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Pillole di globalizzazione. Il caso Uber e la “sharing economy”.

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di Germano De Sanctis

 

Nei giorni scorsi, è scoppiato il caso Uber. Uber è una start-up con sede a San Francisco, che offre ai propri clienti una rete di trasporto realizzata attraverso una sua app per smartphone e tablet, la quale crea un collegamento tra passeggeri e autisti, offrendo un servizio navetta per raggiungere la destinazione prescelta. La società è presente in decine di città in tutto il mondo.
Entrando nello specifico, l’app permette di prenotare le auto a noleggio con conducente, mediante l’invio di un messaggio di testo, oppure utilizzando direttamente l’applicazione mobile poc’anzi descritta. Utilizzando l’applicazione, i clienti possono tenere traccia, in tempo reale, della posizione dell’auto prenotata.

 

Come è noto, l’utilizzo sempre più diffuso di questa app, ha scatenato le proteste dei tassisti milanesi, i quali hanno contestato il fatto che Uber violi le norme nazionali che disciplinano i servizi di trasporto pubblico erogati dai tassisti “tradizionali”, a seguito di rilascio di apposita licenza.
I tassisti milanesi sono in buona compagnia, in quanto molti altri loro colleghi di altre città del mondo hanno posto in essere fenomeni di protesta del tutto simili.

 

Tuttavia, al di la dei fatti di cronaca legati alla situazione dei tassisti milanesi e di altre città del mondo, resta da affrontare il tema del complesso tema dell’intreccio tra innovazione tecnologica, globalizzazione, regole della concorrenza e privilegi corporativi.
Uber, come molte altre innovazioni tecnologiche, è il prodotto (non la causa) di una innovazione senza permesso, in quanto, anche da un punto di vista della reddittività, ogni app del genere punta solo a raccogliere, a livello globale, utenti, consensi e, quindi, a coinvolgere il numero maggiore possibile di persone, senza preoccuparsi delle singole normative nazionali di settore. Anzi, essendo presente soltanto sul web ed operando su server lontani migliaia di chilometri, si assiste alla diffusione di operazioni commerciali connotate da una indefinibile extraterritorialità.

 

Nel caso di specie, i tassisti si scagliano contro l’app in questione e protestano, accusandola di concorrenza sleale, citando le leggi nazionali che tutelano la loro categoria. Tuttavia, la loro protesta contro Uber risulta essere sterile, in quanto l’origine del loro problema non è Uber, poiché siamo di fronte ad una conseguenza inaspettata ed incontrollabile dell’innovazione senza permesso.
Infatti, l’app, diventando un operatore nell’ambito del mercato di riferimento, deve confrontarsi con esso. In altri termini, un’app come Uber si pone come intermediaria e, di conseguenza, trattiene una percentuale per la sua attività di mediazione.
Prima dell’avvento di Internet, tale forma d’intermediazione era una pratica diffusa, ma in alcun modo equiparabile per portata a un servizio professionale. Infatti, si pubblicava un annuncio sul giornale, si veniva contattati e si noleggiava un’auto con un conducente. Uber ha trasformato la classica telefonata dall’autorimessa al collega (che, ad esempio, già stava andando, per avvisarlo dell’arrivo di un nuovo cliente) in un rapporto diretto fra utenti e autisti via smartphone. In tal modo, un gruppo di Ncc od un Ncc singolo può organizzarsi per ottimizzare la giornata lavorativa ed alternare la sua attività con quella delle chiamate dirette.

 

Pertanto, la vera domanda da porsi è se una simile innovazione tecnologica è un problema, oppure un’opportunità.
Per quanto concerne la categoria dei tassisti, i loro veri problemi esulano dal singolo caso Uber, in quanto costoro devono confrontarsi quotidianamente con il car sharing, con la diffusione delle aree pedonali, i costi di manutenzione, l’imposizione fiscale etc.. A confronto Uber, è un piccolo fastidio, poiché la sua platea è decisamente ridotta, rispetto a quanti regolarmente utilizzano i tradizionali taxi. Difatti, bisogna tenere a mente che, per usare Uber, bisogna avere uno smartphone ed una carta di credito ed essere, altresì, disposti a comunicare gli estremi della propria carta di credito alla società che gestisce l’applicazione in questione. Vista la diffusione in Italia delle connessioni internet mobili e delle commercio elettronico, appare evidente che stiamo parlando di un ridotto numero di persone sottratto ai tradizionali servizi taxi.

 

Invece, la domanda iniziale circa la natura di problema o di opportunità di Uber deve essere posta in riferimento all’intero mercato globale. In linea di principio, un’app come Uber non può essere considerata immediatamente un problema, in quanto con erode, in prima istanza, fette di mercato riservate ai servizi tradizionali, perché ne offre di nuovi ed alternativi.
Questa affermazione è sicuramente veritiera nel breve e medio periodo. Invece, nel lungo periodo, i confini tra i servizi tradizionali e quelli tecnologicamente innovativi si fanno sempre più labili, poiché i settori merceologici sono gli stessi (nel caso di Uber, ad esempio, è il trasporto pubblico). Nel corso del tempo, interviene l’assuefazione da parte degli utenti ai nuovi servizi, fino a rendere non più appetibili (probabilmente anche al di là dei costi reali) i servizi tradizionali.

 

Pertanto, un’app come Uber è un opportunità per tutti, anche per coloro che erogano servizi tradizionali nel medesimo settore merceologico, a condizione che esista una classe imprenditoriale capace di studiare un servizio “glocal” economicamente profittevole, in quanto basato sulle reali esigenze locali e non strutturato su una indifferenziata proposta contrattuale su base globale.

 

Ovviamente, necessita anche un quadro normativo adeguato ed al passo dei tempi. Invece, in Italia, la questione digitale è stata finora costantemente rimandata, senza rendersi conto, né dell’urgenza di tale problema, né delle opportunità di sviluppo imprenditoriale ed occupazionale insite nelle nuove tecnologie.
Un legislatore moderno non può ignorare l’esigenza di disciplinare strumenti per cui esiste già una domanda e li deve inquadrare tempestivamente da un punto di vista normativo, garantendone, al contempo, uno sviluppo regolamentato e rispettoso dei diritti di tutti gli attori di un determinato settore macroeconomico.
Per di più, un intervento legislativo porrebbe immediatamente rimedio all’annoso problema delle c.d. “web tax”, che si pone ogni qual volta una nuova piattaforma tecnologica inizia ad erogare servizi a pagamento sul territorio nazionale, pur risiedendo in un server e facendo capo ad una società stabilmente impiantati uno Stato estero.

 

Si tratta di decisioni da assumere con la massima urgenza, in quanto la nuova globalizzazione digitale ha generato un nuovo mercato mondiale, dove i consumatori non acquistano più beni materiali con monete reali, ma fanno esclusivamente ricorso a transazioni elettroniche per accedere a servizi vari, senza mai comprarli.
Si è arrivati a pagare soltanto per condividere oggetti, capacità, tempo e spazi. Si tratta della c.d. “sharing economy”, la quale si sta sempre più affermando rubando consistenti fette di mercato al capitalismo tradizionale.
Infatti, queste piattaforme di condivisione sono capaci di incidere sul “core bussines” dei monopoli commerciali più consolidati, erodendo il potere delle lobby che dominano i mercati, in quanto gli impianti normativi a tutela degli assetti commerciali tradizionali risultano inadeguati a regolamentare i nuovi flussi commerciali dettati dalle tecnologie emergenti.

 

Si ribadisce che non si è di fronte a fenomeni isolati ed episodici. Basti pensare che in un Paese tecnologicamente arretrato come l’Italia, nel solo anno 2013, sono sorte 136 piattaforme digitali di “sharing economy”, interessando il 13% della popolazione italiana. In altri termini, l’anno scorso, almeno, sette milioni italiani hanno utilizzato almeno una volta una piattaforma digitale, condividendo con degli sconosciuti servizi a pagamento (come ad esempio, l’automobile, la baby sitter, un posto letto etc.).
Probabilmente questa dirompente diffusione è stata anche favorita dal combinato disposto degli effetti della perdurante crisi economica e della crescente diffusione dell’utilizzo degli smartphone e dei social network.

 

Inoltre, l’assenza di una chiara regolamentazione rispettosa dei diritti dei consumatori e dei doveri dei nuovi imprenditori digitali può generare fenomeni eversivi anticoncorrenziali ed antoconsumieristici, come già avvenuto in altri Paesi esteri, ove questo tipo di economia è già ben più sviluppato.
Quest’ultima considerazione appare ancor più rilevante se si considera il fatto che la “sharing economy” ed il suo connesso consumo collaborativo non stanno progressivamente decretando la fine del concetto di proprietà esclusiva, a favore di una proprietà condivisa di tipo “socialista”, bensì stanno favorendo la diffusione di una nuova forma acquisto che ha come oggetto l’acquisizione di un mero servizio, piuttosto che di un bene.
Il vantaggio per il consumatore risiede nel fatto che la spesa da affrontare è ridotta al minimo, in quanto, si paga soltanto il costo legato al consumo di un servizio (che può anche avere ad oggetto un bene: ad esempio, il noleggio di un’auto), per il solo tempo necessario.

 

Secondo alcuni siamo di fronte alla nascita di una nuova forma di capitalismo. Probabilmente, è troppo presto per dirlo. Intanto, si può rilevare che questa rivoluzione commerciale generata dalla diffusione di internet produce due immediate conseguenze. In primo luogo, incide sul sistema infrastrutturale, diffondendo le offerte e domande di consumi collaborativi in forma immateriale. In secondo luogo, favorisce la diffusione di scambi commerciali privi del famoso “intuitu personae”, in quanto la “sharing economy” ti impone di fidarti di sconosciuti, anche se nel web nessuno è realmente sconosciuto, in quanto sono facilmente rinvenibili le tracce digitali e le referenze che rilasciate da quelli che hanno già avuto a che fare con noi.

 

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Pillole di globalizzazione. L’analisi storica del fenomeno

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di Germano De Sanctis e Luigia Belli

Oggi, BlogNomos inizia una serie di post dedicata al fenomeno della globalizzazione, esaminandolo da un punto di vista storico, economico, sociale ed antropologico. Il primo post è dedicato all’analisi storica della globalizzazione in modo da poter permettere ai nostri lettori di avere un quadro esaustivo degli accadimenti che hanno segnato lo sviluppo della società mondiale nel corso dell’ultimo trentennio.

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La crisi economica che imperversa da anni ci ha costretto a familiarizzare con molti termini macroeconomici. In particolare, ricorre sovente il termine “globalizzazione”, per individuare uno dei fenomeni più significativi dell’economia contemporanea.

Tuttavia, raramente ci si sofferma a pensare che la globalizzazione non è un fenomeno recente, bensì rappresenta una caratteristica degli scambi economici da più di trent’anni.
Infatti, il termine “globalizzazione” fu utilizzato per la prima volta dall’economista Theodore Levitt, docente alla Harvard Business School, nel maggio del 1983, quando, in una sua pubblicazione scientifica scrisse che la globalizzazione del mercato era a portata di mano. È bene precisare che Theodore Levitt si riferiva soprattutto all’evoluzione dei consumi e del marketing.
Tale visione macroeconomica s’incanalava su un filone interpretativo, che quindici anni prima era stato avviato sul piano dell’informazione e dei valori culturali dal semiologo Marshall McLuhan, il quale aveva teorizzato la capacità dei mass media di trasformare il mondo in un “villaggio globale”. In altri termini, Theodore Levitt ebbe l’intuizione di trasferire le teorie di Marshall McLuhan su un piano squisitamente economico.
D’altronde, così come aveva presagito McLuhan, le sempre più diffuse nuove tecnologie di comunicazione avevano già reso il mondo più piccolo, al punto tale che i messaggi pubblicitari raggiungevano regolarmente ogni angolo del pianeta, producendo una omogeneizzazione dei desideri dei consumatori, ormai resi inconsciamente assuefatti ai prodotti standardizzati di un unico mercato globale.
Secondo Theodore Levitt, l’avvento di tale nuovo sistema globale avrebbe comportato il declino delle vecchie società multinazionali strutturate per proporre prodotti diversificati e adattati ai singoli gusti dei vari mercati nazionali, per lasciare spazio alle imprese globali capaci d’imporre i medesimi prodotti uniformi ad un unico mercato mondiale, quale espressione di esigenze consumieristiche ormai omogenee. Tale metodo di produzione e vendita standardizzato su scala mondiale sarebbe stato in grado di realizzare immense economie di scala e profitti incommensurabili.

Ovviamente, un unico mercato globale necessita di un’unica strategia di marketing globale. Tale esigenza fu colta, in primis, dalla nota società pubblicitaria Saatchi&Saatchi, la quale riscontrò le enormi opportunità offerte da una politica commerciale capace di abbracciare il mondo intero, attraverso la diffusione di un’unica cultura consumistica.

La globalizzazione mostrò tutta la sua forza espansiva nell’immediatezza della dissoluzione del sistema economico del Comecon (a cui appartenevano, tra l’altro, tutti i Paesi aderenti al Patto di Varsavia), successiva alla dissoluzione dell’Unione Sovietica ed alla la fine dei regimi ispirati al socialismo reale, instaurati in Europa Orientale dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. In altri termini, era scomparso dallo scenario mondiale l’unico sistema ideologico antagonista a quello capitalistico globalizzato.
Gli effetti di questa forza espansiva della globalizzazione possono essere sintetizzati nella simbolica apertura, nel 1990, del suo primo punto vendita sulla Piazza Rossa di Mosca da parte della nota catena di fast food McDonald.

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Tuttavia, in quegli anni, pur godendo di tali fattori favorevoli, il fenomeno della globalizzazione non riuscì a diffondersi con la velocità di cui è stato capace negli ultimi anni, in quanto, all’epoca, le barriere doganali dei singoli Stati erano ancora sufficientemente robuste.

Pertanto, si avviò una stagione caratterizzata da un forte spirito di liberalizzazione degli scambi commerciali, nella convinzione, fortemente radicata nella classe dirigente delle società statunitensi, che la globalizzazione avrebbe costituito una grande opportunità per aumentare i profitti e conquistare nuovi mercati.
Di conseguenza, gli Stati Uniti d’America si resero protagonisti della stipulazione di diversi accordi commerciali internazionali, finalizzati alla liberalizzazione degli scambi commerciali e dei movimenti di capitali. Si tratta della stagione dei negoziati nel GATT e, successivamente, nel WTO, nonché della creazione di uno spazio comune nordamericano di libero scambio (denominato North American Free Trade Agreement – NAFTA). Contestualmente, nasceva in Europa il mercato unico europeo.
Lo spirito di quell’epoca è sintetizzabile nelle parole che l’allora Presidente degli Stati Uniti d’America, Bill Clinton, pronunciò nel 1994, al momento della stipulazione del trattato che istituiva il NAFTA, ereditando gli esiti di un negoziato avviato e gestito in gran parte dall’Amministrazione repubblicana di George Bush senior. Bill Clinton asserì entusiasticamente che il libero scambio significava occupazione, in quanto avrebbe comportato l’aumento dei posti di lavoro per gli americani, precisando, al contempo, che tali nuove occupazioni sarebbero state anche meglio remunerate.
Questa nuova fase avviò definitivamente il processo di globalizzazione, rendendolo irreversibile e imponendo nuove regole all’economia mondiale, mutando il destino di interi popoli e sconvolgendo rapporti industriali e commerciali ormai consolidati dall’inizio della rivoluzione industriale.
È bene evidenziare che, ovviamente, il fenomeno della globalizzazione non si risolve esclusivamente nella stipulazione ed attuazione del NAFTA, ma bisogna prendere atto che tale trattato ha svolto un ruolo importante nell’evoluzione del fenomeno macroeconomico in questione. Infatti, il NAFTA ha abbattuto le barriere doganali negli scambi in tutto il Nord America, facendo, quindi, in modo che Canada, Stati Uniti e Messico diventassero un mercato unico, all’interno del quale potessero circolare liberamente i prodotti ed i capitali, ma non le persone, in quanto i flussi migratori dal Messico verso gli Stati Uniti d’America sono rimasti oggetto di imponenti restrizioni.
Nello stesso momento storico, in Europa si realizzò un’analoga esperienza di libero scambio, attraverso la costituzione del mercato unico europeo, il quale, come il NAFTA, è ispirato all’abbattimento delle frontiere doganali, ma non si è limitato a favorire la sola libera circolazione delle merci, bensì anche delle persone appartenenti agli Stati membri dell’Unione Europea.
Ciononostante, il NAFTA è più importante, poiché il suo ambito d’azione, comprendendo Stati Uniti d’America, Canada e Messico, definisce il più ricco mercato del pianeta, con una popolazione aggregata di circa mezzo miliardo di persone, con un PIL complessivo di quasi 20.000 miliardi di dollari ed un reddito pro capite di circa 40.000 dollari annui.
Inoltre, il mercato unico europeo, pur essendo stato delineato due anni prima del NAFTA (cioè, nel 1992), ne risulta ideologicamente gregario, in quanto come ben ha detto il premio Nobel dell’economia Milton Friedman, tali accordi sono tutti inseribili nell’ambito dell’ideologia neoliberista che, grazie all’opera del presidente statunitense repubblicano Ronald Reagan, dilagava nell’ideologia del mondo occidentale in quegli anni.
Anzi, il neoliberismo reaganiano si spinse fino a privatizzare interi settori dello Stato, fino a quel momento ritenuti essenziali, limitando enormemente il ruolo dello Stato nell’ambito delle politiche di Welfare. Si trattò di un fenomeno talmente radicato nella società statunitense, che la successiva Presidenza del democratico Bill Clinton non provò minimamente a contrastarlo.
Infine, con il passare del tempo, ci si è resi conto che il NAFTA è stato il prototipo del successivo e ben più ampio intervento macroeconomico realizzato dall’economia occidentale, concretizzatosi nelle pressoché contestuale istituzione del “World Trade Organization (WTO)”, ed ammissione della Repubblica Popolare Cinese nella nuova architettura degli scambi mondiali.

Infatti, è possibile scorgere un ruolo parallelo svolto dal Messico e dalla Repubblica Popolare Cinese, rispettivamente nel NAFTA e nel WTO. In entrambi casi, fatte le debite proporzioni di scala, i predetti paesi sono stati i destinatari di un violento e repentino processo di delocalizzazione dei siti produttivi, prima installati nei più ricchi paesi industrializzati. Tale fenomeno coinvolse molte imprese, non soltanto americane, ma anche giapponesi o sudcoreane che producevano per il mercato statunitense. L’obiettivo era ed è approfittare della contestuale presenza di una manodopera a basso costo, della compiacenza di sindacati deboli, della previsione di una modesta pressione fiscale e dell’esistenza di poche regole a tutela dell’ambiente e della sicurezza dei lavoratori.

Bisogna evidenziare che, nel corso degli anni Novanta del secolo scorso, lo sviluppo della globalizzazione fu aiutato anche dalla contemporanea rivoluzione tecnologica, che ha esaltato le potenzialità della mercato globalizzato. Infatti, la diffusione di massa del personal computer, l’avvento degli smartphone, unitamente all’ingresso di Internet nella nostra vita quotidiana, hanno reso ancora più facili ed efficaci le comunicazioni pubblicitarie globali.
Le reti informatiche hanno annullato ogni distanza nel già rimpicciolito mondo globalizzato, al punto che le grandi società statunitensi produttrici di beni di consumo hanno iniziato a trovare molto più conveniente abbandonare i loro tradizionali stabilimenti di produzione siti nella madrepatria, per trasferirli in paesi meno sviluppati e con costi della manodopera molto meno elevati.
Proprio in questo periodo storico, il mercato globale disegnato da Theodore Levitt perse i suoi connotati originari per degenerare in un fenomeno macroeconomico instabile e privo di una chiara regia politica, al punto che si cominciarono a diffondere i primi movimenti di difesa delle identità nazionali e culturali minacciate dalla standardizzazione coatta in corso.

Il definitivo affermarsi della globalizzazione nel corso dell’ultimo decennio del secolo scorso fu accompagnato dalla contestuale nascita dei primi movimenti culturali e sociali di opposizione a siffatto fenomeno. Tali prime forme di protesta (ancora in forma embrionale) furono favorite dalla crisi finanziaria del sud-est asiatico nel 1997, la quale fece emergere il primo leader antiglobalizzazione del Terzo mondo, il premier malese Mahathir Mohamad, che si scagliò contro gli speculatori della globalizzazione (ed in particolare, contro il magnate finanziario George Soros), nonché contro l’incontrollata e pericolosa libertà nei movimenti di capitali. Egli fu subito affiancato in Brasile dal politico e sindacalista Luiz Ignácio da Silva, meglio noto come Lula, il quale, in seguito, divenne anche Presidente del suo paese.
Tuttavia, si dovette aspettare il mese di dicembre del 1999, per vedere il battesimo di piazza del c.d. movimento “no global”. Infatti, in occasione del vertice WTO di Seattle, vi furono violente ed estese manifestazioni contro il processo di globalizzazione. Si trattava di un fronte di protesta molto eterogeneo, in quanto in esso confluivano gli ideali di una società più moderna ed equa, ma anche gli interessi egoistici di una visione del mondo antimoderna. L’attenzione per i problemi del terzo mondo e per l’ambiente coesistevano nel movimento insieme alla xenofobia, al protezionismo agricolo espresso dal francese Josè Bovè ed alla tutela dei privilegi dei c.d. “blue collars” statunitensi contro i meno fortunati colleghi operai messicani.

All’interno di tali movimenti, apparve subito evidente che il problema più preoccupante era riferibile alle condizioni in cui versavano i lavoratori. Tale consapevolezza portò alla ormai famosa “battaglia di Seattle” del 30 novembre 1999, quando quarantamila manifestanti assediarono il summit del WTO.
I rappresentanti dei Paesi aderenti al WTO commisero l’errore di derubricare sbrigativamente tali proteste come forme non organizzate di contestazione antisistemica. Invece, a ben vedere, tra i manifestanti, si poteva riscontrare la presenza dei sindacati statunitensi riuniti nell’AFL-CIO, dei verdi, dei terzomondisti, degli anarchici e dei famigerati “black-block”. Tale palese sordità alle nuove nascenti istanze di antiglobalizzazione era cagionata dal fatto che, in quegli anni, il pensiero unico neoliberista era ancora egemonico nell’establishment mondiale, tanto è vero che anche i dirigenti politici dei partiti di sinistra ne erano suggestionati. Basti ricordare, ad esempio, come tali convinzioni pervasero anche i vertici del partito comunista cinese, il quale vide soltanto i possibili effetti positivi della globalizzazione, escludendo categoricamente che l’adesione al WTO da parte della Repubblica Popolare Cinese potesse trasformare quest’ultima in una colonia industriale del capitalismo occidentale.

 

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Per assistere ad un primo ripensamento sulla bontà del processo di globalizzazione da parte dei vertici politici e dirigenziali nel mondo occidentale, bisogna attendere l’avvento della crisi che, dal 2009, ha coinvolto l’intera economia mondiale.

In quell’anno, Barack Obama, appena insediatosi come Presidente degli Stati Uniti d’America, varò una maxi-manovra antirecessiva del valore di 800 miliardi di dollari, denominata “American Recovery and Reinvestment Act”. Si trattò del primo segnale di un cambio di rotta. Infatti, all’interno di tale atto normativo, il legislatore statunitense introdusse nell’ordinamento giuridico nazionale la c.d. “Buy American Provision”, la quale è una clausola protezionista. Infatti, già dall’esame della sua denominazione (letteralmente, “compra americano”), emerge la volontà di destinare tutte le risorse contenute nella predetta manovra a favore delle imprese statunitensi, per favorire l’acquisto di beni di consumo prodotti negli Stati Uniti d’America. Tale decisione non fu scevra di conseguenze, in quanto molti partner commerciali, a cominciare dal Canada, fecero ricorso, denunciando una palese violazione del NAFTA.

Dopo più di trent’anni dalla sua teorizzazione, la globalizzazione è stata messa sotto processo in tutto il pianeta, a cominciare da quei Paesi e da quei settori culturali che l’avevano, in passato, esaltata.
Addirittura, sul sito internet del WTO, campeggia un approfondito studio avente ad oggetto le possibili soluzioni per rendere la globalizzazione socialmente sostenibile, sul fronte delle delocalizzazioni e dell’occupazione.
Anche il Fondo Monetario Internazionale (FMI), da sempre depositario dell’ortodossia liberista, ha pubblicato sul suo sito internet una ricerca sul fenomeno dettato dalla globalizzazione che porta all’abbattimento dei salari ed al trasferimento all’estero di posti di lavoro.
Il premio Nobel Paul Krugman, che era stato uno dei primi teorici della globalizzazione, ha recentemente affermato che il mercato globale è stato governato malissimo, mettendo in diretta relazione la stagnazione dei redditi da lavoro e la concorrenza dei Paesi privi di sindacati come la Repubblica Popolare Cinese.
Inoltre, gli studi più sofisticati evidenziano come la commistione tra la globalizzazione ed il progresso tecnologico sia stata la causa principale della riduzione della forza lavoro nelle mansioni meno qualificate, nell’ambito dei mercati del lavoro dei Paesi più industrializzati.

Volendo fare un bilancio di questo trentennio di evoluzione del fenomeno della globalizzazione, il dato che emerge più chiaramente è il suo nefasto impatto sociale sulle popolazioni di tutto il pianeta, associato alla degenerazione del sistema capitalistico portato alle sue estreme conseguenze.

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