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A 50 ANNI DAL COLPO DI STATO, IL BRASILE RILANCIA IL DIBATTITO SULLA DITTATURA CHE CAMBIÓ IL VOLTO DEL SUDAMERICA

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di Luigia Belli

Esattamente 50 anni fa, il 31 marzo del 1964, un feroce colpo di stato spazzò via il governo del Presidente João Marques Goulart, un “trabalhista” che era alla guida del paese dal 1961. Minacciato da un’inflazione galoppante (l’80% nel 1963), Goulart pensò di salvare il paese proponendo una riforma agraria radicale, in un paese organizzato in enormi latifondi, e nazionalizzando le compagnie petrolifere, ma tali progetti gli valsero le accuse di essere “al servizio del comunismo internazionale”. Ciò fu sufficiente per giustificare il violento golpe militare guidato dal maresciallo Humberto Branco e appoggiato dal governo degli Stati Uniti. Iniziò, così, un regime militare che durò ben 21 anni e che inaugurò una serie di violente dittature di destra nell’intero continente latino americano.

Oggi, a 50 anni di distanza, il dibattito sulla dittatura di Branco è quanto mai vivo. La partecipazione di civili al colpo di stato e la giustificazione della violenza, dettata dalla necessità di difendere la democrazia contro i rischi del comunismo, sono ancora oggi oggetto di discussione e controversie. Lo storico Daniel Aarao Reis che, all’epoca dei fatti aveva 24 anni e decise di partecipare ad un gruppo di resistenza armata contro il nuovo regime militare, spiega: “Si giustificò il colpo di stato con il discorso della difesa della democrazia, che era minacciata dalle riforme di Jango (n.d.t. soprannome popolare di Goulart) e dal rischio di comunismo. I leader delle lobby, molti ecclesiastici, grandi e piccoli imprenditori e politici si schierarono a favore del colpo di stato che, per questo, fu sostenuto da un fronte molto eterogeneo”. Lo storico afferma che, per tali ragioni, preferisce definire la dittatura brasiliana come “civile-militare”.

La settimana scorsa è stata organizzata una nuova edizione della “Marcia della Famiglia con Dio e per la Libertà”, con una scarsa affluenza (circa un migliaio di persone), per commemorare quella che ebbe luogo il 19 marzo del 1964, quando 500.000 persone scesero in piazza per marciare contro il governo di Goulart e a sostegno di un intervento dei militari. Questa marcia, che vide la partecipazione massiva di semplici cittadini, legittimò di fatto il colpo di stato che ebbe luogo due settimane dopo. Al contempo, in questi stessi giorni, la città di San Paolo ospita la “Veglia per la libertà”, una kermesse artistica in cui, attraverso varie forme d’arte, si ricorda il sacrificio di migliaia di cittadini che lottarono per riconquistare le libertà perdute. Due volti dello stesso paese, due letture opposte che oggi riflettono la stessa spaccatura che divideva il Brasile 50 anni or sono.

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L’ex Presidente del Brasile, Lula da Silva, che venne fatto prigioniero durante la dittatura militare, partecipa anche lui al dibattito in corso nel paese. Egli ha pubblicamente affermato l’importanza di ricordare l’avvento della dittatura per poter meglio apprezzare la democrazia che oggi governa il paese. Ha aggiunto: “Solamente un governo democratico può permettere che una ex-condannata dal regime militare possa arrivare alla presidenza del paese”, riferendosi ovviamente a Dilma Roussef, attuale Presidente del Brasile e prigioniera politica negli anni bui e vittima di tortura.

Tuttavia, aldilà dell’attuale dibattito, è interessante rilevare un dato statistico pubblicato in questi giorni dall’autorevole testata giornalistica “O Estado de Sao Paulo”: il 90% dei cittadini brasiliani considera che il colpo di stato del ’64 “appartiene ormai alla storia del paese”. Per comprendere meglio questo dato, bisogna osservare che dei circa 200 milioni di abitanti del Brasile, approssimativamente 160 milioni sono nati dopo il colpo di stato. Un paese giovane, come tutti i paesi del continente latino-americano, dove la maggior parte della popolazione non era neanche nata quando Goulart è stato ingiustamente e violentemente destituito. Ma il Brasile è anche l’unico paese del Cono Sud dell’America Latina a non aver mai sottoposto a giudizio i golpisti. Virgilio Arraes, professore di storia all’Università di Brasilia, spiega che “in Argentina, in Cile e in Uruguay c’è stata una restituzione della verità e chi ha asservito il colpo di stato è stato giudicato in Tribunale. In Brasile, invece, c’è stata una transizione democratica nel 1985 e le élite del paese hanno deciso di far cadere tutto nell’oblio, un po’ come è accaduto in Spagna. Oggi, la maggior parte della popolazione ha meno di 30 anni e non ha alcuna relazione con quel periodo”. L’unico passo significativo che il Brasile ha compiuto per far luce sui lati più oscuri degli anni della dittatura è l’insediamento di una commissione nel 2012, la Commissione per la Verità, voluta da Dilma Roussef, che dovrebbe concludere i propri lavori entro dicembre di quest’ anno. “Questa Commissione è l’ultima opportunità che il nostro paese ha per fare luce sulla nostra storia: la relazione finale ci permetterà di progredire o, al contrario, seppellirà definitivamente questa parte della storia così importante per il Brasile”, ha concluso Jair Krischke, presidente del Movimento Giustizia e Diritti Umani, che ha dedicato interi decenni a fare indagini sulla dittatura brasiliana.

 

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