HO FATTO OUTING E ADESSO SONO FELICE!

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di Andrea Serpieri

Coming out significa uscire allo scoperto. Fare outing vuol dire rivelare il proprio orientamento sessuale al mondo e vivere una vita alla luce del sole. Io l’ho fatto e devo ammettere che ciò che si dice in proposito è tutto vero: fa bene alla salute. Gay, lesbiche e bisessuali che dichiarano apertamente la propria condizione sessuale, anche se solo alla famiglia o agli amici, conducono una vita più serena, hanno meno ansie e, tutto sommato, sono più rilassati. Per non parlare di tutta una serie di complessi che ci si lascia alle spalle vuotando il sacco. Semplicemente smettendo di mentire. Non è, però, solo una constatazione. C’è anche un fondamento scientifico. I fratelli e le sorelle di condizione che dichiarano il proprio status senza vergogna al mattino hanno livelli di cortisolo più bassi, dal che dipende un minore stress rispetto a quanti nascondono la loro scelta. Anche i livelli degli altri indicatori di salute e benessere come colesterolo, insulina, adrenalina e pressione del sangue risultano migliori. Diminuiscono, inoltre, gli episodi di ansia e gli stati depressivi. Insomma la sincerità è meglio del Seropram.

A parte l’ultima affermazione, di cui rivendico la paternità, quanto ho appena sostenuto è il risultato di una ricerca promossa dall’Università di Montreal che ha preso in esame 87 volontari sui 25 anni, di cui la metà eterosessuali. Attraverso questionari, test psicologici e analisi mediche si è tentato di delineare un quadro sullo stato generale di salute dei soggetti esaminati. I primi risultati sperimentali hanno evidenziato che chi vive una sessualità libera, consapevole e trasparente, presenta un quadro clinico migliore di chi vive all’ombra. Parliamoci più chiaramente. Fare outing vale per noialtri: che lo si voglia fare davanti a un microonde mentre si assaggia un risotto 4 salti in padella Findus o con modalità meno televisive, l’importante è che si riesca a vivere liberamente e serenamente la propria vita sessuale. Il che, nondimeno, vale anche per gli eterosessuali. Sdoganiamo certi tabù! Il sesso è bello chiunque sia il vostro partner. Fatelo. Amatevi e divertitevi. Perché non è un peccato. Magari per noi che siamo cresciuti in un Paese cattolico è difficile da capire. Ma dobbiamo sforzarci. Avete presente quella sigaretta che vi godete dopo? O la sensazione che provate anche senza sigaretta? Immaginate una vita intera così. Ecco…

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Vero è che i risultati per ora sono ancora provvisori, la ricerca è ancora in una fase sperimentale ed il campione su cui si è basata è troppo ridotto per poter avere un reale valore scientifico. Ma, in effetti, l’identità sessuale è una componente significativa dell’individuo e viverla con coerenza significa certamente migliorare la propria qualità di vita.
Un valido approccio alla psicologia, per esempio, ci ha insegnato che quando non si vive in armonia con i bisogni, i desideri e le convinzioni dell’Io si genera una distonia, ovvero una condizione di disallineamento tra i comportamenti e l’essere che è, poi, alla radice delle nevrosi. Rispondere, dunque, in maniera adeguata alle proprie pulsioni sessuali è prima di tutto una questione di salute. Certamente il coming out è un momento destabilizzante e doloroso. Si teme, innanzitutto, il giudizio delle persone a cui vogliamo bene, da cui non vorremmo mai essere scacciati, si ha paura di perdere gli affetti fondamentali di un individuo e si vive il senso di colpa per aver contravvenuto a regole sociali e morali che si presume siano assolute. Ma che tali non sono, appunto perché sociali e morali e, quindi, in costante evoluzione con la società stessa. Invece, presentarsi per quello che si è veramente, ha indiscutibili effetti positivi a lungo termine, sia a livello personale che socio-relazionale.

Non mi fraintendete. Vivo anch’io in Italia e non mi sognerei mai di istigare nessuno al coming out. Tant’è che gli stessi studiosi di Montreal hanno avuto la premura di precisare che la loro ricerca ha senso solo se collocata nel giusto scenario; si parla, infatti, della possibilità di fare outing relativamente al popolo occidentale. In alcuni Paesi, purtroppo, l’omosessualità è costretta alla clandestinità per cause di forza maggiore, tra cui arresto, tortura e pena di morte. Fortunatamente non è il caso dell’Italia. Tuttavia, anche qui la condanna sociale in ambienti culturalmente arretrati, filofascisti e patologicamente influenzati dalle omelie domenicali può ancora essere ugualmente severa. Per cui l’outing fatelo solo se siete davvero convinti che sia giusto. Sia per voi che per i vostri cari.

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L’Italia cambierà: qualche passo è stato fatto, ma sono ancora tanti quelli da fare: se pensiamo che una scelta di marketing della Findus sia una conquista per i nostri diritti civili vuol dire che siamo messi ancora molto male. È perciò importante ricordare che affinché la società sia in grado di evolversi positivamente ed orientarsi verso l’universalizzazione dei diritti civili, è necessario il contributo di tutti noi. È un cambiamento lento, ma inevitabile. E ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte. Per questo su questo blog abbiamo deciso di dedicare uno spazio importante alle tematiche LGBTQ, perché è anche dalla condivisione di queste idee che passa l’educazione alla legalità di una società, quella legalità che ispira sempre il nostro desiderio di informare. Ed è soprattutto per questo che noi non ci stancheremo mai di dire stop all’omofobia e alla violenza di genere.

E voi che fate? Siete con noi, amici?

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Uber, sciopero dei taxi in tutta Europa. Da Londra a Milano tutti contro la “concorrenza sleale”.

Ansa11/06/14 15:49 CEST

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Da Londra a Roma, passando per Parigi, Berlino e Milano, l’Europa è attraversata da uno sciopero dei taxi, una protesta internazionale che ha al centro del suo mirino Uber, la società californiana la cui app, che prende piede soprattutto fra turisti e viaggiatori, permette di trovare ovunque auto da noleggiare con autista: una concorrenza sleale intollerabile per i tassisti. La protesta anti-Uber è partita fra i tassisti britannici, che da molti anni, come i loro colleghi del resto d’Europa e in Italia, denunciano la loro convivenza accanto al proliferante mercato delle Ncc. Cortei sono previsti in diverse grandi città, come Parigi, Berlino e Amburgo.

Una sciopero per “difendere le legalità e il servizio pubblico”. Così i tassisti milanesi spiegano il blocco delle auto cominciato alle 8 e che proseguirà fino alle 22. Un’agitazione indetta a livello europeo “per non cedere un settore a una multinazionale (Uber ndr) che punta ai ricavi e non al servizio, senza nemmeno pagare le tasse in Italia”. A bordo i tassisti, quindi, trasportano solo malati, disabili, donne con bambini piccoli mentre le loro auto rimangono ferme ai parcheggi. Il presidio più importante in stazione Centrale a Milano dove sono anche distribuiti volanti che spiegano le ragioni dell’agitazione.

Leggi anche IL CASO UBER E LA “SHARING ECONOMY.”

Si protesta anche a Napoli. Si calcola in un 40% circa l’adesione allo sciopero dei tassisti a Napoli. Sono 2340 le auto pubbliche napoletane. Il corteo, al quale hanno aderito Fasi-Conflavoratori, Usb, Ugl Taxi, Alt e Assotaxi, si è concluso in piazza Plebiscito, davanti alla Prefettura, dove una delegazione dei manifestanti ha chiesto di essere ricevuta. “La nostra protesta – afferma Rosario Gallucci, segretario di Fasi-Conflavoratori – è contro le diverse forme di abusivismo e di concorrenza sleale. A Napoli, la Uber non è entrata in funzione, ma le auto Ncc (noleggio con conducente) stazionano al Molo Beverello, alla Stazione ed all’aeroporto e prelevano turisti, mentre dovrebbero uscire dalle rimesse solo dopo la prenotazione e l’ acquisto del voucher da parte del passeggero.

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Ci fanno concorrenza sleale anche gli autisti degli “Scuolabus”, che il pomeriggio accompagnano i ragazzi al calcetto ed il sabato sera in discoteca. A noi l’ uso del taxi comporta un costo fisso giornaliero di 45-50 euro, grazie anche alle tariffe esose delle assicurazioni. Sono costi insostenibili di fronte ad un abusivismo senza controlli”.

Fonte: HuffPost

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ENRICO BERLINGUER E IL FUTURO DELLA DEMOCRAZIA IN ITALIA.

Era il 7 giugno 1984, quando Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano, nel corso di un comizio elettorale a Padova, in Piazza delle Erbe, veniva colto da un malore. L’11 giugno, dopo 4 giorni di coma, Berlinguer si spense, ma l’eco della sua persona nel vuoto che ha lasciato nella sinistra italiana, risuona ancora, a trent’anni dalla sua scomparsa. «Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta», così dichiarò il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, dopo aver dato l’ordine di trasportare la sua salma sull’aereo presidenziale.

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Era un uomo che guardava al futuro Berlinguer, che partiva da una lucida ed oggettiva visione del presente e che concentrava la sua azione politica sulle necessarie trasformazioni funzionali a quella sua visione. Fu lui a rompere con il comunismo ‘reale’ sovietico e fu sempre lui a concepire un progetto alternativo per l’Italia insieme ad Aldo Moro, un progetto grande quanto rischioso, che venne osteggiato nei modi più assurdi e criminali, un progetto che ha continuato con la nascita del PDS, con il progetto dell’Ulivo e con la Cosa 2, fino alla nascita del Partito Democratico, nonostante le ultime polemiche su questo soggetto politico. Convergenze parallele: sono queste convergenze volute da Berlinguer, Moro e Fanfani ad aver ispirato l’evoluzione del PCI in quello che oggi una parte della sinistra rinnega, anzi nega essere sinistra. E se il periodo storico lo consentisse, forse nel PD questo sarebbe il momento più opportuno per affrontare quella tipica logica della sinistra che analizza il proprio agire: l’autocritica, nonostante i successi raccolti alle europee. Ma è il momento delle riforme: l’obiettivo è salvare il Paese dalla crisi.

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Autocritica servirebbe sulla questione morale, ancora oggi purtroppo di grande attualità, che da Berlinguer era vista come questione politica prima ed essenziale, perché dalla sua soluzione dipendeva la ripresa di fiducia nelle istituzioni, l’effettiva governabilità del Paese e la tenuta del regime democratico. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire. Queste sono parole dello stesso Berlinguer. E proprio sulla questione morale – nelle ore degli scandali Mose ed Expo, del coinvolgimento di alcuni settori dello stesso PD – occorrerebbe prima di tutto riflettere: e domandarsi quanto la personalizzazione estrema della politica degli ultimi vent’anni, in ogni angolo del Parlamento, insieme al venir meno di un’etica condivisa abbiano aperto la strada ad una nuova tragica degenerazione della politica.

Questi ultimi scandali evidenziano purtroppo come la corruzione sia parte integrante oggi più che mai del sistema: domenica scorsa Eugenio Scalfari ha scritto che la differenza con la prima tangentopoli sta nel fatto che all’epoca “lo scandalo consisteva almeno per il 70% in denari trafugati per finanziare i partiti e solo il 30% andava nelle tasche dei mediatori, mentre nel post tangentopoli la refurtiva finisce tutta in tasche private di intermediari che lavorano in proprio col potente di turno”.

L’autocritica dovrebbe ripartire proprio dalla figura di Berlinguer. La corruzione si combatte in tre momenti: prevenzione, inchiesta e punizione dei colpevoli. E infatti il premier Matteo Renzi qualche giorno fa ha detto che i politici che rubano devono essere puniti non solo per corruzione, ma soprattutto per alto tradimento nei confronti dello Stato e del popolo. Non c’è tempo per fermarsi a pensare, eppure una riflessione è necessaria. Che non ostacoli il cammino delle riforme. Che tenga coeso il centrosinistra, salvaguardandolo dal suo autolesionismo congenito, inevitabile. Domani sarà presentata la riforma della PA, che segue quella del mercato del lavoro. E poi sarà la volta della giustizia. Procedere, superare ma senza scordare le ragioni che hanno portato ai gravi fatti su cui la Magistratura indagherà. I colpevoli, a sentenza passata ingiudicato, come dispone la Costituzione, andranno puniti. Il partito, però, è un’altra cosa, qualche mela marcia non fa di un progetto politico un ricettacolo di corruttela, il popolo che lo sostiene è di altra pasta rispetto a chi ha disatteso la prima questione della sinistra italiana, quella morale. I giovani sono la chiave per la sopravvivenza e la speranza del centrosinistra. Come diceva lo stesso Berlinguer: se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia.

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A trent’anni dalla sua scomparsa, Enrico Berlinguer resta, quindi, una delle figure chiave della storia politica repubblicana. Nessun leader italiano è infatti stato popolare, rispettato ed amato (ma anche travisato) come Berlinguer, non solo dalla sinistra, ma da strati ben più ampi di popolazione.

Le ragioni risiedono in quella sua caparbietà nello sfidare le rigidità di un mondo diviso in blocchi, nel coraggio dimostrato nella rottura con l’URSS dopo il colpo di stato polacco e nelle sue intuizioni come quando, negli ultimi anni di vita, vide nella questione morale e nella degenerazione dei partiti “ridotti a macchine di potere e di clientela” il problema più drammatico dell’Italia.

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Per chi all’epoca era appena nato e per quei giovani nati dopo quella data, la figura di Enrico Berlinguer vive nel racconto di coloro che in quella fase storica erano già adulti, così come vive nei libri e nei documenti televisivi. La sua storia rappresenta tuttora un esempio, un riferimento indiscusso in quanto a rigore morale. Poche figure, come quella di Berlinguer, evocano un riconoscimento storico così unanime e austero. Ciò che colpisce nella testimonianza di tanti compagni è proprio l’unanimità di questo giudizio, che ha trasformato Berlinguer da capo di un partito a uno dei padri della Repubblica e custode della democrazia. Dalla denuncia della questione morale al compromesso storico con una parte della DC, compromesso finalizzato alla difesa delle istituzioni democratiche: sono queste le fondamenta che il centrosinistra non può e non deve scordare. E la prima pietra di queste fondamenta fu posta da Berlinguer. Tutti noi, poi, dobbiamo conservare memoria di una lezione appresa da Berlinguer: la ricerca di un equilibrio imprescindibile tra la libertà dell’individuo e la giustizia sociale. In un tempo in cui la corruzione dilaga, dove qualcuno vorrebbe stravolgere la Costituzione e con essa le istituzioni democratiche, in cui l’intolleranza xenofoba e omofoba si diffonde, faremmo bene a considerare i discorsi di Berlinguer non solo come un reperto delle teche Rai, o come un simbolo da gridare su un palco o in un aula del Parlamento, per tirare più voti. Rispetto per la memoria di un uomo significa prima di tutto osservarne nei fatti e non nelle sole parole i principi lasciati in eredità alla sinistra e a tutto il Paese. Le sue parole corrispondevano sempre e in maniera trasparente ai fatti. Il suo pensiero, ancora oggi, è un programma fondamentale per il futuro della democrazia e l’educazione alla legalità della società italiana.

MDS
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RIVOLUZIONE PA: MADIA DISPOSTA A CONFRONTO CON I SINDACATI.

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Forse sarà davvero una rivoluzione, viste le premesse: consultazione dei lavoratori pubblici fino al 30 maggio tramite l’indirizzo di posta elettronica rivoluzione@governo.it, che ha consentito l’integrazione della prossima riforma con suggerimenti e proposte da parte dei diretti interessati. E l’auspicio è che più che una rivoluzione questa sia un vero e proprio terremoto e una ricostruzione, orientata alla semplificazione e alla tecnologia, ma anche e soprattutto alla valorizzazione delle risorse umane: ce n’è bisogno dopo la spending review del governo Monti, che per limitare la spese ha, tuttavia, aggravato un quadro già negativo a causa delle improvvide riforme dell’ex ministro Brunetta e della sua crociata contro la funzione pubblica. Stavolta non ce lo chiede l’Europa, ma l’Italia: la seconda tangentopoli ha dimostrato quanto la carenza di semplificazione nel rapporto con la P.A. e l’eccesso di burocrazia possano facilitare condotte illecite, di cui francamente preferiremmo fare a meno. Nelle sue intenzioni lo stesso premier sembra aver adottato questa linea, almeno stando alle sue dichiarazioni in seguito all’affare Mose.

Rivoluzione, però, lo sarà questa riforma anche (e finalmente) per un ritorno al confronto con le parti sociali. Dopo un decennio di esecutivi trincerati ed ostili al metodo delle concertazioni (con l’unica eccezione dei due anni di governo Prodi), ora l’annuncio di un incontro tra il ministro della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, e tutti i sindacati sulla riforma della P.A. alla vigilia del Consiglio dei Ministri che esaminerà il provvedimento in questione, il prossimo 13 giugno. Il Ministro ha, infatti, convocato le sigle dei lavoratori per la mattinata di giovedì mattina 12, a Palazzo Vidoni, per una riunione in vista degli interventi. E ai 44 punti indicati con il premier Matteo Renzi, a fine aprile, su cui c’è stata la consultazione, ha aggiunto il punto numero 45 sull’agognato rinnovo del contratto del pubblico impiego, attualmente fermo al 2009 (e fino a tutto il 2014). Punto questo, che, nell’ambito della consultazione del Governo, era stato vivamente sollecitato dai sindacati di categoria.

Ritenendo che il blocco della contrattazione abbia “prodotto un danno ingiusto” ai lavoratori pubblici e ricordando l’intervento degli 80 euro in più in busta paga, nel documento che il ministero ha inviato alle organizzazioni sindacali in vista della riunione, la Madia ha affermato che “il tema del rinnovo della parte economica del contratto merita di essere affrontato a partire dal prossimo anno”.

L’incontro con i sindacati, che, comunque, lo stesso Ministro aveva assicurato ci sarebbe stato prima del CdM, sarà a sua volta preceduto dall’appuntamento messo in calendario dalle principali sigle del pubblico impiego, Fp-CGIL, CISL-Fp e UIL-Pa, mercoledì mattina per illustrare le proprie proposte, unitarie, di riforma, che partono dallo riorganizzazione partecipata della P.A. fino allo sblocco del turnover e della contrattazione, senza cui non è neppure possibile parlare di una “vera” riforma.

Sul tavolo del Governo diversi sono i provvedimenti all’ordine del giorno del prossimo 13 giugno: modifica della mobilità volontaria (finora proclamata da ogni Governo, ma di fatto rimasta una sorta di ‘En attendant Godot’) e obbligatoria (anche senza l’assenso del lavoratore, ma con il mantenimento in tale ipotesi dello stesso trattamento economico e precisi limiti geografici); abrogazione del trattenimento in servizio (raggiunta l’età di pensione) che libererebbe oltre 10.000 posti nella PA a costo zero per i giovani (molti dei quali vincitori di concorsi pubblici, imprigionati in graduatorie mai esaurite) e consentirebbe quella staffetta generazionale per un rinnovo efficace ed efficiente dell’Amministrazione; part-time incentivato, considerato un altro strumento utile per creare spazio a nuove assunzioni e favorire conciliazione dei tempi di vita e lavoro e benessere organizzativo; e poi c’è anche la cosiddetta ‘opzione donna’ per le lavoratrici (se scelgono il regime contributivo per andare in pensione con i requisiti ante Fornero). Per coloro vicini alla pensione era anche emersa l’ipotesi di reintrodurre l’esonero dal servizio (con il 65% dello stipendio), ipotesi che, tuttavia, è stata esclusa: nel documento inviato dal ministero ai sindacati, infatti, si ritiene “non opportuno” proporla perché avrebbe un “ritorno marginale oltre che il rischio” di determinare “nuove distorsioni”.

Quanto al turnover, l’obiettivo è di una “urgente” semplificazione, per assicurare maggiori ingressi ma anche consentire a ciascuna Amministrazione più discrezionalità nella programmazione, fermo restando il rispetto dell’equilibrio finanziario: questo anche “ad esempio eliminando il vincolo del computo delle teste”.

C’è poi la questione precariato, una “patologia” con numeri “vergognosi”, come definita nelle settimane scorse dalla stessa Madia, che va superata. Un tema che “chiederemo, nell’incontro di giovedì” che “entri a far parte della riforma”, dice il responsabile dei Settori pubblici della CGIL, Michele Gentile. Un altro di quegli effetti perversi della spending review che, in mancanza di un ricambio generazionale, ha costretto la P.A. ad un eccessivo ricorso all’uso distorto dell’istituto della somministrazione, dei co.co.co. e del t.d., acutizzando un fenomeno, quello del precariato nella Pubblica Amministrazione, la cui soluzione non può attendere oltre.

MDS
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Pillole di Jobs Act. I casi in cui è opportuno motivare un’assunzione con contratto di lavoro a tempo determinato

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di Germano De Sanctis

 

La Legge n. 78/2014 (di conversione, con modificazioni, del D.L. n. 34/2014, il quale, come è noto, è uno dei due pilastri del Jobs Act) ha abolito l’obbligo generale ex art. 1, comma 1, D.Lgs. n. 368/2001 di precisare le ragioni di carattere tecnico, organizzativo, produttivo o sostitutivo per tutti i contratti di lavoro a tempo determinato.

Tuttavia, bisogna evidenziare che, in alcuni casi, permane l’opportunità di prevedere una motivazione per giustificare la decisione del datore di lavoro di procedere all’assunzione di un lavoratore con contratto di lavoro a tempo determinato.
Tale opportunità di motivazione risiede nel fatto che, in specifiche fattispecie, la normativa vigente riconosce in capo al datore di lavoro delle ben determinate agevolazioni come diretta conseguenza dell’instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo determinato.

Innanzi tutto, la predetta opportunità è rinvenibile in tutti i contratti di lavoro a tempo determinato connessi alle attività c.d. “stagionali”. Infatti, per tali contratti, la motivazione permette di:

  • non computare il periodo di lavoro stagionale a tempo determinato nei 36 mesi complessivi di lavoro massimo ex art. 1, comma 1, D.Lgs. n. 368/2001 che possono intercorrere tra un datore di lavoro ed un lavoratore;
  • godere dell’esenzione dal limite massimo del 20% di lavoratori a tempo determinato rispetto alla forza lavoro complessiva ex art. 1, comma 1, D.Lgs. n. 368/2001 (cf., art. 10, comma 7, D.Lgs. n. 368/2001);
  • usufruire dell’esenzione dalle previsioni in materia di scadenza del termine e di successione dei contratti ex art. 5, D.Lgs. n. 368/2001, in virtù di espresse previsioni contenute nella contrattazione collettiva (come, ad esempio, quelle contenute nel CCNL Alimentari);
  • non pagare il contributo INPS maggiorato dell’1,4%.

Inoltre, sussiste l’opportunità di ricorrere alla motivazione in presenza di tutte quelle prescrizioni normative che consentono di non rispettare le regole del contratto a tempo determinato “classico” ex D.Lgs. n. 368/2001. Ad esempio, basti pensare ai casi del:

  • contratto di lavoro a tempo determinato intermittente (cfr., artt. 33 e 34, comma 2-bis, D.Lgs. n. 276/2003);
  • contratto di lavoro a tempo determinato in mobilità (cfr., art. 8, comma 2, Legge n. 223/1991).

Infine, vi è l’opportunità di motivare tutti i contratti di lavoro a tempo determinato stipulati per fini sostitutivi. In tali casi, la motivazione permette:

  • l’esenzione dal limite massimo del 20% di lavoratori assunti con contratto di lavoro a tempo determinato per ragioni di carattere sostitutivo rispetto alla forza lavoro complessiva ex art. 1, comma 1, D.Lgs. n. 368/2001, qualora ricorra l’ipotesi contenuta nell’art. 10, comma 7, D.Lgs. n. 368/2001;
  • il godimento dello sgravio contributivo del 50% sui contributi a carico del datore di lavoro ex art. 4, comma 3, D.Lgs. n. 151/2001, spettante alle imprese con meno di 20 dipendenti che assumono con contratto di lavoro a tempo determinato in sostituzione di lavoratrici assenti a seguito di maternità;
  • l’esenzione dal pagamento del contributo INPS maggiorato dell’1,4% per i mesi di attività.

 

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LAVORO ALL’ESTERO: COME FARE E DOVE ANDARE.

Parliamoci chiaro, sappiamo bene che trovare lavoro di questi tempi non è facile. Perciò sono tanti quelli che decidono di mollare tutto, cambiare vita e mettersi a cercare altrove. In un altro Paese.

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di Michele De Sanctis

Lavorare all’estero significa innanzitutto conoscere bene la lingua del posto in cui ci si vuol trasferire. L’avventura di chi parte senza saper parlare bene neppure la propria lingua, raramente ha un epilogo positivo. Ma, naturalmente, non è solo una questione di lingua. Ci sono anche altri aspetti che vanno considerati. Cerchiamo di capire insieme quali sono i primi passi per trovare un’occupazione fuori dall’Italia. Ricordate che se il vostro sogno è lavorare all’estero, riuscirete a realizzarlo solo se non vi arrenderete alle prime difficoltà.

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Iniziamo con il web. Mi sembra scontato: la rete ci viene in aiuto sempre. Esistono, infatti, diversi siti dove è possibile imparare tutte le lingue del mondo. Ed esistono anche valide app dedicate a questo scopo. Potreste anche procurarvi una buona grammatica, meglio se di tipo induttivo, ed esercitarvi con letture e visioni di film e telefilm in lingua. Anche per questo il web è una risorsa, da Amazon a Hoepli.it, non avete che da scegliere.

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Ora, facciamo conto che siate tutti perfettamente padroni di una lingua straniera. Cosa fare a questo punto? Internet offre moltissime risorse anche per trovare lavoro all’estero. Esistono, infatti, vere e proprie agenzie sia internazionali che italiane, che si occupano proprio di questo: programmi di collocamento, programmi di studio delle lingue, programmi combinati studio/lavoro, programmi di tirocini, programmi di volontariato e programmi di soggiorno alla pari. Molti sono i siti nati negli ultimi anni con l’obiettivo dichiarato di far incontrare domanda e offerta nel mercato del lavoro internazionale. Insomma, per lavorare all’estero dovete necessariamente fare questo passaggio attraverso il web.

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Inoltre, al fine di facilitare la ricerca di lavoro in ambito comunitario la Commissione Europea, con la raccomandazione pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea del 22.03.2002, suggerisce modalità omogenee di presentazione delle competenze e capacità professionali dei cittadini.
Sicuramente, già lo sapete tutti, ma repetita iuvant. Esiste un modello di curriculum vitae da utilizzare nei paesi comunitari, che, a differenza di quello tradizionalmente utilizzato qui in Italia, mette l’accento su capacità e competenze personali acquisite in qualunque contesto (non solo formativo e lavorativo) e sulle competenze trasversali. Parlo del C.V. europeo.

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CREA IL TUO CURRICULUM VITAE EUROPEO.

Ad ogni buon conto, presso tutti i Centri per l’Impiego sono disponibili informazioni sul curriculum vitae europeo oltreché altre informazioni e materiali realizzati dal Centro Risorse Europeo o da altri canali comunitari.
Prima che interrompiate la lettura, vi avverto: il post è rivolto a tutti quelli che stanno pensando di mollare tutto, non solo a quelli che vogliono spostarsi all’interno della UE. E siccome l’Italia è un Paese Membro è da qui che partiamo. Se state pensando di andare più lontano scorrete un po’ verso il basso.

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Senza la pretesa di essere esaustivi, perché sarebbe impossibile, vediamo adesso alcune delle agenzie più accreditate, presso le quali dovreste trovare anche un servizio di sostegno alla mobilità, principalmente europea.

EURES (European Employment Services). È una rete in cui collaborano assieme alla Commissione Europea i servizi pubblici per l’impiego dei paesi aderenti allo Spazio Economico Europeo, compreso quelli del recente allargamento, allo scopo di favorire la mobilità geografica e professionale dei lavoratori rendendo il più possibile trasparente il mercato del lavoro europeo. Eures offre un servizio personalizzato a coloro che sono interessati a lavorare in Europa, fornendo informazioni sulle condizioni di vita e di lavoro dei paesi membri e sulle proposte occupazionali disponibili e alle aziende locali che intendono assumere personale fuori dai confini nazionali. È inoltre possibile inserire all’interno della rete Eures il proprio curriculum vitae (modello europeo), così da poter essere sempre visionato dalle aziende o enti che presentano periodicamente le offerte di lavoro.
In particolare il Servizio Eures offre alle persone interessate a fare un’esperienza professionale in Europa
• informazioni e orientamento riguardo le opportunità lavorative presenti nella banca dati Eures
• informazioni sulle condizioni di vita e di lavoro nei vari paesi europei
• sostegno alla ricerca lavorativa mediante l’indicazione di indirizzi utili e informazioni sulle tecniche di ricerca utilizzate nei vari paesi
• consulenza e supporto per le procedure da attivare alla partenza e al rientro da un lavoro all’estero

Eurosummerjobs. Si tratta di un progetto transnazionale finalizzato alla realizzazione di un database sulle opportunità di lavoro stagionale per giovani e studenti nell’ambito delle politiche a sostegno della mobilità dei giovani e nello spirito dell’alternanza scuola-lavoro. Il database viene messo on line ogni anno alla fine di marzo, in occasione della fiera annuale di orientamento per gli studenti di Parigi, e resta visibile fino all’autunno dell’anno successivo.

Jobs in Europe. Per 26 paesi europei è possibile consultare siti specializzati nella ricerca di lavoro, opportunità come au pair, insegnamento di inglese, giornali europei, incarichi dirigenziali, lavori stagionali/estivi/invernali.

ManPower. Tre le lingue selezionabili: Inglese, Francese, Tedesco; in bella evidenza il canale per la ricerca delle offerte di lavoro. In aggiunta due rubriche fondamentali: Job Carrer che fornisce tre opzioni: Regno Unito, Francia e una lista degli altri Paesi in cui ManPower è presente.

Ci sono, poi, alcune agenzie per il lavoro italiane che operano all’estero.

EUROMA. Agenzia di Roma. Tratta sia lavoro nel settore alberghiero, sia studio e stage in diversi settori. Paesi di destinazione: Francia e Germania (stage), Inghilterra, Irlanda e Spagna (job).

Intermediate. Agenzia di Roma. Tra i vari programmi di studio, studio e lavoro, tirocini, volontariato e alla pari di cui si occupa, promuove un interessante programma alla pari negli Stati Uniti d’America.
Programmi di volontariato in Ecuador, Costarica, Guatemala, Perù, India, Vietnam, Sri Lanka, e Tanzania.

Holidays Empire. Agenzia di Roma. Si occupa di vari programmi. Attualmente segnala i seguenti:
• Soggiorni lavoro studio “Work & Travel e Work & Study” in Gran Bretagna, Irlanda, Germania, Australia e Nuova Zelanda;
• Collocamenti alla pari a Londra, Dublino, in vari Paesi europei e in più in Australia e Nuova Zelanda.

Erc-Euroeduca. Agenzia di Milano. Offre vari programmi tra cui il collocamento alla pari negli Stati Uniti d’America.

Sti Travels. Agenzia di Bologna. Organizza:
• Stage retribuiti per neolaureati in America con ottime capacita di lingua parlata;
• Work and travel in America;
• Anno di studio all’estero.

MB Scambi Culturali. Agenzia di Padova. Presenta diversi programmi tra i quali segnaliamo:
• Studio e lavoro in Inghilterra (a Ramsgate con corso di minimo 4 settimane);
• Studio e lavoro in Australia (a Sydney con corso di minimo 4 settimane, ma consigliate almeno 6).

Welcome Agency. Agenzia di Torino. Offre programmi di:
• Collocamento alla pari in tutti i Paesi dell’Unione Europea,
• Programmi di lavoro/studio nel Regno Unito, Irlanda ed in altri Paesi CE;
• Soluzioni di accommodation a Londra; Accommodations + corso di Inglese a Londra;
• Corsi di lingua in tutti i Paesi CE.

A.R.C.E. Agenzia di Genova. Propone:
• Soggiorni di studio-lavoro in Inghilterra (corso d’inglese e lavoro in hotel e ristoranti);
• Collocamenti alla pari in Inghilterra, Irlanda, Francia, Spagna, Germania, Austria, Nord Europa;
• Collocamenti alla pari di tre mesi e corso di lingua inglese a Dublino (Irlanda) per ragazze dai 18 ai 25 anni con livello intermedio di inglese ed alcune esperienze come baby-sitter;
• Sistemazione in Inghilterra come “ospite pagante” presso famiglie selezionate, con corso d’inglese.

3 ESSE. Agenzia di Varese. Tratta programmi Work and travel in vari Paesi tra cui Stati Uniti d’America, Australia e Nuova Zelanda.

T-Island (Isola dei Talenti). Agenzia di Imola. Si propone di aiutare gli italiani dotati di talento, ma senza prospettive di impiego all’orizzonte, a trovare lavoro all’estero. una vera propria agenzia di collocamento progettata per supportare chi aspira a trovare un lavoro ad andare oltre confine, superando gli ostacoli della burocrazia e fornendo anche un aiuto a districarsi nelle pratiche necessarie e nella ricerca di un alloggio.

I programmi completi offerti da ciascuna agenzia si trovano sui rispettivi siti. Scrivendo agli indirizzi mail indicati, si possono richiedere ulteriori chiarimenti e una consulenza personale.

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Adesso passiamo alla parte più impegnativa. Come fare l’abbiamo visto, ma cosa fare?
Lavorare all’estero. Quale lavoro intraprendere? Trasferirsi all’estero potrebbe implicare la necessità di doversi reinventare, soprattutto se non si è in possesso di una particolare specializzazione, o se si ha un titolo di studio che è spendibile per il 90% solo entro i confini italiani, come sappiamo bene noi giuristi. Occorre, quindi, analizzare il mercato del lavoro.

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La prima regola (anche se forse potrebbe sembrare un po’ controproducente) è quella di non buttarsi subito alla ricerca di un lavoro qualunque. Prendetevi prima del tempo per studiare il mercato del lavoro internazionale. E partite da questo punto: quali posti di lavoro sono richiesti e in quali Paesi? Naturalmente, è un presupposto questo che funziona solo se nelle vostre intenzioni non c’è quella di trasferirvi in un Paese specifico, ma solo quella di lavorare all’estero, ovunque sia. Se, invece, volete restringere il campo di ricerca dovreste cercare quali sono i settori su cui puntare nel mercato del lavoro del Paese che avete scelto.

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Attenzione. Spesso capita che le nazioni che offrono di più sono anche quelle in cui non è facile ottenere visti e permessi per il lavoro: Australia, Nuova Zelanda, Canada, Stati Uniti, nel caso la vostra esperienza non sia limitata nel tempo, ma abbiate la seria intenzione di lavorare all’estero per un periodo piuttosto lungo. Se cercate un lavoro stagionale, potete puntare anche sull’Europa, tuttavia. E comunque in Europa i Paesi in cui trovare lavoro ‘più facilmente’ sono Regno Unito e Germania.

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Per quanto riguarda il resto del mondo, occhi puntati sul Messico, dove si prevede che si possano aprire nuovi mercati. Ma soprattutto sul Brasile, Paese dall’economia emergente, che offre interessanti opportunità anche per l’avvio di un nuovo business.

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Consigliamo, infine, il sito Lavorare all’estero, in cui troverete offerte di lavoro per italiani all’estero e notizie sull’economia dei Paesi esteri, per iniziare quest’avventura in modo consapevole e con le carte in regola per farcela.

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Selex Es, nasce a Chieti Scalo il polo Finmeccanica per la cyber security.

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Un supercalcolatore firmato Selex Es, azienda che da trent’anni è specializzata nella sicurezza contro i crimini informatici è quello che nella giornata di ieri la controllata di Finmeccanica ha inaugurato a Chieti Scalo, in Abruzzo, alla presenza del ministro dell’Interno, Angelino Alfano, del numero uno di Selex Es, Fabrizio Giulianini oltreché del presidente di Finmeccanica, Giovanni De Gennaro. All’inaugurazione hanno partecipato anche il sottosegretario all’Economia Giovanni Legnini, il neo eletto presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, ed il sindaco di Chieti, Umberto Di Primio. Il supercalcolatore di Finmeccanica-Selex Es è al 30/o posto nella lista dei 500 super computer più potenti del pianeta e si colloca nella seconda posizione della classifica mondiale green500 che valuta le infrastrutture di supercalcolo per il loro tasso di efficienza energetica.

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Il centro di eccellenza anti hacker di Chieti è costituito dal Security Operation Center (SOC) e
dall’Open Source Intelligence Center in cui è installato il Supercalcolatore (High Performance Computer). Attraverso queste infrastrutture Selex Es eroga rispettivamente servizi di sicurezza e di Cyber Intelligence per la protezione da attacchi informatici. Il security operation center assicura capacità di situational awareness identificando attività malevole di tipo cyber, analizzandole in maniera dinamica, correlandole con altri eventi e
valutando il rischio associato. Le attività di prevenzione e difesa da pericoli informatici sono basate su allarmi generati dal Soc relativi a scenari di attacco o alla individuazione di nuove vulnerabilità informatiche. «La cyber security è un punto essenziale per la sicurezza strategica del nostro Paese, la sicurezza informatica è un elemento importante nella modernità», ha sottolineato il ministro Alfano.

Il numero uno di Selex Es Giulianini ha poi confermato l’ok della Nato al sistema di cyber security per cui nel 2012 Selex ES, in collaborazione con Northrop Grumman, si è aggiudicata un contratto da 50 milioni di euro. «Abbiamo conseguito l’accettazione da parte della Nato – ha detto Giulianini durante l’inaugurazione – del più grande sistema di cyber security mai assegnato fuori dagli Stati Uniti». Si tratta di un sistema attraverso cui saranno protetti da attacchi informatici «50 siti» dell’Alleanza atlantica «in 28 Paesi». Il sito di Chieti che si occuperà quindi anche di apparati avionici e comunicazioni militari.

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«Registriamo, monitoriamo e preveniamo oltre 400 attacchi informatici di grave entità ogni giorno», ha aggiunto Giulianini ha riferito che, parlando di cifre, ricorda che sono ben 70mila gli utenti Selex. «Ci proponiamo di sviluppare questa capacità e di metterla al servizio del nostro paese e delle nostre istituzioni. Lo stabilimento di Chieti esiste dal 1972, successivamente è stato rinnovato ed ha ricevuto investimenti. Oggi si pone come centro di eccellenza, uno dei tre in Abruzzo insieme a quello di L’Aquila e di Carsoli. Gli addetti in questi centri sono 330, a Chieti circa 160, tutti specializzati in attività altamente tecnologiche». Gli investimenti su Chieti, riferiscono gli addetti della Selex Es, «sono importanti e riguardano diversi milioni di euro».

Redazione BlogNomos
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Il 43,3% dei giovani italiani è disoccupato

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di Germano De Sanctis

Gli ultimi dati ISTAT relativi al mercato del lavoro nei primi tre mesi del 2014 hanno suscitato un’enorme preoccupazione. Infatti, tre milioni e mezzo di italiani sono in cerca di un’occupazione, portando il tasso di disoccupazione alla cifra record del 12,6% (peraltro, invariato rispetto al mese precedente, ma in aumento dello 0,6% nei dodici mesi). Inoltre, se ci limita ad analizzare il tasso di disoccupazione tra i giovani di età compresa tra i 15 ed i 24 anni, quest’ultimo dato raggiunge la percentuale drammatica del 43,3% (tra l’altro, in aumento dello 0,4% rispetto al mese precedente e del 4,5% su base annua).

Si tratta di una sequenza di dati negativi sul mercato del lavoro che non si era più registrata fin dal lontano 1977. Tra l’altro, il dato statistico è aggravato dal fatto che esso rileva una ancor più profonda spaccatura dell’andamento del mercato del lavoro tra l’Italia Settentrionale ed il Mezzogiorno. Infatti, i primi dati disponibili (anche se non ancora non ancora depurati dai giorni di mancato lavoro) fanno emergere il fatto che, nel primo trimestre dell’anno, a fronte di un tasso medio nazionale di disoccupazione giovanile pari (come visto) al 43,3% (cioè 739.000 giovani tra 15 e 24 anni che cercano lavoro), tale dato, se riferito soltanto al Mezzogiorno, si eleva fino al 60,9%.
Bisogna anche evidenziare che dal calcolo del tasso di disoccupazione sono esclusi i giovani inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, ad esempio, perché impegnati negli studi. Attualmente, il numero di giovani inattivi è pari a 4.405.000, in aumento dello 0,3% nel confronto congiunturale (+14.000) e dello 0,2% su base annua (+11.000).
In particolare, il tasso d’inattività dei giovani tra 15 e 24 anni risulta attestarsi alla percentuale record del 73,6%, segnando una crescita dello 0,3% nell’ultimo mese e dello 0,7% nei dodici mesi.

Inoltre, si deve anche evidenziare che, ad aprile 2014, sono risultati occupati soltanto 898.000 giovani tra i 15 e i 24 anni, evidenziando un calo dell’1,8% rispetto al mese precedente (-16.000) e del 9,2% su base annua (-91.000).
Di conseguenza, il tasso di occupazione giovanile si è attestato al 15,0%, diminuendo dello 0,3% rispetto al mese precedente e dell’1,4% nei dodici mesi.
Il numero di giovani disoccupati, pari a 685.000, è in diminuzione dello 0,2% nell’ultimo mese, ma in aumento del 6,3% rispetto a dodici mesi prima (+41.000).
L’incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni sul totale dei giovani della stessa classe di età è pari all’11,4%. Tale incidenza risulta invariata nell’ultimo mese ed in aumento dello 0,8% rispetto allo scorso anno.

Si tratta di cifre allarmanti, che hanno sollevato un coro di dichiarazioni preoccupate da parte di tutte le organizzazioni sindacali e datoriali, anche alla luce dei recenti dati sulla debole crescita del nostro sistema produttivo.

Tale quadro è ulteriormente aggravato da fatto che la percentuale record del 43,3% (la quale interessa l’intera platea dei giovani italiani di età compresa tra i 15 ed i 24 anni) si affianca e, soltanto in parte, racchiude al suo interno i circa 2.000.000 di scoraggiati (i quali, ormai, non cercano neanche di trovare un’occupazione) ed i circa 2.442.000 NEET (cioè, i giovani di età compresa tra i 15 ed i 29 anni che non studiano, non lavorano e non fanno formazione, il cui dato statistico è in in crescita del 4,8% cento rispetto allo scorso anno).
In altri termini, il nostro mercato del lavoro è fermo e sarà importante capire, dall’esame prossime rilevazioni statistiche, se il Jobs Act sarà in grado di produrre effetti positivi sui flussi occupazionali.

Il tasso di disoccupazione giovanile al 43,43% rimane ugualmente preoccupante anche se lo si paragona con quello analogo di altri Stati membri dell’Unione Europea che hanno problemi occupazionali analoghi. Infatti, sebbene il nostro dato sulla disoccupazione giovanile sia migliore di quello registrato in Croazia, Grecia e Spagna, al contempo, bisogna evidenziare che, in tali Paesi, la disoccupazione giovanile è in calo, mentre in Italia continua inesorabilmente a crescere.

L’Unione Europea non può ignorare questa situazione di profonda difficoltà di un’intera generazione che dovrebbe essere la culla della futura classe dirigente del Vecchio Continente ed, invece, si trova relegata ai margini del mercato del lavoro, senza poter costruire un percorso professionale, capace di garantire, da un lato, un’adeguata gratificazione individuale, ma, dall’altro, fornire un’indispensabile iniezione di idee ed energie fresche, sempre più necessarie per garantire un modello di sviluppo competitivo per l’economia europea del XXI Secolo.

Tale preoccupazione è ulteriormente rafforzata dalla considerazione che il tasso disoccupazione giovanile ha una curva disomogenea tra i vari Stati membri. Infatti, bisogna riscontrare che, a fronte dei Paesi dell’area mediterranea (ad esempio, Italia, Spagna, Croazia e Grecia), ove la disoccupazione giovanile è particolarmente forte, vi sono territori dell’Europa continentale, dove il fenomeno è molto più circoscritto (ad esempio, Germania ed Austria), se non, addirittura, completamente assente (ad esempio, la Baviera).
Siamo di fronte ad una marcata disomogeneità nelle condizioni del mercato del lavoro all’interno dei singoli Paesi europei, che sta producendo un sempre più marcato dumping sociale, il quale, se non adeguatamente contrastato, minerà irrimediabilmente la coesione territoriale all’interno dell’Unione Europea, tradendo, in tal modo, una delle direttrici su cui di fonda l’istituzione comunitaria in questione.

Pertanto, l’Unione Europea ha l’obbligo di attivare politiche capaci di omogeneizzare e favorire le condizioni di accesso al mercato del lavoro riservate ai giovani, specialmente, con particolare riferimento a quegli Stati membri, come l’Italia, che, in passato avevano una parte dei loro territori (cioè, le Regioni dell’Italia settentrionale) capace di assicurare gli stessi tassi di occupazione giovanile delle zone più evolute d’Europa e che, oggi, hanno perso ogni capacità di promozione e tutela dell’occupazione giovanile. Si tratta della decadenza di territori che, in precedenza, partecipavano fattivamente allo sviluppo dell’intera economia continentale e che attualmente si sono ridotti ad essere bacini produttivi in sofferenza e bisognosi di sussidi occupazionali sempre più ingenti, con evidenti ricadute negative sull’andamento della spesa pubblica dei singoli Stati membri.

Attualmente, l’Unione Europea ha avviato il noto programma comunitario denominato “Garanzia Giovani”. Tuttavia, la Garanzia Giovani non può essere l’unica forma d’intervento posta in essere dalle istituzioni comunitarie per contrastare questo dilagante e preoccupante fenomeno che sta, come detto, minando alle basi l’Unione Europea stessa.
In primo luogo, la Garanzia Giovani ha una dotazione finanziaria modesta, essendo stati stanziati per tutti gli Stati membri circa 6 miliardi di Euro da spendere nell’arco di un biennio.
Inoltre, la Garanzia Giovani è un fondo strutturale e, come tale, ha notevoli costi amministrativi, rispetto al valore economico dei servizi erogati ai beneficiari (cioè i giovani e le imprese) e che incidono significativamente sulla dotazione finanziaria complessiva poc’anzi indicata, riducendo sensibilmente la quota di risorse da destinare esclusivamente alle azioni dirette.
A fronte di queste considerazioni di carattere generale, bisogna anche aggiungere la considerazione che l’Italia (intesa come sistema-Paese) non si è mai distinta (salvo le dovute, ma sporadiche, eccezioni) per la sua capacità di saper spendere efficacemente le risorse dei fondi strutturali comunitari, sia non spendendo tutte le risorse finanziarie assegnatele, sia disperdendole in una moltitudine di piccoli progetti, talvolta anche privi di qualsiasi coerenza sistemica con gli obiettivi di programmazione.

Per cominciare ad contrastare seriamente la disoccupazione giovanile in Europa bisogna, innanzi tutto, avere la consapevolezza dell’inutilità di ogni politica di coesione avente una dimensione esclusivamente nazionale.
Una prima opzione d’intervento comunitaria è rinvenibile nella risoluzione del noto problema della tassazione del lavoro, la quale risulta essere fortemente disomogenea, poiché ogni Stato membro gode di una sua regolamentazione tributaria in materia. Ad esempio, l’Italia è la Nazione europea con il più al tasso di imposizione fiscale sul lavoro (circa quattro volte superiore alla media comunitaria). Un sistema di tassazione sul lavoro omogeneo per tutti gli Stati membri permetterebbe ai giovani europei di godere di un’offerta di lavoro non condizionata da carichi fiscali disomogenei e permetterebbe una immediata armonizzazione delle politiche di coesione.
Analogamente le risorse comunitarie potrebbero essere utilizzate per armonizzare e facilitare l’accesso al credito a favore di tutte le imprese, con particolare riferimento alle quelle di piccole e medie dimensioni.

In estrema sintesi, per aiutare i giovani a trovare lavoro, bisogna intervenire con politiche strutturali comunitarie, capaci di favorire la creazione di posti di lavoro, piuttosto che sostenerne la mera ricerca, poiché nessuna ricerca di lavoro può avere esito positivo se non si sostiene l’economia continentale nell’incrementare la propria capacità produttiva e la propria redditività, con conseguente esigenza, da parte dei datori di lavoro, ad assumere nuove unità di personale giovane ed adeguatamente formato ed istruito.

 

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ROMA PRIDE. NICHI CI METTE LA FACCIA!

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Come gia anticipato anche qui su BlogNomos, è in programma per sabato 7 giugno il Roma Pride 2014. Per l’occasione Nichi Vendola, Presidente della Regione Puglia e segretario di SEL, e il suo compagno Ed hanno deciso di farsi ritrarre per la campagna della manifestazione.

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Il Roma Pride entra nel vivo. Oggi pomeriggio aprirà i battenti il Pride Park, che fino a venerdì 6 giugno vedrà decine di iniziative. Ad inaugurarlo ci sarà alle 18.00 il vicesindaco di Roma, Luigi Nieri. A seguire incontro sul lavoro con la Segretaria generale della CGIL, Susanna Camusso.

A.S.
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IL CASO DELLA DRAG QUEEN LICENZIATA.

Ricordate il caso ‘Lady Limoncella’, la drag queen del teramano che circa quattro anni fa fu licenziata dopo aver partecipato ad uno show serale di un locale omosessuale del litorale abruzzese? Lei sosteneva che si fosse trattato di un caso di discriminazione. Ma il suo ex datore di lavoro aveva smentito sostenendo che si trattasse, piuttosto, di licenziamento per giusta causa, legittimo poiché la drag, in quel periodo, risultava assente per malattia. Ebbene, il Tribunale di Teramo ha prodotto la sentenza di primo grado. Vediamo cos’ha stabilito il giudice.

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di Andrea Serpieri

Licenziamento per giusta causa. È questo il verdetto relativo al caso ‘Lady Limoncella’, al secolo Giuseppe Starace, secondo il giudice del lavoro Maria Rosaria Pietropaolo. Tuttavia, seppur legittimo, il magistrato non ha esitato a definire le modalità con cui il licenziamento è stato comunicato ed attuato discriminatorie e perciò lesive della dignità umana. La sentenza si è basata principalmente sulla normativa e sulla giurisprudenza comunitarie in materia di diritto antidiscriminatorio e antivessatorio. Il giudice ha ritenuto «che tali fatti al di là della loro incidenza sulla persistenza del rapporto di lavoro abbiano comunque rilevanza sul piano di tutela dell’integrità fisica e psichica del lavoratore dipendente, nonché del rispetto del generale obbligo del neminem laedere, con particolare riferimento al diritto all’intangibilità della sfera personale e alla libertà di esprimere la propria personalità in contesti estranei al luogo di lavoro».
Sostiene, dunque, il magistrato che Starace abbia sbagliato ad esibirsi durante un periodo in cui era assente dal lavoro per motivi di malattia «perchè ha, di fatto, pregiudicato e, comunque, ritardato la guarigione e il rientro in servizio, in aperta violazione degli obblighi preparatori e strumentali rispetto alla corretta esecuzione del contratto. La partecipazione del ricorrente allo spettacolo integra grave violazione dei doveri generali di buona fede e correttezza e degli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà». E quindi il licenziamento è da ritenersi legittimo «in quanto proporzionato all’illecito disciplinare commesso». Ciononostante, nella sentenza si sottolinea come «le modalità con cui la società è pervenuta a tale risultato» siano «censurabili, in quanto il comportamento di fatto tenuto dalla società e, comunque, ad essa riferibile evidenzia un atteggiamento non rispettoso della dignità del lavoro in quanto incentrato sulla valorizzazione di aspetti attinenti alle abitudini e al modo di essere di ogni persona, estranei al rapporto di lavoro». Per tale ordine di ragioni, il giudice ha disposto un risarcimento danni di 8 mila euro e annullato le lettere di dimissioni presentate da Starace in quanto prodotte «in un stato di ridotta capacità di discernimento e volizione sul quale hanno indubbiamente inciso i discorsi che hanno accompagnato la lettera di contestazione. Il timore del ricorrente che tale vicenda potesse giungere a conoscenza della madre dimostra, implicitamente, che i responsabili dell’azienda hanno fatto leva sull’unico aspetto che avrebbe potuto creare, secondo la morale corrente, un qualche imbarazzo o discredito sulla persona del ricorrente, vale a dire quello relativo all’esibizione tenuta in qualità di drag queen». E inoltre: «L’atteggiamento di censura disciplinare, nella specie oggettivamente connotato da subdoli pregiudizi moralistici o, comunque, non corretto da parte dell’azienda si palesa anche nel tenore letterale della comunicazione di licenziamento, nella quale risulta del tutto gratuito il riferimento a concetti estranei al rapporto di lavoro, quale quello dell’etica morale e del costume, evidentemente riferito alle tendenze personali del ricorrente rilevanti esclusivamente nella sfera del privato».
Ora il caso passerà alla Corte d’Appello, a cui l’avvocato Sigmar Frattarelli, difensore di Starace, ha fatto ricorso per ottenere il reintegro.

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Politiche, Diritti & Cultura