STAGE: ECCO I COMPENSI MINIMI GARANTITI REGIONE PER REGIONE.

Sapevate che gli stage vanno pagati? E che il compenso varia da Regione a Regione? Scopriamo insieme in quali conviene di più frequentarne uno.

20140602-153401-56041324.jpg

di Michele De Sanctis

Abruzzo e Piemonte: sono queste le due Regioni, in cui gli stagisti vengono pagati meglio, con un rimborso minimo di 600 euro. Le più parsimoniose sono Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Umbria, in cui il compenso di base per i tirocinanti è di 300 euro. Le altre hanno scelto invece importi intermedi.

La legge Fornero impone, infatti, una retribuzione minima, la cui misura viene stabilita dalle Regioni, che sono competenti a regolare nel dettaglio i tirocini formativi. Sono esclusi: gli stage che si effettuano durante la frequenza di scuole, master, corsi di specializzazione; i periodi di pratica professionale o per l’accesso alle professioni ordinistiche (praticantato); i tirocini transnazionali (es.: Lifelong Learning Program); stage per stranieri inseriti nelle quote di ingresso; tirocini estivi.

La mappa delle scelte fatte dalle Regioni è stata tracciata un anno fa da Adapt, l’associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali fondata da Marco Biagi e attualmente diretta da Michele Tiraboschi.

20140602-153556-56156993.jpg

Il monitoraggio svolto ha consegnato un quadro normativo intricato e contraddittorio, in cui l’obiettivo di definire standard minimi omogenei, come indicato dal Legislatore, ha generato, al contrario, la proliferazione di discipline regionali diverse e in concorrenza tra di loro, con il risultato di creare maggiori incertezze a tutti gli operatori del mondo del lavoro coinvolti. Inoltre, il progressivo e vigoroso snaturamento di un metodo formativo, che viene ora ricostruito a immagine e somiglianza del contratto di primo inserimento al lavoro, fa sì che la qualità del percorso di tirocinio sia misurata in relazione alla fattispecie del lavoro dipendente e non invece in ragione della qualità dei soggetti promotori, dei fabbisogni professionali espressi dal mercato del lavoro e dai relativi contenuti formativi di ogni singolo percorso di stage. È, quindi, aumentato il tasso di regolazione, ma non si è vista la costruzione di un sistema che possa garantire la collocazione del tirocinio in un reale percorso di integrazione tra scuola, università e lavoro. Come rivelato nel rapporto Adapt, a vincere sarebbero le burocrazie regionali, che sin qui hanno dato scarsa prova di saper gestire la competenza affidata loro dalla Costituzione, mentre a perdere sarebbero le imprese e quei numerosi giovani che vedono oggi nel tirocinio una imprescindibile chiave di occupabilità e di learnfare, nel senso di punto di incontro tra i fabbisogni professionali espressi dal mercato del lavoro e i progetti di vita delle singole persone. Di certo, quello su cui, forse, il Legislatore ha puntato è stata l’introduzione di un diritto alla ‘retribuzione’ negli stage. Prima mancava anche quella. Rispetto al passato la maggiore novità per chi partecipa a i tirocinio formativo è proprio la possibilità di ricevere un’indennità. Può essere visto come un passo in avanti per l’Italia, ma non bisogna focalizzarsi solo sul rimborso: si rischia, infatti, di dimenticare che uno stage è prima di tutto formazione e ingresso nel mondo del lavoro. In effetti, su questi aspetti c’è ancora da lavorare.

Nel frattempo, vediamo quali sono le cifre minime che devono percepire, a seconda della Regione, gli stagisti in Italia, secondo il rapporto Adapt 2013 (il rapporto aggiornato non è ancora stato elaborato).

20140602-153734-56254184.jpg

Non dimentichiamo che a livello nazionale, secondo le “Linee guida” del gennaio 2013, le imprese e gli enti che attivano tirocini non possono, comunque, scendere al di sotto dei 300 euro al mese. Inoltre, i tirocini finanzianti dal programma comunitario “Garanzia Giovani” prevedono un rimborso spese standard di € 500. Pertanto, relativamente ai tirocini finanziati dalla Garanzia Giovani, le Regioni con rimborso spese più basso devono innalzare tale somma ad € 500. Nelle altre Regioni (cioè, l’Abruzzo ed il Piemonte), si applicheranno i costi standard regionali, essendo quest’ultimi più favorevoli.

BlogNomos SEGUICI ANCHE SU FACEBOOK E TWITTER

2 GIUGNO

Ricorre oggi la Festa della Repubblica Italiana, in ricordo del referendum istituzionale, indetto per la prima volta a suffragio universale maschile e femminile, con cui gli italiani, tra il 2 ed il 3 giugno 1946, vennero chiamati alle urne per esprimersi su quale forma di governo, tra monarchia e repubblica, dare al Paese, in seguito alla caduta del fascismo. Dopo 85 anni di Regno, con 12.718.641 voti contro 10.718.502, l’Italia scelse la Repubblica e i monarchi di casa Savoia furono esiliati.

20140602-140408-50648332.jpg

BlogNomos
SEGUICI ANCHE SU FACEBOOK E TWITTER

Don Milani, il sacerdote che difese la vera politica.

Don Lorenzo oggi avrebbe novant’anni, sarebbe uno di quei nostri vecchi (quanti ce ne sono ormai) svegli e curiosi. E invece se n’è andato senza aver raggiunto neppure i quarantacinque, senza arrivare neanche a quel 1968 che le sue parole e i suoi gesti avevano così anticipato e influenzato.

20140602-135021-49821610.jpg

di Walter Veltroni, da l’Unità del 27 maggio 2014

Don Lorenzo Milani se lo portò via un tumore, ma gli ultimi mesi volle passarli con i suoi ragazzi lì nella canonica di Barbiana, dove insieme avevano scritto quella «Lettera a una professoressa» diventata quasi un libro di scuola, di un’altra scuola.

Barbiana è una frazioncina di Vicchio nel Mugello, tra Firenze e le montagne. Quando don Lorenzo ci finì a fare il prete aveva sì e no duecento abitanti. Un paesetto microscopico e appartato nell’Italia del boom, nell’Italia che aveva smesso di essere rurale e agricola per diventare urbana e industriale. Da quest’angolo quasi sperduto Don Lorenzo Milani seppe guardare avanti e determinare un pezzo del futuro. Del nostro, perché lui non fece neppure in tempo a vederlo.

Oggi, mentre festeggiamo i novant’anni dalla sua nascita e misuriamo la distanza che ci separa dalla sua morte qualcuno si chiederà se la sua storia ha ancora qualcosa da insegnarci, qualcuno penserà che è venuto il momento di lasciarcelo alle spalle. Io penso il contrario. Penso che questo fiorentino colto e irruento, quest’uomo di cui qualcuno ricorda la bontà e qualcun altro il cattivo carattere, è uno di quei padri fondatori di cui l’Italia ha ancora tanto bisogno. Io, quando mi è capitato di partire per una esperienza nuova (che fosse alla fine degli anni Novanta o nel più vicino 2007) son sempre ripartito da Barbiana. Fuori dalla canonica c’è ancora il cartello con su scritto «I care». Che ha a che fare un motto in inglese per quella scuola di ragazzini poverissimi? Tutto: «I care» (difficile tradurlo in italiano, me ne curo, ne prendo cura) è – lo diceva don Lorenzo – il contrario esatto del «me ne frego» dei fascisti, è il segno di una attenzione, di una empatia, di una comunità. Non era il maestro don Milani ad «aver cura» dei ragazzi (quel motto sarebbe stato in questo caso un segno di autoaffermazione), è ognuno di noi a doversi far carico di tutti e di ciascuno.

Dicono che don Lorenzo Milani fosse un maestro esigente, lo era certamente: proprio perché partiva dagli ultimi voleva che questi fossero i primi. Benché il Sessantotto avesse letto e riletto la «Lettera ad un professoressa» (un atto di accusa implacabile alla scuola di classe, che respingeva i poveri, che selezionava a vantaggio dei più ricchi, che escludeva gli ultimi allontanandoli da ogni sapere, e quindi da ogni potere) mi viene il dubbio che l’avesse capita. Il sei politico, il livellamento in basso, il successo facile erano lontani mille miglia dal clima che si respirava nelle aule della canonica o sotto al pergolato in cui si faceva lezione nei mesi di sole. La scuola di Barbiana era insieme dura ed esigente ma era anche collaborativa e amica. Per Don Milani diritto allo studio e affermazione delle pari opportunità, realizzazione del singolo individuo come cittadino e impegno per la pace non furono principi astratti. Erano idee da tradurre nella realtà, parlando al cuore delle persone, con tutte le forze disponibili e (se serviva) pagando in prima persona la coerenza delle proprie posizioni.

Pagina 3 di 3 Don Milani, il sacerdote
che difese la vera politica Di Walter Veltroni 27 maggio 2013 A – A
A novant’anni dalla nascita parole come partecipazione e responsabilità, valori per lui fondamentali, sono anche oggi i cardini di una comunità che vuol essere aperta e inclusiva. Così altrettanto attuale è l’idea della centralità della cultura, e della «politica» intesa nel suo senso più alto, per l’emancipazione degli uomini e per lo sviluppo delle comunità.

Certo, credo che l’Italia di oggi viva problemi (sociali, civili, di tenuta della democrazia) apparentemente molto lontani da quelli dell’Italia dei primi anni sessanta in cui la miseria e l’analfabetismo segnavano ancora tanta parte del Paese. Ma credo anche che le questioni dell’oggi non siano meno gravi, anzi forse esse rischiano di essere più drammatiche perché la spinta alla trasformazione di allora appare attenuata, quasi spenta. Abbiamo bisogno di ricominciare e per farlo le parole sono sempre le stesse, quelle indicate a Barbiana da questo sacerdote scomodo e difficile: partecipazione, responsabilità, voglia di cambiare, pari opportunità, comunità. Declinata certo con i modi e le parole di oggi, ma dalla lezione di un maestro esigente e generoso come don Milani non si scappa se non ci si vuole tradire.

Fonte: l’Unità

BlogNomos
SEGUICI ANCHE SU FACEBOOK E TWITTER

I 10 FILM PIÙ BELLI DI SEMPRE.

“Star Wars: L’Impero colpisce ancora” è ufficialmente il miglior film di tutti i tempi. Beh, almeno secondo i lettori della rivista Empire Magazine e stando all’ormai consueto sondaggio che il magazine propone ai suoi fan ogni anno.

20140601-174904-64144947.jpg

di Andrea Serpieri

Con la classifica “Greatest Movies”, fin dal primo sondaggio nel 2008, la rivista ha conquistato oltre 250.000 cinefili, che di anno in anno in scelgono le 301 pellicole più grandi di sempre.

La classifica 2014 vede il primo sequel di “Star Wars” detronizzare “Il Padrino” di Francis Ford Coppola, che adesso occupa la posizione numero due.

Questa la top ten 2014 dei film belli di sempre:

1. “Star Wars: L’Impero colpisce ancora”

20140601-175033-64233901.jpg

2. “Il Padrino”

20140601-175110-64270192.jpg

3. “Il Cavaliere Oscuro”

20140601-175145-64305113.jpg

4. “Le ali della libertà”

20140601-175212-64332508.jpg

5. “Pulp Fiction”

20140601-175250-64370116.jpg

6. “Star Wars: Episodio IV – Una nuova speranza”

20140601-175354-64434042.jpg

7. “Il Signore Degli Anelli: La Compagnia dell’Anello”

20140601-175422-64462510.jpg

8. “Lo Squalo”

20140601-175451-64491024.jpg

9. “I predatori dell’arca perduta”

20140601-175534-64534930.jpg

10. “Inception”

20140601-175608-64568913.jpg

Per vedere l’intera classifica, clicca qui.

BlogNomos
SEGUICI ANCHE SU FACEBOOK E TWITTER

I 12 PAESI CHE INQUINANO DI PIÙ AL MONDO.

Il World Resources Institute ha pubblicato uno studio aggiornato sulle emissioni di anidride carbonica per ogni Paese. Lo studio del WRI copre un periodo di tempo che va dal 1850 al 2011.

20140601-132032-48032489.jpg

di Michele De Sanctis

Se nel 1850, con le sue emissioni di anidride carbonica, era il Regno Unito la nazione più inquinante al mondo, nel 1888 il primato venne raggiunto dagli Stati Uniti. Primato che nel 1945 gli USA mantenevano ancora. Verso la fine del secolo scorso, tuttavia, l’Unione Sovietica, nel pieno della sua crisi, strappò allo zio Sam il record delle emissioni di Co2, era il 1991. In quello stesso anno la Cina raggiunse il secondo posto nella classifica mondiale, ma dal 2005 è proprio la Cina a essere il primo Paese per emissioni di anidride carbonica.

20140601-132126-48086055.jpg

Oggi i 12 Paesi che producono più Co2 sono:
1) Cina
2) Stati Uniti
3) India
4) Russia
5) Giappone
6) Germania
7) Corea del Sud
8) Iran
9) Canada
10) Arabia Saudita
11) Messico
12) Regno Unito.
La Cina inquina venti volte di più del Regno Unito.

20140601-132300-48180168.jpg

Nel 1997 era stato firmato il Protocollo di Kyoto per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Ciononostante, da allora le emissioni sono aumentate del 40%.

Su questo fallimento pesa innanzitutto il fatto che verso la fine del suo secondo mandato, il presidente Bill Clinton, incoraggiato dal vice Al Gore, aveva firmato il protocollo, ma George W. Bush, all’indomani del suo insediamento alla Casa Bianca, ritirò l’adesione inizialmente sottoscritta. Inoltre, India, Cina ed altri Paesi in via di sviluppo, pur avendo ratificato il protocollo, non sono tenuti a ridurre le emissioni di anidride carbonica nel quadro del presente accordo, benché la loro popolazione sia relativamente grande.

20140601-132445-48285154.jpg

In Italia, nonostante la dura opposizione di Silvio Berlusconi poco prima delle elezioni politiche 2001, il quale aveva sollecitato un intervento del premier Giuliano Amato per evitare che decisioni non più modificabili fossero assunte a Lussemburgo (per l’attuazione europea del Protocollo) dal rappresentante del ministro dell’Ambiente, sostenendo, peraltro, che il punto di riferimento per la politica ambientale italiana non fosse più l’Europa, ma gli Stati Uniti che osteggiavano apertamente Kyoto, si è tuttavia arrivati ad una ratifica attraverso la legge 1 giugno 2002 n. 120, in cui veniva illustrato il relativo Piano nazionale per la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra. Con la Finanziaria 2007, poi, durante il governo Prodi e, in particolare, con i ministri Bersani e Pecoraro Scanio, il centrosinistra aveva istituito il ‘Fondo rotativo per Kyoto’ rimasto inattuato fino a due anni fa. Ricordiamo che nel 2008 il leader di Arcore ha ripreso le redini del Paese, su cui ha governato fino a tutto il 2011. Nel 2012, dunque, l’attuazione del Fondo ha previsto un finanziamento di 600 milioni di euro, con tassi agevolati di interesse ed investimenti in efficienza energetica, energie rinnovabili, tecnologie di cogenerazione e trigenerazione. A due anni dall’attuazione del Fondo, lo scorso 13 febbraio la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile ha presentato il “Dossier Clima 2014”, da cui emerge che «L’Italia prosegue nel suo percorso virtuoso di riduzione delle emissioni di gas serra e dopo aver centrato e superato nel 2012 l’obiettivo di Kyoto (-7,8% rispetto al 1990), nel 2013 ha ridotto le emissioni di un ulteriore 6% ed è sulla strada per centrare il target del 2020 del pacchetto clima-energia. Nel 2013 in Italia le emissioni di gas serra si sono attestate, infatti, a 435 MtCO2eq. Si tratta di un calo di oltre il 6% (30 Mt) rispetto all’anno precedente, alla base del quale c’è una significativa riduzione dei consumi di combustibili fossili: -5% (3,4 milioni di tonnellate di petrolio), di gas -6% (4,8 miliardi di m3) e di carbone -14% (3,7 milioni di tonnellate)». Il pacchetto clima-energia costituisce l’insieme delle misure pensate dalla UE per il periodo successivo al termine del Protocollo di Kyoto ed è contenuto nella Direttiva 2009/29/CE: entrato in vigore nel giugno 2009, è valido dal gennaio 2013 fino al 2020, con il conseguimento degli obiettivi fissati per ogni Membro dalla stessa Direttiva.

20140601-132829-48509887.jpg

Tuttavia, a livello globale la situazione resta molto critica; infatti, nel mondo, stando al report del World Resources Institute, le emissioni di anidride carbonica oggi sono di 150 volte superiori a quelle del 1850. Guarda la mappa interattiva dell’aumento di emissioni dal 1850 a oggi elaborata dalla rivista Slate.

BlogNomos
SEGUICI ANCHE SU FACEBOOK E TWITTER

Io, prof trans, e i sorrisini dei ragazzi.

20140531-164316-60196785.jpg

di Carlotta De Leo, da Il Corriere della Sera del 31 maggio 2014

Il supplente di matematica e fisica è entrato in classe in gonna. Gli studenti del liceo scientifico Oberdan di Trieste hanno pensato a un errore: aspettavano un uomo, e invece si sono trovati di fronte una professoressa con tacchi e rimmel. Nessuno sbaglio: Michele Romeo, il docente che in questi ultimi giorni di scuola ha preso il posto di quello di ruolo, è un trans. «Io non sono una travestita, sono androgina: in me convivono aspetti femminili e maschili» dice.
La storia, pubblicata dal quotidiano Il Piccolo , ha suscitato reazioni e polemiche, con genitori che sarebbero sul piede di guerra. «Non mi reputo così importante come il polverone sollevato –dice Romeo – Non ho problemi a parlare di me, e anzi trovo importante che il mio caso abbia aperto discussioni. Spero serva a tutte le persone che vivono di nascosto e con sofferenze simili alla mia».

La scoperta
Nato in Puglia nel 1976, a dieci anni ha scoperto la sua vera identità. «Avevo la passione per gli abiti e le scarpe della mamma, e un amore infinito per le scienze che sono tutt’oggi la mia vita» dice Romeo. E in effetti, nel tempo ha collezionato un curriculum di tutto rispetto: laurea in Fisica a Lecce, due anni al Politecnico di Monaco di Baviera come ricercatore associato, e attualmente un dottorato in nanotecnologie all’università di Trieste. Ed è proprio in questa città che, nel gennaio del 2013, ha sposato la sua fidanzata storica: «Stiamo insieme da 17 anni e lei ha accettato con grande intelligenza la mia decisione».

Il coming out
Cinque anni fa, infatti, dopo una crisi di panico – «unica e terrificante, mi sentivo sdoppiato» – ha iniziato il lungo percorso del coming out. «Mi sono liberato di tutti i fardelli inutili, con grande onestà intellettuale. E ho cominciato a vivere nella massima naturalezza quello che sento di essere – dice – Certo, non mi aspetto che tutti comprendano. Non mi impongo né voglio rivendicare sonoramente i miei diritti: non vado al gay pride, non frequento ambienti Lgbt. Cerco solo quella che comunemente è chiamata normalità».

«Cerco di motivare i ragazzi»
A iniziare dal lavoro. Romeo, è iscritto nelle graduatorie della scuola, «terza fascia, quella dei precari». «Insegno non solo per solo per avere un po’ più di soldi, ma perché credo che sia importante indirizzare i ragazzi – dice – All’università ho fatto il tutor con buoni risultati. Non solo, per circa un decennio durante gli studi ho anche dato lezioni private. Lavoravo tanto con l’obiettivo di fare superare ai ragazzi la maturità o gli esami di recupero a settembre. Non insegnavo solo le formule, ma cercavo di motivarli, nutrivo la loro autostima minata dai docenti, dai genitori e dal contesto. Insomma, volevo portarli ad avere fiducia in se stessi. Insomma, quello che un docente normale deve fare».

«Faccio scorrere l’imbarazzo»
Con questo approccio Michele si presenta a scuola anche oggi. E quando sale in cattedra, di fronte agli immancabili sorrisini e alle battute, resta impassibile. «Faccio scorrere l’imbarazzo iniziale. Una volta finito le risate, i ragazzi sono obbligati a fare i conti con il motivo della loro reazione di disagio. E nella maggior parte dei casi quei sorrisi non tornano più».

«Non voglio fare l’animale da circo»
Più complicato, invece, il rapporto con il mondo degli adulti e dei media. «Ma non sempre. Questa al liceo Oberdan non è stata la prima supplenza, ma la prima a fare rumore» chiarisce. Poi però confessa qualche timore: «Sono preoccupato di quanto sta accadendo, non per me, ma per i miei cari. Da scienziata so bene quello che può accadere: o la cosa si spegne per un non allineamento delle variabili, oppure si amplifica in un effetto butterfly che porterà conseguenze che io non vorrei. Ovvero al circo degli animali di esposizione. Tutta la mia vita è all’insegna dell’onestà e del serio impegno».

«Non c’è nulla di più normale»
Di fronte alle polemiche dei genitori dell’Oberdan, in sua difesa è scesa anche la preside del liceo triestino, Maria Cristina Rocco: «Queste reazioni mi stupiscono: è allucinate che un insegnante venga giudicato dagli abiti che indossa – afferma – La legge tutela i diritti di tutti e siamo noi a dover imparare che la normalità non è rappresentata dalla cosa più frequentate che siamo abituati a vedere». Ai genitori, Romeo direbbe solo poche parole: «Io faccio bene il mio dovere: insegno con la massima dedizione, occupando un posto che mi spetta di diritto. E questo è molto più importante degli aspetti esteriori. Non c’è nulla di più normale per un essere vivente che si esprime liberamente, nel rispetto altrui. Questo vale per me, ma anche per i loro figli».

Fonte: Il Corriere della Sera

BlogNomos
SEGUICI ANCHE SU FACEBOOK E SU TWITTER

IN POLITICA CHI VINCE È IL CONFLITTO GENERAZIONALE: NE SIAMO SICURI?

20140531-121425-44065633.jpg

Abbiamo il tempo dalla nostra, è ancora presto. Quest’italia è formata da generazioni di pensionati che forse non hanno voglia di cambiare, di pensare un po’ ai nipoti, ai loro figli, ma preferiscono stare così.
Queste parole con cui Grillo ha tentato di giustificare la ‘mazzata’ elettorale dimostrano che il leader di M5S è molto lontano dalla realtà, che guarda con le lenti deformate di chi, pur riempiendo le piazze, ha perso tantissimi voti. Se non se ne fosse fatta una lotta per il potere, o noi o loro, nemmeno ne staremmo a parlare, perché il 21% è comunque un buon risultato che porta il M5S al secondo posto. Ma siccome si continua a parlare di questo voto a distanza di una settimana, forse è il caso di fermarci a riflettere ed analizzare le parole di Grillo e il voto storico che il centrosinistra è riuscito a incassare.
Stiamo ai fatti: secondo diversi studi sui flussi elettorali e sulle caratteristiche generazionali degli elettori, condotti dai principali Istituti specializzati, il PD è risultato primo nella fascia di età che va dai 18 ai 24 anni e secondo, con lieve distacco, dai 35 ai 44 anni. Tutti baby pensionati? Difficile, di questi tempi. Tutti ricchi e asserviti ai poteri forti? Eccessivo, direi. Tuttavia, non vorrei commettere l’errore opposto e dire che, paradossalmente dopo queste elezioni, tutti gli antigrillini siano giovani, anche perché non è vero. Le statistiche, come anche le proiezioni elettorali, non sono esattamente speculari alla società. La verità è che, molto più semplicemente, questi fenomeni sono intergenerazionali e non devono, quindi, essere etichettati come semplici fattori anagrafici. L’elettorato italiano è ‘liquido’, non esistono più le vecchie ideologie, non c’è più la balena bianca, né il bipartitismo degli ultimi decenni.
Penso che i pensionati non abbiano votato M5S forse proprio perché, contrariamente a quanto ha scritto Grillo, vogliono cambiare le cose per poter dare ai figli e nipoti un avvenire senza avventurismo, salti nel vuoto, distruzioni e macerie dalle quali sarebbe molto difficile venire fuori. E credo che abbiano pensato che il partito del ‘rottamatore’ meglio incarnasse questo spirito. Perché bollare come matusa gli attuali pensionati, muniti di smartphone e tablet come i loro figli, e più di loro desiderosi di una svolta, fosse anche per il solo fatto di non dover essere costante sostegno economico per dei giovani che meritano un futuro migliore e un lavoro? Anzi, sono proprio i pensionati – e sopratutto i tanti che percepiscono meno di mille euro al mese – che avrebbero dovuto penalizzare il partito di maggioranza relativa dell’attuale Governo, perché sono tra quelli che, al momento, restano esclusi dall’aumento degli 80 euro netti percepiti dai lavoratori attivi pubblici e privati, disoccupati, cassintegrati e in mobilità.
D’altra parte, voler dipingere i giovani come grillini in blocco è probabilmente un luogo comune, come lo è identificare il PD come il partito dei pensionati. Generalizzare è sempre un errore, soprattutto in politica: ogni giovane è diverso dall’altro, lo stesso vale tra i nostri genitori, ognuno ha una sua storia e un suo percorso personale. È offensivo immaginare per tutti la stessa strada ed è inquietante aspettarsi che tutti i giovani abbiano lo stesso pensiero, come è triste armare una guerra generazionale, quando i nostri genitori, con la loro pensione, sono stati dall’inizio della crisi sino ad oggi la cassaforte delle famiglie d’Italia.
È la mia opinione e come tale è contestabile. In fondo, questo è un blog, non una testata giornalistica. Ma accetto solo la critica. Per gli insulti ci sono luoghi più consoni.
E non mi riferisco alle nostre mailbox, come quella di un autore di questo blog, che, per aver scritto un articolo sull’eurozona all’indomani del voto, è stato vittima della peggiori infamie, che normalmente (ma normale non è) si indirizzano a chi sceglie di restar fuori da quel 21%.

Andrea Serpieri
gratuitamente per
BlogNomos (spazio indipendente di riflessione su politiche, diritti e cultura).
SEGUICI ANCHE SU FACEBOOK E TWITTER

Pillole di globalizzazione. Il caso Uber e la “sharing economy”.

Immagine

 

di Germano De Sanctis

 

Nei giorni scorsi, è scoppiato il caso Uber. Uber è una start-up con sede a San Francisco, che offre ai propri clienti una rete di trasporto realizzata attraverso una sua app per smartphone e tablet, la quale crea un collegamento tra passeggeri e autisti, offrendo un servizio navetta per raggiungere la destinazione prescelta. La società è presente in decine di città in tutto il mondo.
Entrando nello specifico, l’app permette di prenotare le auto a noleggio con conducente, mediante l’invio di un messaggio di testo, oppure utilizzando direttamente l’applicazione mobile poc’anzi descritta. Utilizzando l’applicazione, i clienti possono tenere traccia, in tempo reale, della posizione dell’auto prenotata.

 

Come è noto, l’utilizzo sempre più diffuso di questa app, ha scatenato le proteste dei tassisti milanesi, i quali hanno contestato il fatto che Uber violi le norme nazionali che disciplinano i servizi di trasporto pubblico erogati dai tassisti “tradizionali”, a seguito di rilascio di apposita licenza.
I tassisti milanesi sono in buona compagnia, in quanto molti altri loro colleghi di altre città del mondo hanno posto in essere fenomeni di protesta del tutto simili.

 

Tuttavia, al di la dei fatti di cronaca legati alla situazione dei tassisti milanesi e di altre città del mondo, resta da affrontare il tema del complesso tema dell’intreccio tra innovazione tecnologica, globalizzazione, regole della concorrenza e privilegi corporativi.
Uber, come molte altre innovazioni tecnologiche, è il prodotto (non la causa) di una innovazione senza permesso, in quanto, anche da un punto di vista della reddittività, ogni app del genere punta solo a raccogliere, a livello globale, utenti, consensi e, quindi, a coinvolgere il numero maggiore possibile di persone, senza preoccuparsi delle singole normative nazionali di settore. Anzi, essendo presente soltanto sul web ed operando su server lontani migliaia di chilometri, si assiste alla diffusione di operazioni commerciali connotate da una indefinibile extraterritorialità.

 

Nel caso di specie, i tassisti si scagliano contro l’app in questione e protestano, accusandola di concorrenza sleale, citando le leggi nazionali che tutelano la loro categoria. Tuttavia, la loro protesta contro Uber risulta essere sterile, in quanto l’origine del loro problema non è Uber, poiché siamo di fronte ad una conseguenza inaspettata ed incontrollabile dell’innovazione senza permesso.
Infatti, l’app, diventando un operatore nell’ambito del mercato di riferimento, deve confrontarsi con esso. In altri termini, un’app come Uber si pone come intermediaria e, di conseguenza, trattiene una percentuale per la sua attività di mediazione.
Prima dell’avvento di Internet, tale forma d’intermediazione era una pratica diffusa, ma in alcun modo equiparabile per portata a un servizio professionale. Infatti, si pubblicava un annuncio sul giornale, si veniva contattati e si noleggiava un’auto con un conducente. Uber ha trasformato la classica telefonata dall’autorimessa al collega (che, ad esempio, già stava andando, per avvisarlo dell’arrivo di un nuovo cliente) in un rapporto diretto fra utenti e autisti via smartphone. In tal modo, un gruppo di Ncc od un Ncc singolo può organizzarsi per ottimizzare la giornata lavorativa ed alternare la sua attività con quella delle chiamate dirette.

 

Pertanto, la vera domanda da porsi è se una simile innovazione tecnologica è un problema, oppure un’opportunità.
Per quanto concerne la categoria dei tassisti, i loro veri problemi esulano dal singolo caso Uber, in quanto costoro devono confrontarsi quotidianamente con il car sharing, con la diffusione delle aree pedonali, i costi di manutenzione, l’imposizione fiscale etc.. A confronto Uber, è un piccolo fastidio, poiché la sua platea è decisamente ridotta, rispetto a quanti regolarmente utilizzano i tradizionali taxi. Difatti, bisogna tenere a mente che, per usare Uber, bisogna avere uno smartphone ed una carta di credito ed essere, altresì, disposti a comunicare gli estremi della propria carta di credito alla società che gestisce l’applicazione in questione. Vista la diffusione in Italia delle connessioni internet mobili e delle commercio elettronico, appare evidente che stiamo parlando di un ridotto numero di persone sottratto ai tradizionali servizi taxi.

 

Invece, la domanda iniziale circa la natura di problema o di opportunità di Uber deve essere posta in riferimento all’intero mercato globale. In linea di principio, un’app come Uber non può essere considerata immediatamente un problema, in quanto con erode, in prima istanza, fette di mercato riservate ai servizi tradizionali, perché ne offre di nuovi ed alternativi.
Questa affermazione è sicuramente veritiera nel breve e medio periodo. Invece, nel lungo periodo, i confini tra i servizi tradizionali e quelli tecnologicamente innovativi si fanno sempre più labili, poiché i settori merceologici sono gli stessi (nel caso di Uber, ad esempio, è il trasporto pubblico). Nel corso del tempo, interviene l’assuefazione da parte degli utenti ai nuovi servizi, fino a rendere non più appetibili (probabilmente anche al di là dei costi reali) i servizi tradizionali.

 

Pertanto, un’app come Uber è un opportunità per tutti, anche per coloro che erogano servizi tradizionali nel medesimo settore merceologico, a condizione che esista una classe imprenditoriale capace di studiare un servizio “glocal” economicamente profittevole, in quanto basato sulle reali esigenze locali e non strutturato su una indifferenziata proposta contrattuale su base globale.

 

Ovviamente, necessita anche un quadro normativo adeguato ed al passo dei tempi. Invece, in Italia, la questione digitale è stata finora costantemente rimandata, senza rendersi conto, né dell’urgenza di tale problema, né delle opportunità di sviluppo imprenditoriale ed occupazionale insite nelle nuove tecnologie.
Un legislatore moderno non può ignorare l’esigenza di disciplinare strumenti per cui esiste già una domanda e li deve inquadrare tempestivamente da un punto di vista normativo, garantendone, al contempo, uno sviluppo regolamentato e rispettoso dei diritti di tutti gli attori di un determinato settore macroeconomico.
Per di più, un intervento legislativo porrebbe immediatamente rimedio all’annoso problema delle c.d. “web tax”, che si pone ogni qual volta una nuova piattaforma tecnologica inizia ad erogare servizi a pagamento sul territorio nazionale, pur risiedendo in un server e facendo capo ad una società stabilmente impiantati uno Stato estero.

 

Si tratta di decisioni da assumere con la massima urgenza, in quanto la nuova globalizzazione digitale ha generato un nuovo mercato mondiale, dove i consumatori non acquistano più beni materiali con monete reali, ma fanno esclusivamente ricorso a transazioni elettroniche per accedere a servizi vari, senza mai comprarli.
Si è arrivati a pagare soltanto per condividere oggetti, capacità, tempo e spazi. Si tratta della c.d. “sharing economy”, la quale si sta sempre più affermando rubando consistenti fette di mercato al capitalismo tradizionale.
Infatti, queste piattaforme di condivisione sono capaci di incidere sul “core bussines” dei monopoli commerciali più consolidati, erodendo il potere delle lobby che dominano i mercati, in quanto gli impianti normativi a tutela degli assetti commerciali tradizionali risultano inadeguati a regolamentare i nuovi flussi commerciali dettati dalle tecnologie emergenti.

 

Si ribadisce che non si è di fronte a fenomeni isolati ed episodici. Basti pensare che in un Paese tecnologicamente arretrato come l’Italia, nel solo anno 2013, sono sorte 136 piattaforme digitali di “sharing economy”, interessando il 13% della popolazione italiana. In altri termini, l’anno scorso, almeno, sette milioni italiani hanno utilizzato almeno una volta una piattaforma digitale, condividendo con degli sconosciuti servizi a pagamento (come ad esempio, l’automobile, la baby sitter, un posto letto etc.).
Probabilmente questa dirompente diffusione è stata anche favorita dal combinato disposto degli effetti della perdurante crisi economica e della crescente diffusione dell’utilizzo degli smartphone e dei social network.

 

Inoltre, l’assenza di una chiara regolamentazione rispettosa dei diritti dei consumatori e dei doveri dei nuovi imprenditori digitali può generare fenomeni eversivi anticoncorrenziali ed antoconsumieristici, come già avvenuto in altri Paesi esteri, ove questo tipo di economia è già ben più sviluppato.
Quest’ultima considerazione appare ancor più rilevante se si considera il fatto che la “sharing economy” ed il suo connesso consumo collaborativo non stanno progressivamente decretando la fine del concetto di proprietà esclusiva, a favore di una proprietà condivisa di tipo “socialista”, bensì stanno favorendo la diffusione di una nuova forma acquisto che ha come oggetto l’acquisizione di un mero servizio, piuttosto che di un bene.
Il vantaggio per il consumatore risiede nel fatto che la spesa da affrontare è ridotta al minimo, in quanto, si paga soltanto il costo legato al consumo di un servizio (che può anche avere ad oggetto un bene: ad esempio, il noleggio di un’auto), per il solo tempo necessario.

 

Secondo alcuni siamo di fronte alla nascita di una nuova forma di capitalismo. Probabilmente, è troppo presto per dirlo. Intanto, si può rilevare che questa rivoluzione commerciale generata dalla diffusione di internet produce due immediate conseguenze. In primo luogo, incide sul sistema infrastrutturale, diffondendo le offerte e domande di consumi collaborativi in forma immateriale. In secondo luogo, favorisce la diffusione di scambi commerciali privi del famoso “intuitu personae”, in quanto la “sharing economy” ti impone di fidarti di sconosciuti, anche se nel web nessuno è realmente sconosciuto, in quanto sono facilmente rinvenibili le tracce digitali e le referenze che rilasciate da quelli che hanno già avuto a che fare con noi.

 

BlogNomos

 

Seguici anche su Facebook: https://www.facebook.com/blognomos
e Twitter: @BlogNomos

 

 

 

 

 

P.A.: SCATTA IL 6 GIUGNO L’OBBLIGO DI FATTURAZIONE ELETTRONICA.

20140529-204717-74837402.jpg

Il prossimo 6 giugno partirà l’obbligo per i fornitori della PA di fatturare le cessioni di beni e le prestazioni di servizio realizzate nei confronti di ministeri, agenzie fiscali ed enti
di previdenza soltanto con modalità elettroniche. In questa prima fase l’obbligo sarà valido per le sole Amministrazioni centrali, ma sarà esteso a tutti gli Uffici periferici entro il 31 marzo 2015, data in cui nei rapporti con tutte le altre PA le fatture emesse o trasmesse in forma cartacea non potranno più essere né accettate né pagate. Il termine originariamente stabilito era quello del 6/6/2015, ma è stato anticipato al 31 marzo 2015 dal recente Decreto Legge 24 aprile 2014, n. 66 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 24 aprile 2014, n. 95 (cd. Decreto Renzi).

Il processo, porterà ad un risparmio complessivo di circa 60 milioni di euro coinvolgendo, a regime, 21.200 Uffici, oltre a tutti i soggetti in relazione con essi.

20140529-204802-74882797.jpg

Il vantaggio principale sarà che l‘Ente Pubblico avrà l’obbligo di assolvere al pagamento nei tempi previsti; altrettanto importante è il fatto che il fornitore avrà la certezza che il proprio documento sia stato recapitato all’ufficio di destinazione in tempi e modalità certe. Ne consegue che sia le aziende private, come i fornitori, che le PA dovranno obbligatoriamente attivare un processo di archiviazione e Conservazione Elettronica delle fatture. Gestire un archivio elettronico significa diminuire i tempi di ricerca, eliminare le duplicazioni dei documenti, ridurre i costi di stampa e consumo di carta e degli spazi dedicati all’archiviazione. Insomma, questo percorso di digitalizzazione che la PA ha iniziato produrrà un effetto benefico anche sulle aziende private. L’obbligo sarà un’opportunità concreta per innovare ed economizzare la gestione di tutti i documenti, non solo delle fatture.

20140529-204957-74997772.jpg

L’obbligo di fatturazione in forma elettronica risale alla Finanziaria 2008 (art. 1 commi dal 209 al 214 L. 244/2007) e prevede che la trasmissione delle fatture elettroniche destinate alle Amministrazioni dello Stato sia effettuata attraverso il Sistema di Interscambio (SDL), sistema informatico di supporto al processo di “ricezione e successivo inoltro delle fatture elettroniche alle Amministrazioni destinatarie” nonché alla “gestione dei dati in forma aggregata e dei flussi informativi anche ai fini della loro integrazione nei sistemi di monitoraggio della finanza pubblica”. Le modalita` di funzionamento dello SDL sono state definite con il decreto ministeriale 3 aprile 2013, n. 55.

Gli utenti coinvolti nel processo di fatturazione elettronica sono:
– gli operatori economici, cioè i fornitori di beni e servizi verso le PA, obbligati alla compilazione/trasmissione delle fatture elettroniche e all’archiviazione sostitutiva prevista dalla legge. Va precisato che le fatture emesse dagli intermediari per la trasmissione delle dichiarazioni dei redditi e per la riscossione mediante modello F24 sono, al momento, derogate dagli obblighi;
– le Pubbliche Amministrazioni, che devono effettuare una serie di operazioni collegate alla ricezione della fattura elettronica;
– gli intermediari (banche, Poste, altri intermediari finanziari, intermediari di filiera, commercialisti, imprese ICT), vale a dire quei soggetti terzi ai quali gli operatori economici possono rivolgersi per la compilazione/trasmissione della fattura elettronica e per l`archiviazione sostitutiva prevista dalla legge. Possono servirsi degli intermediari anche le PA per la ricezione del flusso elettronico dei dati e per l’archiviazione sostitutiva.

20140529-205218-75138946.jpg

Le prime indicazioni operative sono state fornite dal Dipartimento delle Finanze con Circolare 1/2014, oltreché indicato una stretta tempistica per l’inserimento nell’IPA delle anagrafiche degli uffici adibiti alla ricezione delle fatture elettroniche. Infatti, ad oggi il sito dell’Indice delle Pubbliche Amministrazioni (IPA) è già in grado di fornire l’elenco di tutti gli Enti che aderiscono al processo di Fattura Elettronica: testimonianza, questa, che le PA sono pronte ad accogliere questo nuovo documento.

La fattura elettronica consiste in un documento in formato XML, sottoscritto con firma elettronica qualificata o digitale, da inviare mediante il Sistema di interscambio. Una volta predisposta dal fornitore, la fattura va inviata allo SDI il quale assegna un identificativo ed effettua una serie di controlli propedeutici all’inoltro del documento. Tuttavia, come già accennato, per poter ricevere la fattura elettronica attraverso lo SDI, le PA sono prima tenute ad inserire all’interno dell’Indice delle Pubbliche Amministrazioni (IPA) l’anagrafica degli Uffici (centrali o periferici) destinatari delle stesse. Tali uffici saranno identificati con un Codice Univoco da comunicare ai fornitori i quali dovranno indicarlo in fattura.

La fattura elettronica riporterà i dati e le informazioni contenute nell’allegato A al D.M. 55/2013; in particolare, sarà d’obbligo riportare le informazioni fiscali e quelle per la trasmissione attraverso il sistema di interscambio. Nell’ambito dell’art. 25 del recente D.L. 66/2014, viene stabilito, inoltre, che le fatture elettroniche emesse nei confronti delle PA, devono indicare, tra gli altri elementi previsti:
– il Codice identificativo di gara (CIG), salvo gli specifici casi di esclusione della tracciabilità ex L. n. 136/2010;
– il Codice Unico di Progetto (CUP) per le fatture riferite a opere pubbliche, manutenzioni straordinarie, interventi finanziari da contributi comunitari nonché se previsto ai sensi dell’art. 11, L. n. 3/2003. In carenza di detti codici, la PA non può effettuare il pagamento della fattura.

20140529-205323-75203707.jpg

La trasmissione delle fatture allo SDI e da questo alle PA destinatarie avverà attraverso l’utilizzo di uno dei seguenti canali:
– PEC o analogo sistema di posta elettronica basato su tecnologie che certifichino data e ora dell’invio e della ricezione delle comunicazioni, nonché l’integrità del contenuto delle stesse;
– SDICoop un sistema di cooperazione applicativa esposto su rete internet fruibile attraverso protocollo HTTPS per i soggetti non attestati su rete SPC (Sistema Pubblico di Connettività);
– SPCoop un sistema di cooperazione applicativa tramite porte di dominio attestate su rete SPC (Sistema Pubblico di Connettività);
– SDIFTP un sistema di trasmissione dati tra terminali remoti basato su protocollo FTP all’interno di circuiti chiusi che identificano in modo certo i partecipanti e assicurano la sicurezza del canale;
– Internet un sistema di trasmissione telematica esposto su rete internet fruibile attraverso protocollo HTTPS per i soggetti accreditati (sito http://www.fatturapa.gov.it per i soggetti abilitati a Entratel, Fisconline o Carta nazionale dei servizi).

Si precisa che il divieto di accettare le tradizionali fatture, in realtà, non sarà immediatamente operativo; l’art. 6 del D.M. 55/2013 prevede, infatti, che le PA fino a tre mesi dalla data di decorrenza dell’obbligo potranno ancora accettare e pagare le fatture emesse in forma cartacea. Per i fornitori, invece, sarà già valido il divieto di emettere fattura cartacea.

Da ultimo, corre l’obbligo di ricordare che restano salve tutte le disposizioni in merito ai termini di pagamento delle fatture; in particolare, il D.Lgs 231/2002 fissa in 30 giorni il termine ordinario per il pagamento delle fatture, con decorrenza dalla data di ricevimento della fattura, trascorsi i quali sono dovuti al creditore gli interessi moratori sull’importo dovuto senza che sia necessaria la costituzione in mora.

20140529-205415-75255687.jpg

Continua, quindi, il cammino delle riforme della PA. L’Italia riparte e cambiano le abitudini, soprattutto in ambito lavorativo. La percezione di efficienza data dall’abitudine nello svolgere le azioni quotidiane sarà, forse, un freno nei primi tempi, che impedirà ai soggetti coinvolti di valutare positivamente l’introduzione di questi nuovi sistemi organizzativi, che il cambiamento richiede. Ma oggi l’informatica offre la possibilità di valutare la gestione dei documenti aziendali in modo più agile, introducendo anche sistemi di archiviazione elettronica graduale. La gestione delle fatture elettroniche permetterà, perciò, di capire ‘sul campo’ in che modo il lavoro quotidiano possa cambiare. Eliminare la stampa quando non serve, oltreché annullare la duplicazione dei documenti ed archiviarli elettronicamente: queste saranno presto azioni possibili, attivando semplici strumenti e a costi inferiori di quelli finora sostenuti per gestire un archivio cartaceo. Il Governo sembra davvero avere intenzione di snellire e svecchiare una volta per tutte l’Amministrazione Pubblica. E, intanto, si avvicina l’altro appuntamento promesso con le riforme in questo campo. Il 13 giugno ci sarà la tanto attesa ‘rivoluzione’ della PA? Noi ve ne daremo notizia. Voi continuate a seguirci, anche su FACEBOOK E TWITTER.

MDS
BlogNomos

Ue, Matteo Renzi: né con Merkel, né con Schulz, terza via dinamica sulle nomine. A partire dal trionfo Pd.

20140528-140636-50796008.jpg

di Angela Mauro – L’Huffington Post 27/05/14

“Se vogliamo salvare l’Europa, dobbiamo cambiare l’Europa”. E’ questo il messaggio che il premier italiano Matteo Renzi ha voluto trasferire in serata ai colleghi europei che ha incontrato a Bruxelles, nella riunione informale del consiglio Ue convocata per un’analisi del voto di domenica scorsa. Per Renzi è stata l’occasione per ricevere i complimenti e le congratulazioni dagli altri capi di Stato e di governo. “Con questa forza – ha detto Renzi – vi dico che anche chi ha votato per noi ha chiesto di cambiare l’Europa».

Né con Angela Merkel, né con Martin Schulz. Anche sulle nomine ai vertici delle istituzioni europee, Matteo Renzi ha in mente una ‘terza via’. E’ questa la linea con cui si è presentato al Consiglio europeo straordinario a Bruxelles. Prima della riunione, il presidente del Consiglio ha visitato il museo ebraico della città, colpito da un attentato antisemita proprio nel giorno del voto belga per il Parlamento di Strasburgo la settimana scorsa. E lì ha avuto modo di incrociare il premier francese Francois Hollande, di ritorno dalla riunione con il Pse cui Renzi non ha potuto partecipare per problemi di tempo. Per il premier italiano muoversi sulla ‘terza via’ vuol dire adottare una linea dinamica di approccio al tema delle nomine, dalla presidenza e vice presidenze della commissione Ue, fino ai vertici del Parlamento e l’Eurogruppo. Linea dinamica ovvero oggettiva, che tenga conto della volontà espressa dagli elettori alle urne. Cosa che per l’Italia e per il Pd vuol dire moltissimo. Senza spocchia, che peraltro non ha mostrato nemmeno nella conferenza stampa italiana post-voto, senza pugno di ferro, che semmai si riserva per un secondo momento della lunga trattativa se servirà, Renzi fa capire ai capi di stato europei per dire che il suo Pd, premiato dal voto con il 40 per cento, è l’argine più forte contro i populismi che dilagano nel continente. Perché è l’unica forza europea di governo che sia stata osannata dalle urne. Una situazione nuova, un risultato così inaspettato che non permette né di tenere fede ai vecchi patti pre-voto, come suggerisce il leader Pse Schulz, né di agire come se il Parlamento Ue non esistesse e nominare il presidente della Commissione Ue con un accordo tra governi, come vorrebbe la cancelliera tedesca Merkel.

La risposta agli euroscettici “l’abbiamo data alle elezioni”, sostiene Renzi al suo arrivo a Bruxelles. E ora “affronteremo con decisione tutte le scelte della Ue” anche perchè “l’Europa deve parlare il linguaggio dei cittadini. Tutta la partita dei nomi viene dopo, rispetto alle scelte che dobbiamo fare”.

Renzi arriva in Europa convinto che al Pd, primo gruppo anche nel Pse naturalmente, spettino molte più cariche di vertice di quanto si programmasse prima del voto. L’idea è di puntare a una vicepresidenza della Commissione (Massimo D’Alema, Enrico Letta?) e anche alla presidenza dell’Eurogruppo, organismo che riunisce i ministri dell’Economia dell’Eurozona e che quindi, se i propositi del governo italiano andassero a buon fine, verrebbe presieduto dal ministro Pier Carlo Padoan. Il presidente del Consiglio ne ha parlato anche con Giorgio Napolitano, nel consueto incontro con il capo dello Stato che si tiene prima di ogni vertice europeo. Naturalmente, la chiacchierata al Colle è stata anche l’occasione per il presidente della Repubblica per congratularsi con Renzi sul risultato elettorale. La partita vera è appena al via in Europa, dove evidentemente la linea renziana cerca alleati. Il premier non esclude affatto di poterne trovare. Anzi.

Per esempio, nella sua cerchia, sono convinti di poter contare sul premier britannico David Cameron, sfilandolo dall’abbraccio della Merkel. “A Cameron converrebbe fare asse con Renzi – dice una fonte renziana – piuttosto che stringere con la Cancelliera. Guadagnerebbe magari qualche chance per risolvere il problema dell’indipendenza chiesta dalla Scozia, dove il Labour è storicamente forte e oggi è indirettamente rafforzato dalla concorrenza a destra: tra l’Ukip, premiato dal voto europeo, e i Tories, puniti dalle urne”. Ma la serata di oggi serve a Renzi anche per studiare la situazione, capire i margini di azione, come il premier di solito fa prima di passare all’azione. Insomma, è un primo approccio perché la trattativa non si risolve in una giornata, si prevedono tempi lunghi. Ma l’importante, per il presidente del Consiglio, è stabilire il principio che l’Italia è pronta ad essere “leader in Ue e non follower”, forte del risultato elettorale del Pd che pianifica riforme con tempi strettissimi per avere le carte in regola di fronte agli altri Stati.

Dunque, per Renzi, non è il caso di tener fede ad alcun accordo antico, cioè pre-elettorale e fatto dai partiti, visto che è difficile che il Ppe, con il suo candidato alla commissione Jean Claude Juncker, riesca a formare una maggioranza in Parlamento, pur avendo conquistato il maggior numero di seggi. Ma non è nemmeno il caso di agire a livello di governi, per imporre un candidato alla presidenza della Commissione Ue senza tener conto del pronunciamento degli elettori. Renzi cerca di muoversi tra gli opposti, Schulz e Merkel, convinto che sulle nomine entrambi forniscano una risposta poco convincente alle pulsioni euroscettiche confermate dalle urne, soprattutto in Francia con il successo di Marine Le Pen, oltre che in Gran Bretagna con l’Ukip. “Ogni accordo non può essere disgiunto dalla realtà del voto”, dicono i collaboratori di Renzi, mettendo nel conto che alla fine potrebbe rendersi necessaria una larga coalizione anche in Europa, tra Ppe, Pse e i liberali di Guy Verhofstadt. Per il premier però l’importante è iniziare con il piede giusto e convincere gli altri leader sul suo approccio “dinamico”. Sì, dinamico: anche sul voto e le nomine Ue. “Sono qui a rappresentare uno dei più grandi paesi dell’Ue”, dice il premier arrivando al Justus Lipsius, la sede del consiglio europeo.

Fonte: L’Huffington Post

BlogNomos
SEGUICI SU FACEBOOK E TWITTER

Politiche, Diritti & Cultura