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Giù lo spread, Piazza Affari festeggia E Draghi prepara «interventi mirati».

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di Stefania Tamburello, da Corriere della Sera del 27 maggio 2014

ROMA – La Borsa di Milano prende il volo e segna un guadagno del 3,61%. Lo spread tra i rendimenti dei Btp decennali e i Bund tedeschi di uguale durata si restringe di oltre 20 punti percentuali riportandosi su quota 156 con i tassi dei titoli italiani di nuovo sotto al 3%. Comunque la si voglia leggere, i mercati hanno premiato la vittoria del Pd e del suo leader Matteo Renzi che alle elezioni europee ha doppiato il suo concorrente più prossimo, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. L’affermazione del partito che guida il governo e del presidente del Consiglio delinea infatti quell’orizzonte di stabilità politica che gli investitori mettono al primo posto delle loro valutazioni. In realtà tutte le Borse del Continente – in una giornata che si è svolta peraltro a passo ridotto per la chiusura di Wall Street e delle contrattazioni londinesi – hanno reagito positivamente all’esito del voto europeo seppure in misura minore di Piazza Affari, segnalando così come abbia prevalso nel giudizio degli operatori la stabilità dei governi dei Paesi più in difficoltà rispetto alla generale avanzata delle forze populiste. Perfino in Francia, dove il partito del presidente Hollande ha preso appena il 14%, la Borsa ha segnato un segnale positivo (0,75%). Anche l’euro si è mosso poco per le stesse ragioni chiudendo a 1,362 contro il dollaro.

Credito debole, economia debole

L’attenzione dei mercati del resto è concentrata – oltre che sui possibili equilibri politici all’indomani delle elezioni – soprattutto sull’attesa delle nuove misure espansive che la Bce, la Banca centrale europea, potrebbe decidere la prossima settimana, nella riunione del Consiglio direttivo del 5 giugno. Ed è un’attesa che ieri il presidente dell’Eurotower, Mario Draghi, ha rafforzato parlando all’incontro dei banchieri centrali che si svolge a Sintra in Portogallo.
«Non permetteremo che l’inflazione resti troppo bassa troppo a lungo», ha ribadito Draghi sottolineando come anche il rafforzamento dell’euro contribuisca a raffreddare i prezzi e sia quindi da tenere sotto stretta osservazione. Bisogna evitare, ha spiegato, l’avvio «di una spirale negativa tra bassa inflazione, attese di inflazione e credito in calo, soprattutto nei Paesi in difficoltà» che «potrebbe indurre le famiglie e le imprese a rinviare le spese». La situazione economica «è complessa» con «una ripresa in lento consolidamento» e con problemi di mancanza di credito che penalizza soprattutto le piccole e medie imprese, ha aggiunto il banchiere centrale italiano citando in particolare i casi di Spagna e Portogallo. «La debolezza del credito contribuisce alla debolezza dell’economia» ha quindi affermato rilevando che gli interventi all’esame della Bce saranno «mirati» per allentare tali vincoli.
Le diverse opzioni a disposizione saranno esaminate tutte con attenzione dai governatori dell’Eurotower, sia quelle convenzionali come il taglio dei tassi di interesse sia quelle straordinarie come l’acquisto di titoli pubblici o privati (quantitative easing ) che però saranno prese in considerazione solo nel caso di una «troppo prolungata dinamica al ribasso dell’inflazione». Quanto alle misure «mirate» sul credito, la Bce potrebbe fornire «una soluzione-ponte», come l’acquisto di prestiti cartolarizzati o la concessione alle banche di prestiti a lungo termine, una nuova Ltro, condizionata però all’erogazione di finanziamenti all’economia. Sarebbe una misura «molto importante», ha commentato a riguardo il consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, per il quale sarebbero opportuni interventi «che vanno in direzione di un deprezzamento dell’euro».

Quanto alle «mirate» sul credito, la Bce potrebbe fornire «una soluzione-ponte», come l’acquisto di prestiti cartolarizzati o la concessione alle banche di prestiti a lungo termine.

Significativa infine a Sintra l’apertura di Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, ai paesi che s’impegnano in riforme strutturali per la crescita e che – ha detto – «potrebbero ottenere in cambio maggior flessibilità sui deficit».

Fonte: Corriere della Sera

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C’È ANCHE UN PAESE CHE RESISTE E BATTE LA CRISI.

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di Michele De Sanctis

Sempre più critica appare l’industria del food Made in Italy che continua, pezzo dopo pezzo, ad essere ceduta agli stranieri: da Galbani, Locatelli, Invernizzi e Parmalat, oggi brand della francese Lactalis, alla Star, ormai parte del gruppo catalano Agrolimen, fino agli olii Bertolli, Carapelli e Sasso, che, dopo un primo passaggio al brand spagnolo Deoleo, sono stati recrntemente ceduti al fondo di investimento inglese Cvc Capital partners, la cui offerta ha battuto quella presentata dal Fondo strategico italiano della Cassa Depositi e Prestiti. Da ultimo, secondo alcune indiscrezioni delle ultime ore, anche se smentite dagli stessi interessati, pare che la famiglia Menna, titolare dello storico pastificio Lucio Garofalo di Gragnano, sia vicina alla firma per la cessione del 51% del proprio capitale societario agli spagnoli di Ebro Foods, colosso alimentare quotato alla Borsa di Madrid che l’estate scorsa si è aggiudicato anche un 25% di Riso Scotti.

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Ma è, altresì, vero che c’è un’Italia che resiste alla crisi, un’Italia che batte i record e a sorpresa si impone anche nei mercati esteri e proprio in un settore molto critico come quello agroalimentare. Infatti, malgrado i tanti problemi che hanno assillato l’industria del food e il mercato delle materie prime agricole, nel 2013 il Gruppo industriale abruzzese De Cecco ha superato i 400 milioni di euro di fatturato, toccando per l’esattezza quota 411 milioni contro i 373 del 2012. A tale cifra corrisponde un margine operativo lordo del Gruppo pari a € 45.000.000. A tanto ammonta, quindi, il reale risultato del business dell’azienda di Fara San Martino, misurato con l’indicatore EBITDA. E le previsioni per l’esercizio 2014 lo attesterebbero a circa 50 milioni, a fronte di una stima che si aggira intorno 461 milioni di fatturato totale.

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Il volume di vendita complessivo della pasta è di 2.317.000 quintali con una previsione di crescita intorno a quota 2.534.000 quintali.
Oltre all’Italia, il bacino di consumatori dei prodotti del Gruppo si estende a Stati Uniti d’America, Giappone, Russia, Francia, Germania, Regno Unito e Belgio.

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L’offerta De Cecco include, inoltre, il commercio di sughi, olio, farine e, di recente, dei succedanei del pane. In questo settore, non core per un’azienda che nasce come pastificio, si è assistito a una crescita esponenziale: con poco più di 90.000 quintali venduti (25 per cento la quota export), la De Cecco è oramai il terzo produttore nazionale e si proietta verso 114.000.

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Alla base di questo successo, nonostante il difficile periodo storico che viviamo, c’è la capacità di innovarsi, diversificarsi, di puntare su prodotti di fascia premium e di investire. Ciò ha consentito al Gruppo di essere competitivo e ricavare una sua posizione peculiare nel mercato e di offrire, inoltre, occupazione a più di 1.200 dipendenti, di cui ben 800 in Italia.

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Piacerebbe raccontetare più spesso di queste aziende, che la crisi non riesce a fermare e che sono pronte ad agganciare la ripresa. Speriamo di poterne descrivere altre di realtà come questa, di poterlo fare sempre più spesso, speriamo che ci sia davvero – e presto – la ripresa, di cui il Paese ha un disperato bisogno.

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Womenomics. Un ruolo per l’occupazione e la valorizzazione del talento femminile nell’attuale crisi finanziaria ed economica.

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Le donne oggi costituiscono un immenso serbatoio di talento nel mondo del lavoro e rappresentano più della metà del mercato dei beni di consumo. Raggiungere le consumatrici e sviluppare il talento femminile è essenziale per far fronte alle sfide del ventunesimo secolo. È dimostrato infatti che un miglior equilibrio di genere nelle imprese – a tutti i livelli, ma soprattutto ai piani alti – porta a risultati migliori. Perché allora sono ancora così poche le donne in ruoli di leadership nelle aziende? Perché le imprese hanno difficoltà a rispondere adeguatamente alle esigenze delle consumatrici di oggi? Perché in tutto il mondo continua a persistere un divario salariale tra uomini e donne? Gli attuali sistemi aziendali e le relative culture non sono più adeguati né all’articolazione dell’odierna forza lavoro, né alla complessità della società, né alle sfide future. Bisogna uscire dai vecchi schemi e compiere una vera e propria rivoluzione culturale per rendersi conto che le donne nel mondo del lavoro non costituiscono un problema etico, ma una necessità economica. Portatrici di attitudini e capacità diverse, esse costituiscono una gigantesca opportunità e favorirne l’ascesa alle posizioni di vertice è urgente per assicurare una crescita sostenibile dell’economia.

Ad oggi, il mondo paga ancora (e a caro prezzo) i costi di una situazione in cui le donne probabilmente hanno le chiavi, ma gli uomini continuano a controllare l’accesso alla serratura.

Il nostro Paese, poi, non si è mai distinto per politiche di genere particolarmente efficienti. Maurizio Ferrera, professore presso l’Università degli Studi di Milano nel saggio “Il fattore D” (edito da Mondadori) analizza le implicazioni che sul piano economico avrebbe la valorizzazione delle risorse femminili. Da anni l’Italia cresce poco o nulla. Cresce poco dal punto di vista economico. E cresce ancora meno sul piano demografico. Negli ultimi tempi sono state scritte molte pagine e sono state spese fin troppe parole per elencare tutto quello che andrebbe fatto per rimettere in moto il Paese: liberalizzazioni, mercati più efficienti, fisco più leggero, investimenti in ricerca e innovazione. Eppure esiste una risorsa più importante di ogni altra, di cui si parla poco: il lavoro femminile. Fare largo alle donne e promuoverne l’occupazione femminile è diventato urgente non solo per ragioni di pari opportunità e di giustizia sociale, ma soprattutto perché senza di loro l’Italia non cresce. Si pensi ai crescenti tassi di disoccupazione femminile, che si attestano intorno al 13% circa, con un tasso di aumento pari allo 0,9% su base annua. Percentuali che su base geografica lasciano basiti: nel secondo trimestre 2012 l’Istat evidenziava che nel solo Mezzogiorno il tasso di disoccupazione tra le 15-24enni era salito del 48% rispetto al primo trimestre. L’Italia, senza rendersene conto, sta quindi rinunciando a quello che recentemente si è rivelato essere il vero motore dell’economia mondiale: nell’ultimo decennio l’incremento dell’occupazione femminile negli altri Paesi sviluppati ha contribuito alla crescita globale più dell’intera economia cinese. Il fattore D, il lavoro delle donne, è un fattore decisivo di crescita, perché garantisce più ricchezza alle famiglie.

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Ma cos’è il fattore D? Bene, pensiamo che in Italia per ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si possono creare fino a 15 posti aggiuntivi nel settore dei servizi. L’ingresso nel mercato di 100 mila donne oggi inattive, infatti, farebbe crescere il nostro PIL di 0,3 punti l’anno. La Banca d’Italia stima, peraltro, che se la percentuale di lavoratrici donne (oggi il 47%) raggiungesse gli obiettivi dei Lisbona (il 60%), ci sarebbe un impatto sul PIL di 7 punti. Questo fattore di crescita è, appunto, il fattore D. Ed è un dato sorprendente. Ma com’è possibile? Se più donne lavorassero otterremmo un nuovo moltiplicatore di benessere perché ogni donna che inizia a lavorare avrebbe necessità di delegare il lavoro di casa ad altri: dalla spesa alla cura dei figli, degli anziani e della casa. In questo modo ogni donna occupata potrebbe generare nuova domanda di lavoro in altri settori. E, ai fini dell’economia domestica, l’apporto di uno stipendio in più non può che accrescere il benessere della famiglia.

Anche The Economist stima che in Paesi come il Giappone, la Germania e l’Italia, che sono tutti in difficoltà demografica, lavorano molte meno donne che in America, per non parlare della Svezia. Il problema non è solo italiano, per una volta. Ma se la forza lavoro femminile arrivasse ai livelli americani, ciò darebbe una potente spinta alla crescita economica.

Il fattore D, la rivoluzione economica che aiuterebbe il vecchio continente a riprendersi dalla peggior crisi di sempre è una nuova formula della crescita: donne, lavoro, economia, fecondità. In altre parole, womenomics! Fu proprio l’Economist a coniare per primo questo neologismo nel 2007 (Womenomics revisited, The Economist 19/04/2007), riprendendo una tesi lanciata da Goldman Sachs già nel 1999. Come si accennava poco fa, la prima interessante scoperta è la stretta connessione tra lavoro femminile e crescita economica, per cui si stima che verrà dal lavoro femminile l’impulso più importante alla crescita nel prossimo futuro. La formula della womenomics in base alla quale la crescita economica dipende dall’impiego di donne, lavoro, economia e fecondità è la prima a legare le tematiche delle cosiddette pari opportunità agli indicatori di crescita economici di un Paese: senza un maggior apporto alla produzione da parte delle donne l’economia mondiale non cresce sufficientemente. Nei Paesi dove questa partecipazione è alta anche i problemi demografici sono minori. Il corollario della womenomics è quindi che se più donne lavorano, aumenta anche la fertilità di un’intera Nazione. E questo dato, peraltro, aumenta ancora di più se sul territorio ci sono buoni servizi di conciliazione come gli asili. L’assunto alla base è che le donne non devono più trovarsi nella condizione di scegliere se fare un figlio o lavorare.

Le basi culturali per la rivoluzione in rosa ci sono già, anche nel nostro Paese, dove purtroppo la mentalità del maschio dominante è ancora abbastanza diffusa. Il professor Ferrera, però, spiega che negli ultimi anni è senza dubbio cambiata la qualità del dibattito. Le tesi della womenomics sono diventate patrimonio comune, sono uscite ricerche e libri importanti, si sono creati siti, blog, movimenti. Anche a livello parlamentare, qui in Italia, sono nate alleanze trasversali su alcuni temi e quindi la qualità del dibattito è ora simile a quella degli altri Paesi europei. A questa evoluzione sul piano culturale non è però corrisposta un’azione di governo capace di mettere in pratica le ricette proposte. Il tasso di occupazione femminile è ancora fermo al palo, sul tema della conciliazione non si è andato molto avanti, stesso discorso per i congedi parentali. Il progetto asili nidi lanciato dal governo Prodi è stato frenato a livello regionale e non è stato più ripreso dai Governi successivi e le politiche per la famiglia e la conciliazione non sono state finanziate. Eppure, nonostante la politica e le istituzioni siano lente nel percepire e nell’attivarsi, rimane questa la formula dello sviluppo: le donne che lavorano saranno il motore dell’economia di domani, anche come via di fuga dalla crisi. L’attenzione è da porre sui soggetti che ne beneficeranno. Womenomics significa benessere e crescita per tutti, non solo per le donne.

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Le azioni più urgenti da intraprendere (e che il Governo Renzi, così sensibile al tema delle quote rosa, dovrebbe perseguire) sono diverse. In particolare la possibilità, per le donne che già lavorano, di poter usufruire di un orario flessibile, che permetta loro di conciliare i tempi della famiglia (le esigenze dei bambini come anche degli anziani) con quelli del lavoro. Flessibilità degli orari, non dei contratti. Anzi, sul punto andrebbero prese azioni urgenti contro la prassi delle cd. dimissioni in bianco e rivista la disciplina del congedo parentale per incentivare il ruolo del padre nella cura dei figli e anche per evitare che le carriere delle donne siano influenzate negativamente da una concentrazione del congedo solo sulla madre. Nonostante i papà ne abbiano la facoltà, sono rari i casi in cui siano loro ad usufruirne, soprattutto nel lavoro privato. Per quanto riguarda le agevolazioni per incentivare la womenomics, quello che più convince l’autore di Il Fattore D è il modello francese: l’introduzione, cioè, di maggiori agevolazioni fiscali ai nuclei familiari, così da consentire lo sviluppo di nuovi servizi alle famiglie e creare nuovi posti di lavoro.

Da ultimo, si evidenzia l’importanza della womenomics non solo a livello macro, ma anche nella gestione dell’impresa privata. Molteplici esperienze e casi aziendali hanno già provato, non solo negli States, che l’equilibrio tra i generi porta più innovazione e migliori risultati nel business e nel governo aziendale; dopotutto le donne costituiscono la maggioranza del mercato e gran parte del talento attivo nel mondo del lavoro. A rivelarlo è Avivah Wittenberg-Cox – autorità mondiale su temi di leadership, genere e impresa – che nel saggio ‘Womenomics in azienda. Come valorizzare i telenti femminili e trarre profitto da un buon equilibrio di genere’ mostra come sia necessario raggiungere nel mondo del lavoro e del business un proficuo e salutare equilibrio dei due generi, maschile e femminile, e come mettere in pratica questo postulato in quattro semplici fasi: Audit, Consapevolezza, Allineamento e Sostegno. Alcune tra le più grandi aziende di punta nel mondo hanno già tratto beneficio e profitto dal riequilibrio delle loro attività.

È un’occasione che non possiamo perdere. E’ una sfida alla mentalità ottusa e machista, è il punto da cui ripartire, uomini e donne, per avviare la ripresa della nostra più grande ‘azienda’: l’Italia.

Michele De Sanctis