Incentivi Inail alle imprese, il 29 maggio l’invio telematico delle domande.

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La seconda fase della procedura per l’assegnazione dei 307 milioni di euro a fondo perduto, stanziati con il bando Isi 2013 per sostenere progetti di miglioramento dei livelli di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, si svolgerà tra le ore 16 e le 16,30. Le informazioni tecniche online entro il 22 maggio.

ROMA – Si svolgerà giovedì 29 maggio, dalle ore 16 alle 16,30, la seconda fase dell’operazione incentivi Inail, per l’assegnazione dei 307 milioni di euro a fondo perduto messi a disposizione delle imprese italiane con il bando ISI 2013 per sostenere la realizzazione di progetti che migliorino i livelli di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

I finanziamenti distribuiti fino a esaurimento dei budget regionali.

Come nelle edizioni precedenti, i fondi, ripartiti in budget regionali, saranno assegnati fino a esaurimento secondo l’ordine cronologico di arrivo delle domande, che potranno essere presentate in modalità telematica dalle aziende i cui progetti hanno superato la prima fase, in possesso del codice identificativo loro attribuito. Le regole e le informazioni tecniche di supporto alle imprese partecipanti all’invio online saranno pubblicate sul portale Inail entro il 22 maggio.

Nella prima fase un elevato livello di partecipazione.

La prima fase della procedura si è svolta dal 21 gennaio all’8 aprile, con un livello di partecipazione che ha confermato, ancora una volta, il grande interesse del mondo imprenditoriale per l’iniziativa dell’Istituto. Sono quasi 29mila, infatti, i progetti per i quali sono stati richiesti gli incentivi, per un investimento complessivo pari a oltre 1,7 miliardi di euro.

Fino a 130mila euro per ogni intervento.

Dopo i 60 milioni del 2010, i 205 del 2011 e i 155 del 2012, i 307 milioni previsti dal bando Isi 2013 sono il finanziamento più cospicuo messo a disposizione nell’ambito delle quattro edizioni dell’iniziativa promossa dall’Inail, che in considerazione della difficile congiuntura economica ha innalzato dal 50 al 65% la copertura dei costi ammissibili e da 100mila a 130mila euro l’importo massimo finanziabile per ciascun progetto.

Fonte: INAIL

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In cerca della piccola “M”. “Ma quei capelli biondi ad Auschwitz può averli visti solo per pochi minuti”

da Repubblica.it – Cultura 10/5/2014

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Dai ricordi di una donna tedesca sopravvissuta al campo di concentramento affiora l’immagine di una bambina italiana, a cui la giovane deportata si era affezionata. Ma nella sua memoria c’è solo l’iniziale del nome. Con il direttore scientifico del prossimo museo della Shoah di Roma abbiamo provato a ricostruire le circostanze di quell’incontro. Poche possibili “Marta”, tante Mirella, Mimma, Milena… “Ma il lavoro di documentazione non è mai finito, noi continuiamo a raccogliere testimonianze”

di SIMONA CASALINI

“Una bambina bionda italiana, col volto dolce, improvvisamente era sgattaiolata vicino a me…la trovavo incantevole…Era arrivata ad Auschwitz con un grande convoglio italiano, sicuramente non era giunta da sola…Le ho dato da mangiare, riuscivo a organizzare qualcosa per lei, perché avevo qualche libertà nel lager…Un giorno però l’ho persa di vista perché mi ero ammalata di nuovo… quando tornai in piedi era sparita, avevano già ucciso quella piccola ebrea”.

Renate Lasker Harpprecht, la sopravvissuta tedesca che racconta il suo Olocausto nel campo di sterminio degli ebrei nell’intervista a Die Zeit che Repubblica ha pubblicato oggi , si sofferma in questo piccolo, dolce e tremendo ricordo nei giorni peggiori. “Il suo nome? Cominciava con la “M” – risponde l’ebrea novantenne – Marta, o qualcosa del genere”

Chi poteva essere quella bimba? E come mai una “bimba” è riuscita a stare per un pò nelle baracche degli adulti, dal momento che ad Auschwitz la quasi totalità dei bambini al di sotto dei dieci anni visti venivano immediatamente eliminati. Marta? Ma davvero la signora ricorda bene il nome? E’ un nome che non rientra in quelli tipici della tradizione ebraica: a quanto risulta dal libro della Shoah in Italia, formidabile database italiano sul peggiore dei crimini del ‘900, sarebbero state solo sei le donne ebree di nome Marta deportate dall’Italia ai campi di sterminio.

Marcello Pezzetti, lei è il direttore scientifico del prossimo Museo della Shoah di Roma. Chi poteva essere la misteriosa bimba incontrata da Renate Lasker Harpprecht?
“La prima cosa che mi viene in mente dopo aver letto la testimonianza è terribile: e cioè che i capelli biondi di quella bimba la signora tedesca li ha potuti vedere per pochissimo tempo. Tutti i deportati che entravano nei campi venivano nel giro di mezz’ora rasati a zero, e dunque anche la misteriosa bambina “M” avrà subìto quel trattamento. E ancora. E’ verissima la scena raccontata dalla sopravvissuta, quel “sgattaiolare” della piccola. Abbiamo molte testimonianze di genitori o parenti che, nella confusione del momento dell’arrivo sulla Judenrampe dove in pochi minuti dovevano essere smistate le famiglie ebree, davano delle spinte ai figli per farli fuggire da qualche parte, tentavano di allontanarli da loro col disperato tentativo di salvarli. E i bambini sbucavano da qualche parte del campo, come dal niente”.

Shoah, cercando la piccola M. LO SPECIALE INTERATTIVO

Scampata, ma per poco tempo, alla Shoah grazie alla “protezione” di una giovane deportata tedesca
“Circa 220 mila bambini vennero deportati ad Auschwitz, e la quasi totalità venne subito eliminata. Nei Kinderblock, le baracche dei piccoli, ne sono finiti solo una piccola percentuale ma solo quelli con qualche particolarità genetica: gemelli, o bambini con qualche deformità o con dettagli apparentemente di poco conto come le iridi di colori diversi e anche figli di genitori “misti”, uno cattolico e l’altro di religione ebraica. Servivano a Mengele per i suoi folli studi sulla presunta ereditarietà dei fattori negativi nei cromosomi degli ebrei e di quelli positivi del carattere ariano. Questa è l’atrocità della Storia. E pochissimi tra loro si sono salvati. Ma forse la bimba “M” aveva più di dieci anni, età discriminante tra bambini e adulti. Magari era piccolina di fisico, minuta, dimostrava meno dell’età dei suoi documenti. Milena Zarfati, ad esempio, aveva appena compiuto 15 anni ma appariva talmente piccina che finì nel blocco dei bambini. No, la bimba “M” non poteva essere lei perché Milena fu una delle pochissime del Kinderblock che riuscì a sopravvivere perché era stata messa al lavoro nelle fabbriche di munizioni per via delle dita sottilissime. E’ scomparsa lo scorso anno”.

La signora tedesca pensa di ricordare il nome “Marta” ed effettivamente risulterebbero sei le donne ebree con quel nome deportate dall’Italia ai campi di sterminio. Lei cosa pensa?
“Marta non è un nome ebraico, così come è raro, per motivi religiosi, che una ebrea italiana si possa chiamare Maria. Forse Mimma, diminutivo tipico di tanti nomi ebraici romani… E comunque, a quanto si sa finora, nessuna delle sei deportate italiane di nome Marta aveva l’età di “una bambina”. Allora, la più giovane, Marta Ascoli, triestina, aveva 17 anni: ma fu l’unica di loro sopravvissuta allo sterminio ed è scomparsa nel marzo scorso all’età di 87 anni. Direi di ripartire da “M”.

Probabilmente, ma non con la totale certezza, la sopravvissuta ha incontrato quella bambina italiana nell’ inverno del ’43. E ricorda che era arrivata ad Auschwitz “con un grande convoglio italiano”…
“I treni dei deportati erano tutti “grandi”, avevano minimo 500 persone, ma se dobbiamo focalizzare meglio il momento “il più grande convoglio italiano nel ’43” è uno solo, e non c’è modo di sbagliare: è quello proveniente da Roma, due giorni dopo la razzia nazista nel ghetto di Roma il 16 ottobre del ’43, con dentro 1022 ebrei, la quasi totalità romani: pochi uomini, tante donne, anziani e bambini. Qui però non risulta esserci nessuna bambina di nome Marta, e invece erano 11 le giovanissime con un nome che iniziava con la lettera M: l’età variava dai 3 anni di Mara Sonnino ai 19 di Mirella Astrologo. Marisa Anticoli e Mirella Terracina avevano nove anni, Mirella Di Tivoli 14, Milena Zarfati 15, Marisa Frascati era una undicenne. Marina Mieli ne aveva 6 e Marina Tedeschi 16 anni. Tra tutte solo Milena Zarfati ne uscì viva ed è scomparsa lo scorso anno. Chissa mai se è una di loro…”

E gli altri convogli di ebrei italiani nel ’43?
“Uno arriva da Firenze e da Bologna il 14 novembre, con circa 400 deportati dopo le retate in Toscana, Emilia Romagna e Liguria, e l’altro l’11 dicembre: proviene da Milano, da Verona e si unisce un altro treno da Trieste, in tutto 600 ebrei stipati nei carri-merci. E da Borgo San Dalmazzo, in provincia di Cuneo, arriva i primi di dicembre del ’43 un altro carico di prigionieri, la gran parte di loro sono ebrei di origine francese. Ma non risultano arrivate bambine col nome “Marta” né nel ’43, né nel ’44, con i convogli che cominciarono a giungere dal campo di raccolta di Fossoli fino a fine luglio. E con l’ultimo treno di deportati per Auschwitz che partì da Bolzano nell’ottobre del ’44. Va ricordato però che piccole con nomi italiani potevano provenire dalle deportazioni dalle isole greche e in particolare da Rodi”.

Cosa dice dell’affetto provato dalla donna tedesca per quella bimba “sgattaiolata”?
“E’ da brividi. Abbiamo molte testimonianze di deportate che hanno cercato di proteggere i più deboli, dava forza anche a loro, ma in più qui c’è il fatto che la donna è tedesca, capisce la lingua degli aguzzini, sa bene che quella bambina lasciata sola non ne uscirà viva. Magari è sgattaiolata via dalla rampa della selezione e per puro caso è finita dalla parte dei deportati che lavorano nel campo. Poi la bimba sarà stata portata nella “sauna”, sarà stata tatuata e alla fine riesce ad avere un pò di sollievo, a stare vicino alla sua “protettrice”. Ma era chiaro che, nel momento in cui la donna l’avesse dovuta lasciare – non volutamente, ma perchè ricoverata in infermeria- per lei lì non ci sarebbe stato scampo”.

La sopravvissuta tedesca dice che forse gli italiani non avrebbero compiuto queste atrocità con i bambini, così come hanno fatto i nazisti.
“Non è vero. Forse non l’avrebbero fatto in quella forma organizzata, ma prendere un bambino e darlo in mano a un nazista, così come hanno fatto, e ci sono centinaia di testimonianze, cos’era? Una parte non irrilevante di italiani ha anche cercato di salvare gli ebrei, dunque i rischi che correvano si conoscevano bene. E poi non sono certo immuni da atrocità: in Eritrea, nell’Africa coloniale non dimentichiamoci che gli italiani hanno gasato la popolazione civile”.

Il prossimo anno, nel 2015, ricorrono i 70 anni dell’apertura dei cancelli di Auschwitz. A cosa serve oggi quella Memoria sempre più lontana?
“L’Italia non ha mai fatto i conti su quel passato, continua a aggrapparsi all’idea che il nostro paese fu “vittima” del furore nazista. E invece non è vero: in quei crimini ne fummo alleati consenzienti e collaborativi. Soprattutto sulla questione ebraica. Nel ’46, poi, l’amnistia di Togliatti di fatto sanò tutti i reati legati alla persecuzione razziale. Anno dopo anno, si vanno spegnendo le voci dei testimoni diretti e invece bisogna continuare ad aprire tutti “gli armadi della vergogna”.

Secondo lei qualcuno potrebbe ricordare qualche altro dettaglio su questa storia: un parente, uno che vide, qualcuno che ha dei documenti di allora?
“Noi ogni giorno andiamo a cercare testimonianze. Chi vuole può mettersi in contatto con noi alla mail “info@museodellashoah.it”. Lo scorso anno, grazie alle famiglie che ce le hanno inviate, abbiamo ritrovato foto in cui si vede il volto dei soldati nazisti che parteciparono alla retata del 16 ottobre ’43. Ancora possiamo mostrarle a qualche sopravvissuto alla razzia che potrebbe riconoscerli ma fra pochi anni, di loro, gli ultimi testimoni diretti della Shoah, non ne resterà più nessuno”.

Fonte: La Repubblica

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LA TOP 20 DEI PAESI IN CUI È PIÙ FACILE FARE SOLDI.

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di Michele De Sanctis

Loro ce l’hanno fatta da soli. Sono diventati miliardari partendo da zero. Parliamo dei ‘superimprenditori’, gente che è riuscita a creare imperi economici con le proprie mani. Richard Branson di Virgin, Amancio Ortega di Zara, Dietrich Mateschitz di Red Bull, Guy Laliberté de Cirque du Soleil, fino all’italianissimo Giorgio Armani. Sono questi alcuni esempi di persone che dal nulla hanno realizzato una vera fortuna.

Uno studio condotto dal London-based Centre for Policy Studies e recentemente riportato da BusinessInsider, analizzando le classifiche di Forbes degli uomini più ricchi del mondo dal ’96 ad oggi, identifica mille superimprenditori provenienti da 53 Paesi. Per essere considerato superimprenditore, è necessario aver guadagnato almeno un miliardo di dollari. La ricerca non prende in considerazione quei capitani d’industria che i miliardi e le attività li hanno ereditati. Oggetto, quindi, sono soltanto i veri Paperon de’ Paperoni, perché l’obiettivo è quello di individuare i Paesi che offrono le maggiori opportunità di realizzare il sogno di scalare la vette del business e diventare ‘billionaire’ a tutti gli effetti. In particolare, lo studio evidenzia che la terra promessa è essenzialmente frutto della giusta combinazione di tre fattori: 1) sistema educativo, 2) burocrazia e tasse 3) libertà di mercato.

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Vediamo insieme la classifica:

1. Hong Kong

2. Israele

3. Usa

4. Svizzera

5. Singapore

6. Norvegia

7. Irlanda

8. Taiwan

9. Canada

10. Australia

11. Gran Bretagna

12. Nuova Zelanda

13. Svezia

14. Germania

15. Giappone

16. Spagna

17. Repubblica Ceca

18. Turchia

19. Portogallo

20. Grecia

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Si noti che a Hong Kong e in Israele c’è una maggiore concentrazione di superimprenditori rispetto a qualunque altro Paese, considerando la loro percentuale sul totale della popolazione. Il che fa scendere gli USA dal primo e dal secondo posto, nonostante un numero elevato di paperoni, ma con una % sulla popolazione inferiore, restando, tuttavia, sul podio con la medaglia di bronzo. Nella top five si aggiungono, poi, Svizzera e Singapore.

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L’Italia è fuori dalla top 20. L’eccesso di burocrazia della nostra Pubblica Amministrazione non aiuta certo l’imprenditoria, ma speriamo che la ‘rivoluzione’ promessa dal Governo dia i frutti attesi e che il nostro PIL continui lungo la curva positiva degli ultimi tempi. Sorpresa finale: spuntano alla posizione 20 la Grecia e alla 19 il Portogallo. Fuori dalla classifica anche i nostri cugini d’oltralpe.

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Scajola e il “dopo Diaz” della polizia.

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da MicroMega 9/5/2014

di Lorenzo Guadagnucci, Comitato Verità e Giustizia per Genova

Claudio Scajola e Gianni De Gennaro condividono il poco lodevole primato d’essere stati responsabili del caso di peggiore gestione dell’ordine pubblico che sia avvenuto in Italia, anzi in Europa, negli ultimi decenni. A Genova durante il G8 del 2001 fu ucciso un cittadino (non accadeva dal ’77), furono violati numerosi articoli della Costituzione, del codice penale e di quello civile, migliaia di persone uscirono schioccate da un episodio di repressione di massa inimmaginabile.

Scajola era all’epoca il ministro dell’Interno, De Gennaro il capo della polizia e responsabile operativo dell’ordine pubblico. Nelle torride giornate genovesi rimasero entrambi a Roma: a presidiare il ministero, com’è tradizione, spiegò Scajola, che si fece tuttavia beffare e scavalcare dal collega Gianfranco Fini, all’epoca vice presidente del Consiglio, protagonista di una famosa, irrituale e ancora misteriosa lunghissima sosta nella centrale operativa dei carabinieri a Genova.

Sia Scajola sia De Gennaro riuscirono a mantenere i loro posti nonostante il disastro e l’enorme discredito che colpì il nostro paese sul piano internazionale. Un discredito, quanto ad affidabilità democratica delle forze dell’ordine, tutt’altro che superato, anche per le scelte che furono compiute nell’immediato, quindi sotto la gestione Scajola, che lasciò il ministero un anno dopo il G8 genovese, nel luglio 2002, a causa di una terribile gaffe a proposito di Marco Biagi, il professore ucciso un mese prima dalle Brigate Rosse e da lui definito, davanti ad alcuni giornalisti, un “rompiscatole”. Di fronte allo scandalo di tanta indelicata affermazione, il premier Berlusconi si vide costretto ad escludere Scajola dal governo (salvo ripescarlo qualche anno dopo).

Fu comunque Scajola a gestire l’immediato dopo-Genova, a compiere e legittimare quelle scelte che sono state il preludio per il disastro successivo, con le clamorose condanne di altissimi dirigenti nel processo Diaz e quelle di decine di agenti e funzionati per le torture nella caserma-carcere di Bolzaneto. Condanne giunte al termine di un durissimo contrasto fra i magistrati inquirenti da un lato, e la polizia di stato e il ministero dell’Interno dall’altro.

Fu sotto la gestione Scajola che prese forma questa velenosa e pericolosa contrapposizione. Gianni De Gennaro fu mantenuto al suo posto e si decise di non ammettere pubblicamente le responsabilità dei vertici di polizia nelle innumerevoli violazioni dei diritti umani compiute in particolare alla Diaz e a Bolzaneto. I funzionari finiti sotto inchiesta furono mantenuti al loro posto e ci si limitò a trasferire ad altri ruoli il debole questore di Genova Francesco Colucci (condannato poi in primo e secondo grado per falsa testimonianza nel processo Diaz), il potente ma isolato Arnaldo La Barbera (scomparso nel settembre 2002) e Ansoino Andreassi, il vice capo della polizia che si oppose invano alla perquisizione alla Diaz e che sarebbe stato in seguito l’unico alto dirigente a testimoniare in tribunale.

Gianni De Gennaro e il ministro Scajola, in quelle giornate in cui era in gioco la credibilità democratica del nostro paese, scelsero di ignorare i suggerimenti contenuti nel rapporto stilato a caldo da Pippo Micalizio, il dirigente spedito a Genova dal capo della polizia per una prima indagine interna sull’operazione Diaz, il caso che aveva esposto l’Italia a un moto di indignazione internazionale. Il rapporto Micalizio consigliava la sospensione degli alti dirigenti impegnati nell’operazione (i vari Gratteri, Caldarozzi, Luperi, lo stesso La Barbera); la destituzione di Vincenzo Canterini, capo del reparto mobile che per primo entrò nella scuola; l’introduzione di codici di riconoscimento sulle divise degli agenti.

Il rapporto restò chiuso in un cassetto, ma la storia ha dimostrato che Micalizio si comportò con lealtà e obiettività, fornendo buoni consigli: i dirigenti dei quali consigliava la sospensione sono stati processati e condannati in via definitiva e sono attualmente agli arresti domiciliari; la necessità dei codici di riconoscimento, resa evidente dal fatto che tutti i picchiatori della scuola Diaz sono sfuggiti sia alla legge sia a eventuali provvedimenti disciplinari, ha trovato negli anni successivi numerose conferme.

Il ministro Scajola porta dunque la responsabilità politica del corso preso dal “dopo Diaz” della polizia: una strada che ha gettato ulteriore discredito sulla polizia di stato e sulle istituzioni. E dire che il suo mentore Silvio Berlusconi lo aveva salvato, prima del caso Biagi, dagli effetti di un’altra clamorosa gaffe. Nel febbraio 2012, conversando con i giornalisti durante un viaggio in aereo, Scajola era tornato a parlare delle vicende del G8, rivelando di aver dato l’ordine di sparare se sabato 21 luglio, durante la manifestazione conclusiva del Genoa Social Forum, fosse stata violata la zona rossa. Disse testualmente:

“Durante il G8, la notte del morto, fui costretto a dare ordine di sparare se avessero sfondato la zona rossa”. Era un’affermazione sconcertante e quasi eversiva, specie se si considera che durante le giornate di Genova furono sparati almeno una decina di colpi di pistola, oltre a quelli che costarono la vita a Carlo Giuliani. Un ministro, in un ordinamento democratico, non può ordinare agli agenti di sparare, poiché l’uso legittimo delle armi è disciplinato dalla legge e non dai capricci e o dai desideri di un membro del governo. Scajola, in quel febbraio 2002, diceva il vero, cioè diede davvero quell’indicazione, o la sua affermazione fu una smargiassata frutto di un’incredibile superficialità? Nessuna delle due ipotesi gli è favorevole. Ma ci sarebbe voluto il caso Biagi quattro mesi dopo per allontanarlo, finalmente, dal Viminale.

Fonte: MicroMega

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Le ragioni della nostra battaglia.

da Il Manifesto del 10/5/2014

Alcuni brani dall’introduzione di Luciana Castellina a “Famiglia e società capitalistica” (Il Manifesto, Quaderno n.1, Alfani Editore, 1974).

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Alla battaglia per il referendum arriviamo stretti da tempi ridottissimi e in una situazione politica che tende a tal punto a precipitare in degenerazione istituzionale da sommergere il problema spec- ifico — quello dell’abrogazione del divorzio — entro una problematica enormemente più vasta, quella che risulta da una crisi economica profonda e da una acutizzazione dello scontro sociale in assenza di uno schieramento di opposizione già in grado di offrire un’alternativa compiuta. Ma sarebbe un errore ritenere che di fronte a questa situazione sia necessario eludere la battaglia sul problema che il divorzio propone, quasi essa rappresentasse una dannosa distrazione rispetto alle urgenze della lotta di classe. Proprio la diserzione della sinistra da questo terreno di confronto, oltre a farla oggi trovare «scoperta» rispetto all’attacco reazionario, ha contribuito a mantenere praticamente intatto un sistema di valori, di consuetudini, di strutture sociali, che costituiscono una radicata remota con- servatrice, che pesa inevitabilmente sulla dinamica del processo rivoluzionario. E’ un dato, questo, che se la pigrizia non prevalesse nell’analisi di come in concreto si sviluppa lo scontro di classe, fino a farci semplificare i protagonisti del conflitto entro lo schema di un proletario e di un capitale asso- lutamente astratti, sarebbe naturale riconoscere. E che invece tendiamo a non riconoscere, con la conseguenza di un pericoloso restringimento della nostra azione d’intervento.
Proprio l’ampiezza della crisi, di sistema e non congiunturale, in cui ci troviamo ad operare, dovrebbe farci rendere conto — se siamo convinti che dalla degenerazione del capitalismo non nasce automaticamente il comunismo, ma può derivarne anche caos e regresso per un lungo periodo sto- rico — di quanto vitale sia per la sinistra rivoluzionaria incidere sull’insieme dei rapporti sociali di produzione per avviare, nel corso stesso della crisi, la costruzione di un movimento di lotta capace di affrontare in positivo lo scontro che una drammatica frase di transizione ci prepara. E quando si dice insieme dei rapporti sociali di produzione non si può non intendere che quello specifico rapporto sociale che si esprime nella famiglia ne è parte certamente non secondaria.
Del resto, come non vedere quale riflesso moderato e conservatore hanno le paure prodotte dagli sconvolgimenti sociali che incidono anche sull’assetto familiare, sui modi in cui si organizzano i rap- porti umani, ove la sinistra non sia in grado, come non è stata finora, di proporre anche su questo terreno un’alternativa rivoluzionaria? Impedire il 1984, per usare la metafora di Gunder Frank
e Samir Amin, vuol dire, anche, combattere sul fronte, certo più difficilmente definibile, della ristrut- turazione che il capitalismo tenta al più generale livello dell’organizzazione sociale dell’ideologia;
e sarebbe puerile pensare di preparare la rivoluzione lasciando intatta una crosta ideologica che non è stata praticamente scalfita.
Se è vero, come ha detto Marx, che dal rapporto uomo-donna si misura il livello raggiunto da una civiltà, vuol dire che attorno a tale rapporto si annodano tutti gli altri e che è impossibile pensare di estromettere proprio questo epicentro dalla lotta rivoluzionaria, non vedere come esso di connette
e interseca con gli altri, non misurarvisi. Giudicare questa tematica di per sé interclassista, vuol dire negare in radice la capacità della classe operaia di affermarsi come classe egemone, cioè portatrice di una superiore e universale concezione del mondo. Qualcosa di simile, ma ancora più grave, di quel marxismo volgare e impoverito che alcuni decenni fa negava rilevanza di classe alle lotte di liber- azione nazionale.
Né vale a dire, che una battaglia specifica su questo terreno non ha senso, in quanto proprio perché l’assetto della famiglia dipende dal capitalismo, basta impegnarsi a scalzarne le fondamenta attra- verso la lotta economica di classe. L’esperienza della mancata rivoluzione in occidente e quella delle rivoluzioni che si sono fatte, dimostra quanto sia difficile, anzi impossibile, superare i rapporti capit- alistici di produzione solo movendo da una modifica della forma della proprietà o utilizzando la pian- ificazione dell’economia; come cioè sia parte integrante del superamento dei rapporti di produzione capitalisti la critica globale e positiva di tutte le dimensioni e gli aspetti dell’organizzazione della vita sociale.
Se è vero che non si può cambiare la famiglia senza cambiare la società è altrettanto illusorio pen- sare di potere cambiare la società senza aggredire alla loro radice tutti i nodi che si intrecciano nell’istituto familiare.
Alla lunga, lo sappiamo, è la trasformazione sociale quella che conta, e non uno spostamento di equi- libri puramente politici, sempre precario dove non affondi una reale modificazione dei rapporti di forza. Per questo non condivido prudenze e tatticismi, ma ritengo che alla battaglia del referendum dobbiamo andare a viso aperto, portandovi tutta la ricchezza della proposta comunista, consapevoli che in questi mesi non potremo fare molto, ma se non altro gettare dei semi, aprire interrogativi, far maturare contraddizioni, imporre una riflessione collettiva su una tematica su cui è il nostro avvers- ario a volere mantenere il silenzio (…)

La concorrenza a chi meglio difende le meschine virtù della famiglia-tana

Ma c’è anche un altro ordine di rischi in cui affrontando la battaglia del divorzio in modo riduttivo e minimizzante si incorre, col pericolo di una sconfitta nel referendum. Il divorzio, è vero, di per sé non incrina la saldezza della famiglia, si limita a ratificare le separazioni di fatto che già esistono
a migliaia, casomai a tutelare giuridicamente chi è rimasto colpito dalle loro conseguenze. Ma per quanto il fronte divorzista ripeterà questa verità — lo vediamo già ora nella diffidenza diffusa che troviamo fra gli stessi elettori di sinistra — non sarà facile imporla contro le mistificatorie denunce dell’avversario(…).
Da cosa nasce, infatti, questa diffidenza? Dal fatto che la famiglia viene oggi avvertita, paradoss- almente assai più che in passato, come una zattera assolutamente necessaria alla sopravvivenza e a mitigare il terrore di una accentuata solitudine. Il capitalismo nel suo procedere, proprio mentre tende a socializzare la produzione, tende nel contempo disgregare ogni comunità sociale e a creare una società atomizzata dove l’individuo si sente sempre più isolato rispetto ai suoi simili (…)
Proprio per impedire che questa atomizzazione proceda fino alle sue estreme conseguenze, per impedire che si giunga alla disgregazione sociale e dunque a una sorta di anarchia che minerebbe il sistema stesso che l’ha generata, lo stato borghese ha bisogno, ai fini della sua stessa conservazione, di ricostituire un minimo di valori comunitari che forniscono isole di aggregazione e con ciò un ter- reno per perpetuare l’ordine stesso. E’ per questo che il capitalismo, mentre per effetto delle sue stesse leggi di sviluppo disgrega l’antica compagine familiare svuotandola di gran parte di quelle funzioni produttive che ne costituivano la ragion d’essere, e immettendo le donne nella produzione, sente nel contempo il bisogno di ricostituirla, esaltandone un ruolo mistificato. Di fronte alla giungla della società, essa si presenta come il solo possibile rifugio contro la società nemica, la sola zona franca per la legge dell’uomo contro quella della merce, fino a divenire grumo struggente di nostal- gia, spezzone di memoria di un mondo in cui le cose avevano ancora un valore d’uso, affondato nell’oceano della competizione e del profitto. La sola isola, in definitiva, di solidarietà.
Ma — e qui sta la contraddizione insuperabile entro cui il sistema si dibatte — questo tentativo di recupero rimane totalmente astratto e riesce in qualche modo a compiersi solo su basi negative, gra- zie alla esasperata contrapposizione fra collettività e famiglia, intesa questa come tana, come rifugio, un sistema di fortezze chiuse dove la solidarietà dei consanguinei è l’altra faccia dell’egoismo bru- tale verso l’esterno, del ripiegamento sul proprio angusto particolare. L’educazione dei figli diventa in questo quadro l’allevamento dei cuccioli di belva da addestrare alla sfida della giungla (vera radice, questa sì, della corruzione) e il risarcimento delle frustrazioni degli adulti che su di loro scar- icano, distorcendo le potenzialità umane dei bambini, i rancori accumulati.

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Il tessuto morale della convivenza diventa solo quello gretto dell’egoismo di gruppo, la donna viene indotta ad una castrazione sociale, ad una regressione verso l’animalità che le consenta di rappres- entare nella commedia il ruolo di mediatrice fra progresso e natura, la compensazione dalle tensioni indotte dal mondo industrializzato. Tanto più è estranea alla vita sociale tanto più può sembrare che essa conservi un rapporto con la natura che i cittadini del capitalismo hanno perduto (tutta l’erotologia, peraltro, collabora validamente a questo fine). In lei si fa rivivere il mito del «buon sel- vaggio felice» che, improponibile al maschio addetto ai moderni mezzi di produzione si affida alla donna, nel tentavo di fare ritrovare all’uomo una innaturale naturalità fuori dalla storia. Stuoli di pediatri, psicologi, psicanalisti sono ingaggiati a questo fine, col risultato non solo di perpetuare la subordinazione della donna, ma di distorcere il significato umano dei rapporti, di impoverirne la ricchezza.(…)

© 2014 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

Fonte: Il Manifesto

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Gay o etero, ma con amore. Elogio dei genitori imperfetti.

da Repubblica.it Cultura del 10/5/2014

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di Michela Marzano

François Hollande l’aveva promesso durante la campagna elettorale: se fosse stato eletto presidente della Repubblica, avrebbe riaperto il dibattito sul matrimonio e sull’adozione delle coppie omosessuali. Pochi mesi dopo la vittoria del candidato socialista, il primo ministro francese Jean-Marc Ayrault annuncia che il progetto di legge sarà finalmente presentato in Consiglio dei Ministri il 31 ottobre 2012, scatenando immediatamente le polemiche. Perché i gay e le lesbiche non si accontentano del Pacs e vogliono anche loro sposarsi? Il matrimonio non dovrebbe essere riservato alle coppie eterosessuali?

Per tutti coloro che si oppongono all’estensione del matrimonio e dell’adozione alle coppie omosessuali, è soprattutto la questione dell’adozione ad essere problematica. Permettere alle coppie omosessuali di adottare, significherebbe per loro non solo impedire ad un bimbo di avere un padre e una madre, ma anche privarlo della possibilità di crescere in modo armonioso, identificandosi con la figura maschile (se si tratta di un bambino adottato da una coppia di lesbiche) o con la figura femminile (se si tratta invece di una bambina adottata da una coppia di gay). Per non parlare poi dei danni a livello psicologico: per poter avere accesso a quello che alcuni psicoanalisti chiamano “l’ordine simbolico”, sembrerebbe infatti necessario vivere in una “famiglia normale”. Ma che cosa vuol dire “normale”? Esiste un unico modo di occuparsi dei bambini oppure questa normalità è solo un modo per discriminare gli omosessuali?

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In realtà, l’idea di normalità non ha alcun senso quando si parla dell’educazione dei figli. Esistono solo tanti percorsi diversi, per i bambini, di imparare a “tenersi su”, come direbbe il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott. Ossia tanti modi diversi per capire che si ha diritto di essere quello che si è, indipendentemente dalle aspettative altrui. E che l’amore che si riceve non ha né sesso né orientamento sessuale. Non è vero che le madri hanno tutte un istinto materno. Esattamente come non è vero che i padri sono tutti, per natura, incapaci di occuparsi dei propri figli.

Dietro la maggior parte delle obiezioni al matrimonio e all’adozione delle coppie omosessuali, si nascondono contraddizioni e luoghi comuni. Tanto per cominciare, in Francia, è possibile già da molti anni adottare anche quando si è single. Questo significa che, fino ad ora, l’eventuale problema dell’assenza dell’altro genitore non si era posto. E che lo si solleva solo nel momento in cui entra in gioco l’orientamento sessuale dei genitori adottivi. Ma il nodo del problema è altrove, visto che l'”ordine simbolico” di cui si parla tanto, altro non è che la capacità di integrare il fatto che al mondo esistono due categorie di persone: gli uomini e le donne. Peccato che le scelte sessuali di una persona non c’entrino affatto con la negazione della differenza dei sessi, a meno che non si confonda il concetto di “identità sessuale” con quello di “orientamento sessuale”. Ma questo tipo di confusione, in fondo, sono solo alcuni eterosessuali a farla, non capendo che l’identità sessuale dell’oggetto del desiderio di una persona non rimette affatto in discussione la consapevolezza del fatto che ognuno di noi sia “maschio” o “femmina”.

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Il vero problema dell’adozione non è quello dell’orientamento sessuale della coppia che adotta, ma quello del posto che si lascia a un bambino. Questo problema, però, lo si ha sempre, indipendentemente dal fatto che un bimbo cresca accanto a due uomini, due donne, o un uomo e una donna. Quando si ha a che fare con un figlio, la cosa più difficile è riconoscerne l’alterità. Per poter accedere a quel famoso “ordine simbolico”, per crescere, ogni bimbo ha bisogno di essere accettato nella propria alterità, e quindi di essere riconosciuto come “altro” rispetto ai propri genitori. Proprio perché è unico.

È solo in questo modo che si ha poi accesso all’ordine simbolico secondo cui non solo la donna è diversa dall’uomo, ma ogni persona è diversa da tutte le altre. Incentrare il dibattito sulla questione dell’unicità e dell’individualità, però, costringerebbe ognuno di noi ad interrogarsi sulla propria capacità di tollerare ciò che è diverso. Sapendo benissimo che i bambini, quando crescono, si identificano non solo con i genitori, ma anche con tutti gli altri adulti che contribuiscono alla loro educazione. E che tanti problemi, nella vita, nascono quando non si è stati accettati e riconosciuti per quello che si era. Anche quando si è cresciuti in una famiglia “normale”, con un papà e una mamma.

Fonte: La Repubblica

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UNA BRUTTA STORIA DI POLITICA E TRANSFOBIA.

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di Andrea Serpieri

Fino a quando (e fino a che punto) la più becera politica italiana dovrà somministrarci altri episodi di intolleranza, di cui, francamente, faremmo volentieri a meno? Questa è la storia di Laura Matrone, una splendida quarantenne, operatrice sociale, attualmente in lizza per le elezioni a Castel Volturno, provincia di Caserta, con il candidato sindaco PD Dimitri Russo. Russo si presenta con cinque donne nella lista civica “Cento volti per la svolta” e sei donne nel PD. Ma per qualcuno le donne sono di meno, perché Laura è nata uomo e pertanto non sarebbe “donna abbastanza” da soddisfare le quote rosa. Insomma, Laura non sarebbe una “vera” donna! A rivelare questa ‘verità nascosta’ all’elettorato di Castel Volturno è stato il candidato sindaco per Forza Italia (il partito delle libertà) Cesare Diana, il quale sostiene che la candidatura di Laura violi le norme sulla parità e quindi le liste di Russo andrebbero escluse dalla competizione politica.
In realtà, non c’è alcuno scoop, perché Laura non nasconde a nessuno il suo passato e soprattutto perché giuridicamente Laura Matrone è una donna “vera”, uso questo aggettivo per farmi comprendere anche da quelle persone che proprio non riescono a vedere il mondo in modo più fluido delle definizioni che usano: gay, etero, maschio, femmina…è così importante? È importante sapere se una trans abbia subito un’operazione o meno? A parte il fatto, poi, che sarebbero affari suoi, anche quando si mette in politica, perché l’essere stata uomo incide sulla sua condotta morale solo per le menti più bigotte. E ipocrite.

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In ogni caso, la candidata del PD non c’è stata a questo linciaggio pubblico e su La Repubblica, rivolgendosi all’avversario forzista, precisa: “L’hanno informato male. Sono una donna a tutti gli effetti dal 2002”.
Nell’intervista Laura Matrone si racconta, descrive i punti del suo gruppo in vista delle prossime elezioni e, sull’episodio di transfobia di cui è stata vittima, dice: “Volevano tentare di far ricusare la lista per mancanza di quote femminili, poi si sono accorti in tempo dell’errore e hanno desistito”.
“Sono Laura, sono una persona. Non c’è bisogno di mettere continuamente un timbro dietro le spalle per dire chi ero. Sono una persona. Con una faccia, con due gambe, due braccia. Mi sono sposata e separata legalmente. Sono una donna normalissima che non ha mai avuto nessuna difficoltà di inserimento nella vita sociale. Ho insegnato arti marziali alla Nato. Sono stata due volte campionessa mondiale di taekwondo e undici volte campionessa europea. Ma dal 1990 faccio spettacolo, mi occupo di canto, teatro, televisione, di pubbliche relazioni”.
Sulla sua vicenda personale che l’ha portata ad essere la donna bellissima che è oggi, riferisce: “Sono originaria di Napoli, ma vivo a Castel Volturno da quando avevo 14 anni. Nel 2002 mi sono operata e ho cambiato i connotati all’anagrafe. Ho fatto il primo intervento per cambiare sesso a Napoli tramite l’Asl, gratuitamente. Lo consente una legge del 1984. La mia famiglia all’inizio è stata un po’ titubante. I miei genitori all’inizio non capivano. Appartengono ad un’altra generazione. Però poi i miei familiari me li sono ritrovati sempre al mio fianco, specie mia sorella, mio fratello e i miei nipoti”.

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A questo punto, io mi chiedo: ma se per esempio Laura non fosse stata operata – o avesse deciso di non farlo proprio – non sarebbe stato, comunque, etico considerarla una donna a tutti gli effetti? In fondo, lei è così che si sentiva, anche prima dell’operazione. Eppure, lo Stato italiano, che nella Costituzione riconosce i diritti e l’uguaglianza di tutti e si impegna a rimuovere gli ostacoli che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese, con la L. 164/82 ha stabilito che si possa chiedere il cambio di sesso all’anagrafe solo dopo la riassegnazione genitale. Forse sarebbe il caso di cambiare questa norma, giusto per riconoscere il terzo sesso anche qui? Che piaccia o no, esiste e non può essere semplicemente negato sulla carta, per continuare a far finta che non ci sia. Cosa che, peraltro, certi benpensanti potrebbero fare tranquillamente, se magari smettessero di interessarsi delle altrui preferenze sessuali e ci lasciassero vivere in pace. Gay, etero, uomini, donne o qualunque cosa vogliate essere. Siatelo! La nostra felicità è un diritto non scritto che per natura preesiste alle norme di diritto positivo.

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Il ritorno del mutualismo in Italia: il futuro è partecipazione

da Il Manifesto del 9/5/2014

Quinto stato. La società di mutuo soccorso “Insieme Salute” compie vent’anni. Negli anni della crisi ha aumentato i suoi soci. Il progetto della mutua “Elisabetta Sandri” rivolto ai lavoratori indipendenti esclusi dal Welfare statale.

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di Roberto Ciccarelli

Gli iscritti alle società di mutuo soc­corso sono aumen­tati in quat­tro anni del 70%. Nel 2010 erano poco meno di 600 mila. Secondo la Fede­ra­zione Ita­liana Mutua­lità Inte­gra­tiva Volon­ta­ria (FIMIV), oggi sono arri­vati a quasi un milione. Un record impres­sio­nante pro­dotto dagli oltre 15 miliardi di tagli alla sanità pub­blica dal 2010 ad oggi impo­sti dalle poli­ti­che di auste­rità e dal dra­stico peg­gio­ra­mento della con­di­zione eco­no­mica delle famiglie.

Nell’ultimo quin­quen­nio sono nate oltre cento società di mutuo soc­corso. Un accordo tra FIMIV e Con­f­coo­pe­ra­tive ha dispo­sto che la mutua­lità sia finan­ziata dalle ban­che di cre­dito coo­pe­ra­tivo ope­ranti in tutto il ter­ri­to­rio nazio­nale, dalla Lom­bar­dia alla Puglia. Un altro fronte di svi­luppo è quella dei con­tratti nazio­nali. Sono almeno cin­quanta i rin­novi che pre­ve­dono forme di mutua­lità. Ci sono fondi che inte­res­sano gli ope­ra­tori del com­mer­cio, i chi­mici o i metalmeccanici.

Ad avere influito sul rin­no­vato svi­luppo del mutua­li­smo sono state due deci­sioni. Dal 2008 due decreti varati dal governo prodi e poi da quello Ber­lu­sconi hanno auto­riz­zato l’istituzione dei Fondi sani­tari inte­gra­tivi, in attua­zione della riforma sani­ta­ria del 1999. Una legge del 2012 ha poi aggior­nato la nor­ma­tiva sul mutuo soc­corso che risa­liva al 1886 dispo­nendo alcune norme fiscali per favo­rire la dedu­ci­bi­lità delle spese per l’assistenza sani­ta­ria inte­gra­tiva per le aziende che la pre­ve­dono per i pro­pri dipen­denti (3600 euro circa a per­sona). Secondo la Fimiv le per­sone coin­volte nel wel­fare azien­dale supe­rano oggi i 14 milioni. Dieci anni fa erano non più di 3 milioni.

Quello del mutuo soc­corso è anche una realtà eco­no­mica. Nel 2011 un rap­porto del Par­la­mento Euro­peo aveva cal­co­lato in 180 miliardi di euro i con­tri­buti rac­colti dalle mutue in tutto il con­ti­nente. Il mutuo soc­corso occu­pava allora 350 mila per­sone, garan­tendo coper­ture sociali e sani­ta­rie di tipo com­ple­men­tare, di ispi­ra­zione soli­da­ri­stica e non pri­va­ti­stica come le assi­cu­ra­zioni sani­ta­rie private.

«Soste­niamo la par­te­ci­pa­zione, non la privatizzazione»

Per Vale­rio Ceffa, diret­tore della società di mutuo soc­corso Insieme Salute che sabato 10 mag­gio terrà l’assemblea annuale al grat­ta­cielo Pirelli a Milano e festeg­gerà i suoi primi vent’anni di esi­stenza, la spie­ga­zione di que­sta cre­scita note­vole è duplice. «Il mutua­li­smo sta cre­scendo per­ché offre solu­zioni alle dif­fi­coltà del sistema sani­ta­rio pub­blico. Nel frat­tempo è anche cre­sciuta la cul­tura della pre­vi­denza sani­ta­ria, un ele­mento molto mar­gi­nale fino a qual­che anno fa. Non c’è dub­bio che a que­sto esito abbia con­tri­buito la dif­fu­sione dei fondi contrattuali».

In que­sto con­te­sto, Insieme Salute che ha sede in Lom­bar­dia e varie rami­fi­ca­zioni anche in altre regioni, ha aumen­tato del 5,6% i suoi soci nel 2013 rispetto al 2012 (11.800 soci). Nei primi mesi del 2014 gli iscritti sono già aumen­tati rispetto all’anno pre­ce­dente arri­vando a 12.500. «La cre­scita è quasi com­ple­ta­mente da ascri­vere alle ade­sioni volon­ta­rie e non ai fondi – afferma – Anche noi abbiamo con­ven­zioni azien­dali natu­ral­mente, ma il nostro scopo è creare nuovi soci e dif­fon­dere una nuova consapevolezza».

La crisi della sanità ha fatto emer­gere anche il pro­blema del cosid­detto «con­su­mi­smo sani­ta­rio». «Si tratta di un uso inap­pro­priato delle pre­sta­zioni sani­ta­rie, anche quando non c’è n’è biso­gno, che col­pi­sce soprat­tutto i cit­ta­dini più fra­gili eco­no­mi­ca­mente – spiega Ceffa – La nostra mutua­lità cerca invece di muo­versi sul piano della par­te­ci­pa­zione e cerca di dare garan­zie molto ampie ai soci».

Ad esem­pio, quale? «Innan­zi­tutto, la garan­zia di essere tute­lati a vita — risponde Ceffa – Sono ormai molte le assi­cu­ra­zioni pri­vate e altri fondi che al com­pi­mento degli 80 anni, quando cioè aumen­tano i rischi e si ha biso­gno di mag­giori ser­vizi e cer­tezze, abban­do­nano i loro clienti. E non mi sof­fermo sui costi proi­bi­tivi che tutto que­sto com­porta per le per­sone. Noi stiamo pen­sando ad un pro­getto insieme ad altre mutue, coo­pe­ra­tive sociali e gli enti locali o ter­ri­to­riali per ren­dere soste­ni­bili que­ste ope­ra­zioni di assi­stenza anche per le fasce di popo­la­zioni a basso red­dito che sono quelle più col­pite dalla crisi».

Il pro­getto di Insieme Salute è quello di costruire una rete alla quale par­te­cipi anche la sanità pub­blica. Per rea­liz­zarla è fon­da­men­tale rea­liz­zare una sen­si­bi­liz­za­zione per aumen­tare la cul­tura della pre­vi­denza sani­ta­ria. «Non chie­diamo soldi agli enti pub­blici – pun­tua­lizza Ceffa – Al con­tra­rio vogliamo aiu­tarci a vicenda per far cre­scere que­sta sen­si­bi­lità che può aiu­tare a risol­vere pro­blemi, a chiu­dere le falle che si stanno aprendo nel sistema e a por­tare nel sistema pub­blico di tutela nuove risorse».

Il mutua­li­smo non è sosti­tu­tivo al wel­fare uni­ver­sa­li­stico ma è inte­gra­tivo. «Il mutua­li­smo pos­siede una carica sociale e uni­ver­sa­li­stica – con­ferma Ceffa – Biso­gna cono­scerlo e pra­ti­carlo per­chè altri­menti resta la spesa pri­vata pura e il cit­ta­dino resta solo con i suoi pro­blemi. La mutua è una rispo­sta più aperta e sociale».

Il wel­fare per lavo­ra­tori autonomi

Insieme Salute ha siglato più di due anni fa la con­ven­zione sani­ta­ria «Eli­sa­betta San­dri» con il sin­da­cato tra­dut­tori «Strade», il sin­da­cato nazio­nale scrit­tori (Sns), l’associazione dei con­su­lenti del ter­zia­rio avan­zato Acta e i tra­dut­tori di Aiti. Ad oggi i soci tra i lavo­ra­tori auto­nomi sono circa 350. A que­ste per­sone, sostan­zial­mente escluse dal Wel­fare sta­tale e spesso inca­paci di pagarsi un’assistenza pri­vata, viene garan­tita una coper­tura sani­ta­ria o un asse­gno per la gra­vi­danza. Il ver­sa­mento di una quota annuale di 246 euro per­mette il rim­borso dell’80% dei tic­ket e un sus­si­dio per l’invalidità.

«È un’esperienza molto posi­tiva – afferma Ceffa – che va molto al di là dei numeri che sono comun­que inte­res­santi. La mutua “Eli­sa­betta San­dri” ha infatti aperto uno spa­zio cul­tu­rale in mondi che non hanno con­sa­pe­vo­lezza rispetto ai loro diritti e alle poten­zia­lità del mutuo soc­corso e della soli­da­rietà. Con i tra­dut­tori e gli altri lavo­ra­tori auto­nomi abbiamo incon­trato per­sone molto moti­vate rispetto a que­sti prin­cipi. Non è scon­tato. Molto spesso incon­triamo per­sone che si avvi­ci­nano a noi solo per­ché costiamo meno di un’assicurazione privata».

E tut­ta­via anche il costo di 246 euro all’anno costi­tui­sce un pro­blema finan­zia­rio per i lavo­ra­tori auto­nomi e pre­cari, i lavo­ra­tori poveri cre­sciuti negli anni della grande reces­sione. «Pur­troppo è così – con­ti­nua Ceffa – è un cir­colo vizioso: chi è meno tute­lato in Ita­lia ha sem­pre meno dispo­ni­bi­lità eco­no­mica per occu­parsi della pro­pria salute e di quella dei pro­pri cari. Noi fac­ciamo molti sforzi, cer­chiamo di dare solu­zioni meno costose, in fondo poco più di 200 euro all’anno è una cifra bassa rispetto ai rischi che copriamo. E dob­biamo man­te­nere un equi­li­brio economico».

A que­sta tra­gica dif­fi­coltà i tra­dut­tori stanno cer­cando di tro­vare una solu­zione a par­tire dal loro lavoro. «Il loro ten­ta­tivo è quello di por­tare risorse dai com­mit­tenti – spiega Ceffa — Stanno ragio­nando su ver­tenze agli edi­tori per­chè garan­ti­scano un minimo di tutela al lavo­ra­tore che non ne ha nes­suna. È una par­tita in cui dovreb­bero entrare i sin­da­cati. Fin’ora lo hanno fatto molto mar­gi­nal­mente. Noi siamo dispo­sti a fare la nostra parte. Vogliamo costruire la forma di assi­stenza ade­guata alle esi­genze dei diretti interessati».

Pro­spet­tive demografiche

Si sta pre­pa­rando un cor­to­cir­cuito. Le poli­ti­che dell’austerità hanno tagliato spesa sociale e sani­ta­ria nel momento in cui le pre­vi­sioni demo­gra­fi­che annun­ciano l’invecchiamento della popo­la­zione. Solo vent’anni fa la spe­ranza di vita degli ita­liani non rag­giun­geva i 70 anni men­tre oggi si avvi­cina agli 85. Nel 1994 la classe di età più con­si­stente era quella tra i 30 e i 34 anni, oggi è quella tra i 45 e i 49 anni, nel 2034 sarà quella tra i 60 e 64 anni.

L’Italia è uno dei paesi con più bassa fecon­dità nel mondo (1,5 per ogni donna), anche se negli ultimi anni assi­stiamo ad un recu­pero, gra­zie soprat­tutto al con­tri­buto degli stra­nieri. Come con­se­guenza di alta lon­ge­vità e per­si­stente bassa fecon­dità l’Italia è uno dei paesi con strut­tura demo­gra­fica più squi­li­brata (gli ultra ses­san­ta­cin­quenni che rap­pre­sen­tano oggi il 21% della popo­la­zione rag­giun­ge­ranno il 33% nel 2050, men­tre nel resto d’Europa sono attual­mente il 17% per salire al 27,5% nel 2050).

“Se molti indi­ca­tori eco­no­mici e sociali ci vedono in posi­zione svan­tag­giata, quello di rag­giun­gere e garan­tire livelli di salute tra i migliori in Europa e nel Mondo è senz’altro un risul­tato di cui invece andar fieri — afferma Ales­san­dro Rosina docente di Demo­gra­fia e Sta­ti­stica sociale all’Università Cat­to­lica di Milano — Un risul­tato che però non è scon­tato. Il pro­cesso di con­ti­nuo miglio­ra­mento può anche inter­rom­persi e si può peg­gio­rare se non si con­ti­nua a tener alta la qua­lità dei ser­vizi sani­tari, la loro acces­si­bi­lità da parte dei cit­ta­dini e la pro­mo­zione della cul­tura della salute”.

Le mutue sani­ta­rie come Insieme Salute costi­tui­scono un argine con­tro la dismis­sione del wel­fare e dei diritti sociali fon­da­men­tali che nella pros­sima gene­ra­zione pro­durrà una popo­la­zione di poveri non tute­lati e rap­pre­sen­tano già da oggi uno stru­mento utile per rico­struire i legami sociali tra­volti dalla crisi e dall’austerità.

Fonte: Il Manifesto

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LIDL ASSUME IN TUTTA ITALIA.

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LIDL, azienda leader nel settore della grande distribuzione organizzata, con diversi punti vendita in Italia e in altri Paesi europei, LIDL è una grande realtà del settore GDO ed ha punti vendita in Italia e in molti paesi europei, apre le selezioni in Veneto, Lazio, Sicilia, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Sardegna, Molise, Umbria, Abruzzo, Trentino Alto Adige, Liguria, Puglia, Campania e Calabria.

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Addetti Vendite
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Responsabili Tecnici
Buyer
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Responsabile Manutenzione Sicurezza Magazzino
Assistente di Direzione
Impiegato Addetto paghe

Le offerte di lavoro sono rivolte a giovani motivati, volenterosi e pronti a mettersi in gioco diplomati, laureati e neolaureati e a tutte quelle persone che sono alla ricerca di una nuova posizione lavorativa. I requisiti specifici sono di volta in volta indicati per ogni posizione aperta. Per inviare le vostre candidature, cliccate qui, scegliete una delle offerte presenti tra quelle che si avvicinano al vostro profilo e compilate il formulario on line allegando il vostro CV.

MDS
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A SARAJEVO RINASCE LA VIJEČNICA.

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di Michele De Sanctis

Dopo 22 anni, la città di Sarajevo ha riavuto la sua biblioteca nazionale, bombardata nella notte tra il 25 e il 26 agosto del 1992 dai serbo bosniaci. Aveva fatto il giro del mondo la foto della “Viječnica”, così i bosniaci chiamano la biblioteca nazionale di Sarajevo, in cui tra le macerie della volta distrutta, sotto la luce che entrava dall’alto, un uomo suonava il violoncello.

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Quell’uomo era Vedran Smajlovic, che fu, tra l’altro, uno dei primi civili ad accorrere sulla scena per tentare la messa in salvo degli oltre due milioni di volumi conservati nell’edificio in fiamme.

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Oggi, però, la biblioteca di Sarajevo è stata completamente ricostruita e ieri, 9 maggio 2014, è stata inaugurata nel suo nuovo splendore. La Viječnica è stata rifatta com’era. A mancare all’appello, sono purtroppo i moltissimi testi antichi: bruciati nel rogo del ’92.

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L’inaugurazione è avvenuta con un grande spettacolo all’aperto fuori dal municipio austro-ungarico che ospitava la Viječnica. «Oggi dopo 18 anni di lavori di ricostruzione e a 118 anni dalla sua prima inaugurazione, restituiamo la Viječnica ai cittadini di Sarajevo, perché essa fa parte della loro identità», così ha parlato il sindaco Ivo Komsic.

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L’edificio, non solo è stato ricostruito in maniera fedele alla sua antica architettura, ma per quanto possibile, sono stati recuperati i suoi materiali originali. D’ora in avanti, la Viječnica ospiterà l’amministrazione cittadina, oltreché una parte del patrimonio librario della Biblioteca Nazionale e il Museo di Sarajevo.

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La cerimonia di inaugurazione ha visto la partecipazione della Filarmonica di Sarajevo e di altri 200 solisti, danzatori, musicisti, ed è culminata con la proiezione sulla facciata della Viječnica di un video in 3D che raccontava la storia del palazzo intrecciata con la recente e più drammatica storia di Sarajevo.

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Politiche, Diritti & Cultura