadini boliviani”. Ma, aldilà dell’orgoglio ferito dei boliviani, in che misura, effettivamente, la carenza di un accesso al mare ha condizionato lo sviluppo del paese? La BCC ha realizzato una inchiesta finalizzata, appunto, a quantificare la perdita e si è rivolta ai settori che sembrano essere i più danneggiati da tale situazione geo-politica.
“L’isolamento a cui è condannato il paese ci impedisce di esportare il gas in Asia o al nord” – ha commentato Carlos Orías, portavoce del Ministero per gli Idrocarburi, parlando della principale ricchezza naturale che possiede il suo paese. Orías spiega che è difficile fare un calcolo preciso di quanto costa alla Bolivia il limite geografico, tuttavia, facendo una stima comparativa, invita a fare una valutazione di massima: “se si calcola che la Bolivia riceve circa 300 milioni di dollari americani al mese per il gas venduto al Brasile e all’Argentina, diventa chiaro quanto potrebbe guadagnare se si aprisse a nuovi mercati”.
La Camera Nazionale per le Esportazioni della Bolivia (CANEB), a sua volta, sottolinea che la carenza di una zona portuale propria ha fatto sì che i prodotti boliviani perdessero competitività. La Direttrice del CANEB, Mariana Zamora Guzmán, ha spiegato che “le materie che esportiamo aumentano di prezzo perché dobbiamo innanzi tutto trasportarle fino al porto di un altro paese e ciò, inoltre, ritarda anche i tempi di spedizione”. Nonostante tale limite, la grande richiesta internazionale di certi prodotti, tra cui annoveriamo il legno, la soia e i minerali, ha fatto sì che le esportazioni boliviane crescessero comunque.
Inoltre, non avendo un porto proprio, la Bolivia perde i possibili guadagni, in termini di dazi e spese doganali, per i prodotti in ingresso nel paese.

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Il Responsabile del commercio estero della Camera Nazionale del Commercio della Bolivia, José Endara, ha evidenziato che tutte le spese burocratiche vengono ovviamente pagate ad un terzo paese, in questo caso il Cile. Ciò perché la maggior parte dei prodotti che entrano ed escono dalla Bolivia passa dal porto di Arica, nel nord del Cile. Benché il porto di Arica sia zona franca, i prodotti devono comunque essere trasportati in Bolivia e la città boliviana più vicina ad Arica è Oruro, a circa 5 ore di viaggio dalla costa cilena. Inoltre, la Bolivia, ad Arica, poiché il porto non è suo, non dispone di depositi e container dove stivare i propri prodotti.
Tutti i settori consultati sono d’accordo sul fatto che la carenza di uno sbocco sul mare ha causato alla Bolivia una perdita economica di gran rilievo, tuttavia in molti ammettono che il mancato sviluppo commerciale del paese è dovuto anche ad altro: “Pur essendo indiscutibile che l’assenza di un porto proprio ha condizionato il nostro sviluppo, la verità è che, in questo momento, il nostro paese non è pronto per esportare idrocarburi in Asia o in altri, nuovi mercati oltre oceano poiché non dispone delle infrastrutture adeguate e necessarie per trasportare i prodotti fino al litorale”, ha illustrato Orías. E’ per questo motivo che attualmente la Bolivia esporta il gas solo in Argentina e in Brasile e sta pianificando un’espansione del mercato in altri paesi limitrofi o vicini, per esempio il Paraguay e l’Uruguay. Di fatto, la maggiore quantità di idrocarburi è estratta nell’est del paese e la Bolivia non dispone dei condotti necessari per trasportare i prodotti lungo i 2000 kilometri (parte dei quali interessano la Cordigliera Andina) che distanziano i luoghi di estrazione dalla costa.
Nel frattempo, però, il Cile ha usufruito di tutti i benefici legati allo sfruttamento e vendita di prodotti naturali – quali lo zolfo e il salnitro – estratti su territori una volta boliviani e ambiti storicamente da molte imprese britanniche che, secondo alcuni storici, illo tempore spinsero il Cile all’invasione. Sul territorio una volta appartenente alla Bolivia si trovano enormi giacimenti di rame che hanno rappresentato e rappresentano ancora il grande traino dell’economia cilena.

Infine, una nota sulla deviazione del fiume Lauca, che nasce in Cile e, precedentemente, sfociava in Bolivia. Le imprese cilene sfruttano a pieno le acque sorgive del fiume per venderle a tutto il nord del paese e, in questi anni, il Governo cileno non ha mai riconosciuto nessun emolumento alla Bolivia.
“Il mare che chiediamo per amore alla giustizia è il mare dei popoli, non è il mare di piccoli gruppi. È il mare per la nostra patria, è il mare irrinunciabile”, ha così chiuso Morales di fronte alla stampa che lo ha ricevuto in Olanda.

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Grecia: il ritorno alla terra.

Dopo sei anni di recessione la Grecia è ormai esangue. Come ultima istanza davanti alla disperazione sempre più giovani stanno tornando alla terra. Con successi ma anche delusioni.

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Tratto da Le Courrier des Balkans, pubblicato originariamente il 14 aprile 2014, di Pavlos Kapantais , postato su Osservatorio Balcani e Caucaso il 23 aprile 2014

Sono ormai sei anni che la Grecia è in recessione e quattro che ha subito la cura austerità imposta dalla Troika. La disoccupazione, esplosa durante la crisi, è di gran lunga la più elevata in tutta la zona euro. Secondo Eurostat arriva ormai al 27,5% e supera il 58% tra i giovani.
Una delle rare porte di sicurezza per sfuggire dalle conseguenze della crisi è il ritorno alla terra. Non stupisce se si considera che l’agricoltura è rimasta il settore primario dell’economia greca sino al 1970, prima di perdere progressivamente terreno rispetto all’industria e ai servizi.
Anche se è difficile inquadrare il fenomeno con certezza dato che il ministero dell’Agricoltura non ha effettuato alcun censimento e verifica – e quindi quando si danno cifre significa entrare nel campo delle supposizioni – il fenomeno è reale. Stime ufficiose di vari organismi sindacali parlano di circa 40.000 nuovi contadini dal 2010. “La maggior parte di loro sono giovani che si ritrovano senza lavoro a causa della crisi e che rifiutano di rimanere a braccia incrociate ad attendere la ripresa”, afferma Ilias Kantaros, agronomo.

Dal solare ai limoni

Giannis è uno di loro. Due anni fa aveva una piccola azienda di pannelli fotovoltaici. Aveva avuto l’idea di investire nell’energia pulita ancora quand’era all’università. In quel periodo lo stato greco favoriva lo sviluppo di energie rinnovabili e si promettevano carriere sicure e ricche a chi decideva di specializzarsi in questo specifico campo.
Ora invece Giannis è ritornato a coltivare i campi del nonno, morto qualche anno fa, e produce e vende limoni ed arance. Nonostante i diversi programmi di sostegno promessi dal governo per tutti coloro i quali, come lui, hanno avviato una nuova attività in agricoltura, Giannis non è ancora ufficialmente agricoltore. “Rischia di costarmi molto più dei vantaggi che potrei avere”, si giustifica.
Per vendere i suoi prodotti Giannis utilizza una licenza di sua madre. Dopo il suo primo anno completo di attività è riuscito a guadagnare abbastanza per poter vivere di quest’attività. E soprattutto “questa vita mi piace”. “Si ritorna all’essenziale: aria fresca, natura, attività fisica. Mio nonno sarebbe fiero di me!”.

Non è facile

Ciononostante questa modalità di ritorno alla terra non è senza rischi perché se le possibilità di riconversione sono reali, occorre fare attenzione agli specchietti per le allodole. “Numerosi consiglieri mal intenzionati approfittano dell’angoscia delle persone che si ritrovano improvvisamente senza risorse per proporre loro colture che non hanno sostenibilità finanziaria in Grecia”, sottolinea Ilias Kantaros.
Queste colture sono in particolare prodotti esotici, per i quali la domanda è molto debole sul mercato greco mentre il loro costo di produzione in Grecia è molto superiore che in altri paesi. Si rivelano in realtà investimenti più sicuri la coltivazione di colture tradizionali quali frumento e lenticchie.
La sola eccezione alla regola sembra essere l’allevamento di lumache. La ragione è semplice: la domanda nel mondo supera ancora l’offerta. Vi è quindi la certezza di riuscire a vendere tutto quanto si produce.

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Imparare dalle lumache

Aggeliki Miha, 33 anni, alleva lumache ormai da tre anni. Era croupier al casinò di Loutraki durante gli anni d’oro dell’economia greca e si è trovata disoccupata nel 2009.
Nel 2011, stanca di cercare invano un lavoro decente, Aggeliki ha deciso di investire tutti i suoi risparmi per diventare allevatrice di lumache. Per farlo, ha chiesto al padre di cedergli una parte di un terreno di famiglia e ha affittato un altro terreno per riuscire a produrre, a partire dal primo anno, due o tre tonnellate di lumache. Inoltre è stata obbligata a tornare a vivere a casa dei genitori nel suo villaggio natale, Perahora, con i suoi due figli. Suo marito invece è rimasto a Tebe, dove continua a lavorare in una fabbrica.
Da allora Aggeliki ha imparato molto, ma non è ancora riuscita a far quadrare i conti. Alcuni errori da debuttante dovuti alla fretta di progredire il più rapidamente possibile l’hanno portata nei primi due anni ad una produzione ben inferiore a quanto auspicato. Ma nonostante questo resta fiduciosa: è riuscita a vendere tutto ciò che ha prodotto.
Ormai è ben entrata nel ruolo e spesso viene invitata a conferenze per dare consigli a chi volesse tentare la stessa avventura. “E’ una forma di riconoscenza che mi fa realmente piacere. E spero veramente di riuscire ad aiutare la gente a non fare i miei stessi errori”.
Una mentalità di cooperazione che sarà fondamentale per costruire la Grecia di domani.

Fonte: Osservatorio Balcani e Caucaso

A 50 ANNI DAL COLPO DI STATO, IL BRASILE RILANCIA IL DIBATTITO SULLA DITTATURA CHE CAMBIÓ IL VOLTO DEL SUDAMERICA

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di Luigia Belli

Esattamente 50 anni fa, il 31 marzo del 1964, un feroce colpo di stato spazzò via il governo del Presidente João Marques Goulart, un “trabalhista” che era alla guida del paese dal 1961. Minacciato da un’inflazione galoppante (l’80% nel 1963), Goulart pensò di salvare il paese proponendo una riforma agraria radicale, in un paese organizzato in enormi latifondi, e nazionalizzando le compagnie petrolifere, ma tali progetti gli valsero le accuse di essere “al servizio del comunismo internazionale”. Ciò fu sufficiente per giustificare il violento golpe militare guidato dal maresciallo Humberto Branco e appoggiato dal governo degli Stati Uniti. Iniziò, così, un regime militare che durò ben 21 anni e che inaugurò una serie di violente dittature di destra nell’intero continente latino americano.

Oggi, a 50 anni di distanza, il dibattito sulla dittatura di Branco è quanto mai vivo. La partecipazione di civili al colpo di stato e la giustificazione della violenza, dettata dalla necessità di difendere la democrazia contro i rischi del comunismo, sono ancora oggi oggetto di discussione e controversie. Lo storico Daniel Aarao Reis che, all’epoca dei fatti aveva 24 anni e decise di partecipare ad un gruppo di resistenza armata contro il nuovo regime militare, spiega: “Si giustificò il colpo di stato con il discorso della difesa della democrazia, che era minacciata dalle riforme di Jango (n.d.t. soprannome popolare di Goulart) e dal rischio di comunismo. I leader delle lobby, molti ecclesiastici, grandi e piccoli imprenditori e politici si schierarono a favore del colpo di stato che, per questo, fu sostenuto da un fronte molto eterogeneo”. Lo storico afferma che, per tali ragioni, preferisce definire la dittatura brasiliana come “civile-militare”.

La settimana scorsa è stata organizzata una nuova edizione della “Marcia della Famiglia con Dio e per la Libertà”, con una scarsa affluenza (circa un migliaio di persone), per commemorare quella che ebbe luogo il 19 marzo del 1964, quando 500.000 persone scesero in piazza per marciare contro il governo di Goulart e a sostegno di un intervento dei militari. Questa marcia, che vide la partecipazione massiva di semplici cittadini, legittimò di fatto il colpo di stato che ebbe luogo due settimane dopo. Al contempo, in questi stessi giorni, la città di San Paolo ospita la “Veglia per la libertà”, una kermesse artistica in cui, attraverso varie forme d’arte, si ricorda il sacrificio di migliaia di cittadini che lottarono per riconquistare le libertà perdute. Due volti dello stesso paese, due letture opposte che oggi riflettono la stessa spaccatura che divideva il Brasile 50 anni or sono.

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L’ex Presidente del Brasile, Lula da Silva, che venne fatto prigioniero durante la dittatura militare, partecipa anche lui al dibattito in corso nel paese. Egli ha pubblicamente affermato l’importanza di ricordare l’avvento della dittatura per poter meglio apprezzare la democrazia che oggi governa il paese. Ha aggiunto: “Solamente un governo democratico può permettere che una ex-condannata dal regime militare possa arrivare alla presidenza del paese”, riferendosi ovviamente a Dilma Roussef, attuale Presidente del Brasile e prigioniera politica negli anni bui e vittima di tortura.

Tuttavia, aldilà dell’attuale dibattito, è interessante rilevare un dato statistico pubblicato in questi giorni dall’autorevole testata giornalistica “O Estado de Sao Paulo”: il 90% dei cittadini brasiliani considera che il colpo di stato del ’64 “appartiene ormai alla storia del paese”. Per comprendere meglio questo dato, bisogna osservare che dei circa 200 milioni di abitanti del Brasile, approssimativamente 160 milioni sono nati dopo il colpo di stato. Un paese giovane, come tutti i paesi del continente latino-americano, dove la maggior parte della popolazione non era neanche nata quando Goulart è stato ingiustamente e violentemente destituito. Ma il Brasile è anche l’unico paese del Cono Sud dell’America Latina a non aver mai sottoposto a giudizio i golpisti. Virgilio Arraes, professore di storia all’Università di Brasilia, spiega che “in Argentina, in Cile e in Uruguay c’è stata una restituzione della verità e chi ha asservito il colpo di stato è stato giudicato in Tribunale. In Brasile, invece, c’è stata una transizione democratica nel 1985 e le élite del paese hanno deciso di far cadere tutto nell’oblio, un po’ come è accaduto in Spagna. Oggi, la maggior parte della popolazione ha meno di 30 anni e non ha alcuna relazione con quel periodo”. L’unico passo significativo che il Brasile ha compiuto per far luce sui lati più oscuri degli anni della dittatura è l’insediamento di una commissione nel 2012, la Commissione per la Verità, voluta da Dilma Roussef, che dovrebbe concludere i propri lavori entro dicembre di quest’ anno. “Questa Commissione è l’ultima opportunità che il nostro paese ha per fare luce sulla nostra storia: la relazione finale ci permetterà di progredire o, al contrario, seppellirà definitivamente questa parte della storia così importante per il Brasile”, ha concluso Jair Krischke, presidente del Movimento Giustizia e Diritti Umani, che ha dedicato interi decenni a fare indagini sulla dittatura brasiliana.

 

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La figlia di Salvador Allende, la prima donna alla Presidenza del Senato cileno

 

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di Luigia Belli

Isabel Allende Bussi, la minore delle tre figlie del deposto presidente cileno Salvador Allende, morto suicida l’11 settembre 1973 durante il sanguinoso colpo di stato guidato da Augusto Pinochet, è stata eletta Presidente del Senato l’11 marzo scorso. La senatrice socialista, con il suo nuovo incarico, ha scritto una pagina importante nella storia della politica cilena: è la prima donna a rivestire l’incarico di Presidente da quando il Senato venne fondato, nel 1812, ai tem pi della “Patria Vieja”. Il suo primo pensiero da Presidente è andato direttamente al padre: “É per me un grande onore essere qui, perché a questo stesso tavolo presidenziale è stato seduto mio padre, Salvador Allende Gossens, prima di diventare il Presidente del Cile. (…). Ha poi aggiunto, con la voce rotta dall’emozione: “So che lui sarebbe molto orgoglioso di vedermi qui”.
La Allende, eletta senatrice nella regione di Atacama, la più settentrionale del Cile, è stata candidata alla presidenza del Senato dalla coalizione di centro sinistra, che sostiene la neo eletta Presidente Michelle Bachelet.

Poche ore dopo, la Allende ha realizzato il suo primo atto ufficiale, conferendo a Michelle Bachelet il secondo mandato.
La celebrazione, che ha avuto luogo nella città di Valparaiso, a poco più di 100 km dalla capitale, Santiago, ha rappresentato un momento pregno di simbolismo e altamente significativo nella storia politica del Cile: due donne alla testa del paese, due socialiste, due vittime della violenza impunita del pinochetismo (entrambe hanno perso i propri padri, assassinati durante il colpo di stato del 1973) che, a distanza di 40 anni, giungono al vertice del paese, dimostrando che il Cile ha superato la terribile fase della “sospensione di ogni democrazia” ed è tornato, seppur con fatica, a percorrere i binari della sua vita repubblicana.
La celebrazione si è conclusa con l’abbraccio fraterno ed emozionato delle due leader che, a sua volta, si è sciolto nelle parole della Allende: “Ora, finalmente, i nostri padri sono al nostro fianco”.

Rocío Montes, inviata della testata spagnola El País in Cile, intervista Isabelle Allende.

R.M.: La scena in cui Lei conferisce il mandato alla Bachelet ha fatto il giro del mondo …
I.A.: E’ stata una scena inedita e densa di emozioni. Ho ricevuto una quantità impressionante di congratulazioni che provenivano dal Cile, ma anche da tanti altri paesi … dal Belgio, per esempio, dall’Olanda, dalla Spagna, dalla Svezia, dal Brasile, dall’Ecuador … La vita non è unilineare, sembra piuttosto un circolo.
R.M.: Si riferisce al fatto che suo padre è stato Presidente del Senato tra il 1966 e il 1969, prima di diventare il Presidente del Cile al quarto tentativo?
I.A.: Mio padre è arrivato a rivestire la carica più alta del paese perché la gente lo aveva visto portare avanti il suo incarico con grande dignità e offrire garanzie a tutti i diversi gruppi politici. Perciò, per molte persone, vedere una Allende sedere al tavolo presidenziale del Senato ha rappresentato una specie di ricompensa. E poi, nessuna donna aveva mai rivestito questo incarico prima.
R.M.: La cerimonia di passaggio di consegne dal leader della destra, Sebastián Piñera, a Michelle Bachelet è stata vista come un riflesso della maturità democratica raggiunta dal Cile. Lei crede che davvero il paese abbia raggiunto questa meta?
I.A.: Abbiamo dato un esempio di vita profondamente repubblicana e ciò è stato per me fonte di grande orgoglio. È importante che un presidente uscente, di un altro colore politico, riceva l’applauso che è stato dato a Piñera nella sala d’onore del Congresso. Ciò ci fa veramente onore.
R.M.: Lei riesce ad immaginarsi nel Palazzo presidenziale de La Moneda?
I.A.: In politica è difficile affermare “non berrò da questa fonte”, però, in effetti, non mi sono mai posta l’obiettivo di arrivare alla presidenza della Repubblica del Cile. Sto bene così, bisogna fare spazio alle nuove generazioni.
R.M.: Cosa ha provato quando ha presieduto la prima seduta del Senato? Tra i 37 senatori, ci sono solo 6 donne …
I.A.: È stato un momento bello e impressionante. Le racconto un aneddoto. C’era un senatore che, ogni volta che finiva un suo intervento, si rivolgeva alla mia persona dicendo “signor presidente”. Lo ha detto due volte; poi, quando ha terminato, gli ho detto: “comprendo perfettamente che è una situazione nuova e che è anche una questione culturale, comprendo che dopo così tanti anni si faccia fatica, ma le chiedo la gentilezza, in futuro, di rivolgersi alla mia persona chiamandomi “signora presidente”. Quindi, mi ha chiesto scusa, aggiungendo che non si era reso conto dell’errore e ha chiesto che la sua espressione venisse cancellata dai verbali.
R.M.: La visibilità data alle donne dal suo incarico e da quello della Bachelet non trova una giusta corrispondenza nel resto del mondo politico. In tutte e due le Camere del Congresso, per esempio, la presenza di parlamentari donne si attesta solo al 15,9%.
I.A.: È simbolico che le due principali cariche dello stato siano in mano a delle donne, la Presidenza della Repubblica e la Presidenza del Senato. Tuttavia, le donne hanno una rappresentanza in politica quasi insignificante. È molto faticoso. Per una donna, fare politica è davvero molto difficile e la stessa Bachelet non è riuscita ad ottenere una assoluta parità al Governo.
R.M.: Anche nel suo partito, il partito socialista, è così complesso fare politica per una donna, pur essendo la figlia dell’icona della sinistra cilena?
I.A.: All’interno del nostro partito c’è molto maschilismo.
R.M.: Farà valere la sua autorità, considerando anche che le forze di governo hanno la maggioranza al Senato?
I.A.: Passare sugli altri come un rullo compressore credo che sia sempre un esempio di cattiva politica. Il Parlamento è, per antonomasia, il luogo dove si sanciscono accordi, dove di instaura il dialogo e si discute democraticamente. Tuttavia, abbiamo preso degli impegni e intendiamo portare avanti i progetti scritti nel programma di governo di Michelle Bachelet. Se i parlamentari che non fanno parte della nostra coalizione vogliono accompagnarci in questo percorso, saranno i benvenuti.
R.M.: Che analisi propone della situazione politica della regione?
I.A.: Ogni paese vive la propria realtà ed è difficile generalizzare. Però chiaramente hanno avuto luogo cambiamenti importanti e non mi riferisco solo alla presenza di donne in Costa Rica, Brasile, Argentina e Cile. Mi riferisco soprattutto a quel processo di sviluppo che ha avuto luogo in tutta la regione e che ha permesso a Governi progressisti di promuovere politiche sociali e combattere le disuguaglianze.
R.M.: Lei crede che la figura di suo padre è ancora d’attualità nella sinistra latinoamericana?
I.A.: L’eredità che Salvador Allende ha lasciato al Latino America è ancora viva. E lo è più che mai in alcuni settori. Oggi nessuno può ignorare il fatto che la disuguaglianza impedisce la coesione e non permette la governabilità. Sono trascorsi 40 anni e le persone lo ricordano ancora con grande forza.
R.M.: La prima crisi all’interno della coalizione di governo, che va dalla Democrazia Cristiana al Partito Comunista, è sorta intorno a ciò che sta accadendo in Venezuela. Lei cosa pensa del Governo di Maduro?
R.M.: Che sia chiaro che la Nueva Mayoría (n.d.t. coalizione al governo) si è formata su un programma di governo la cui colonna vertebrale – un’educazione di qualità e gradualmente gratuita, la riforma fiscale e una nuova Costituzione – può essere in grado di cambiare per sempre la nostra società. La politica estera è appannaggio della nostra Presidente della Repubblica.
R.M.: Ma qual è la sua posizione in merito?
I.A.: Come ha già spiegato la Bachelet, sono i venezuelani che devono risolvere la questione e non riteniamo che sia necessario programmare un intervento. I venezuelani devono trovare la propria strada, considerando che hanno al potere un Governo democraticamente eletto. In Cile, nel 2011, abbiamo avuto migliaia di studenti nelle strade, i quali, però, reclamavano un sistema educativo gratuito e di buona qualità e non, come accade in Venezuela, che il Governo venisse rimosso.
R.M.: E di Cuba? Cosa ne pensa?
I.A.: Cuba sta passando attraverso una fase di cambiamenti che, a mio avviso, sono, però, ancora troppo timidi. Preferirei vedere una Cuba più aperta, che non abbia un solo partito, ma che garantisca multiple espressioni. Un Governo, ovviamente, che eserciti le proprie funzioni, ma anche una Opposizione che abbia diritto ad esprimersi.
R.M.: Lei ha vissuto momenti molto difficili: suo padre morì a La Moneda nel 1973, sua sorella e suo figlio si sono suicidati rispettivamente nel 1977 e nel 2010. Come si è ripresa da questi duri colpi?
I.A.: Non si apprende solo dalle sconfitte, si apprende anche dai grandi dolori.

Traduzione alla lingua italiana a cura di Luigia Belli