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Lavorare con un DITO!

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Le sue dita sono famose dappertutto. Di lui parlano le riviste di mezzo mondo. Dito Von Tease è un artista marchigiano che si è inventato un modo originale per far parlare di sé: disegnare personaggi famosi sulle dita e promuovere le sue opere sul Web.
Dito ha 35 anni, è un art director, illustratore e graphic designer. Geloso della sua privacy, non svela la sua vera identità. Alla redazione di Millionaire che lo ha intervistato racconta che il progetto Ditology è partito nel 2009, quando, creando il suo account Facebook, ha voluto che divenisse uno spazio virtuale libero dalle intrusioni di parenti, colleghi e “amici”. Si è perciò nascosto dietro a un dito. Ma questo dito si è presto rivelato un vero e proprio successo. Il giovane si è inventato un lavoro dal nulla. Anzi, da un dito! Sebbene dichiari che di vero e proprio business non possa ancora parlarsi, Dito Von Tease ha già venduto gadget, realizzato un app di successo chiamata ‘Ditology – Finger Portrait Creator’ e la Galerie Sakura di Parigi vende le sue stampe in tiratura limitata. Confessa di avere un progetto: Dito vorrebbe collaborare con un brand internazionale per creare una linea d’abbigliamento con le proprie creazioni.
In bocca al lupo a questo singolare ed eccentrico artista dal nostro blog ed anche a tutti gli artisti italiani con l’augurio di avere lo stesso meritato successo di Dito.

Michele De Sanctis per BlogNomos

“Caro John, nipote di…”: lettera di una ragazza disoccupata a Elkann

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Claudia Rizzo, 29enne palermitana, risponde al presidente della Fiat che nei giorni scorsi aveva dichiarato: “Molti giovani non trovano lavoro perché stanno bene a casa”. “Non ho un cognome come il suo…vivo ancora a casa con i miei, che ringrazio per avermi dato la possibilità di studiare…”

PALERMO – “Il lavoro c’è, ma i giovani non hanno ambizione. Stanno bene a casa”. Le parole di John Elkann, presidente Fiat, nei giorni scorsi avevano sollevato un polverone. Poi c’era stata la parziale retromarcia del rampollo di casa Agnelli (“volevo incoraggiare i giovani”).

Claudia Rizzo è una ragazza palermitana di 29 anni: come tanti ragazzi della sua età, ha una laurea in tasca e tanti lavoretti e stage alle spalle. Non un lavoro stabile, non una casa di proprietà. Claudia ha scritto una lettera di risposta al presidente della Fiat, inviandola alla redazione di PalermoToday. Eccola in versione integrale:

Caro John Elkann,
quando l’altro ieri ho letto le sue parole ho sentito il bisogno di pubblicarle immediatamente su facebook con una frase siciliana abbastanza volgare a commento. Mi sono scusata perché generalmente non amo esprimermi con certi termini in pubblica piazza, ma un’amica mi ha fatto riflettere che anche lei, con quello che ha detto riferendosi ai giovani disoccupati (il 40%, una cifra non da poco), è stato molto volgare, probabilmente anche più di me.
Vede, caro Elkann, io ho 29 anni e vivo ancora a casa con i miei, che ringrazio per avermi dato la possibilità di studiare (dato che purtroppo ancora oggi, nel 2014, non è un diritto che appartiene a tutti) e di avere ogni giorno un piatto caldo a tavola. Il vivere con loro, per quanto li ami, non mi fa stare bene o a posto con la mia coscienza e la mia voglia di rendermi indipendente, né mi fa essere meno ambiziosa. Il mio vivere con loro è una fortuna e una necessità allo stesso tempo. Una fortuna perché, a differenza di molti, mi posso permettere una famiglia che mi sostenga e che mi faccia da ammortizzatore sociale in un Paese che non ne possiede molti; una necessità perché, nonostante mi sia laureata nel 2009, abbia un master, varie certificazioni, stage a volontà e brevi esperienze lavorative alle spalle, ancora non ho trovato un lavoro vero che mi dia la possibilità di abbandonare la casa dei miei e “costruirne” una mia.
Già, perché il mio cognome è Rizzo: un cognome a cui sono fortemente legata ma che non rimanda a nessuna famiglia miliardaria, a nessun nonno fra i più importanti imprenditori d’Italia (il mio era un contadino), a nessuna altolocata élite torinese. Sarà forse per questo che a 21 anni non sono stata inserita nel CDA dell’azienda che sta lasciando a piedi migliaia di lavoratori? Sarà forse per questo che non ho avuto la possibilità di fare esperienze di lavoro importanti in giro per il mondo? Sarà forse per questo che continuo a non poter scegliere il mestiere per il quale ho studiato e a dovermi invece accontentare di quello che passa il convento (pur di evitare di chiedere sempre soldi ai miei)? Sarà forse per questo che ho passato giorni davanti a un computer a pigiare un tasto nella speranza di poter accedere a un tirocinio bandito per i cosiddetti Neet per soli 400 euro al mese (ecco come ci aiuta lo Stato)? Sarà forse per questo che ho accettato un lavoro dove mi pagavano 2,50 euro all’ora, ho fatto volantinaggio vestita da Babbo Natale per un supermercato o la posteggiatrice per un giorno?
No, ovviamente è perché sono una parassita che sta bene a casa di mammà e che non ha ambizioni. Come me milioni di persone, come me tutti quegli amici che, dalla Sicilia, con una laurea in mano e dei sogni mai realizzati, sono scappati in cerca di fortuna: c’è chi ha pulito i bagni degli ostelli scozzesi, chi si trova a Londra a servire ai tavoli, chi a Milano in cerca di stabilità, chi sta per partire perché ha perso il lavoro in nero e non ha più i soldi per pagare un affitto.
Non mi sembra di raccontarle nulla di nuovo, perché questo accade ormai da anni a migliaia e migliaia di giovani. Però a questo punto mi viene da chiederle: quanti curricula ha mandato nella sua vita? Quante non risposte ha ricevuto? Quanti “grazie, la terremo in considerazione, ma al momento non assumiamo” si è sentito dire? Quante volte ha dovuto abbandonare la sua città, la sua famiglia e i suoi amici perché non riusciva a guadagnare abbastanza? Quanti lavoretti ha svolto per sostenersi gli studi? Quante volte ha dovuto accettare dei compromessi perché le serviva un lavoro per aiutare i suoi genitori in difficoltà? Quante volte ha dovuto rinunciare ai suoi sogni perché non si poteva permettere di sognare? Quante volte ha pensato “non ce la farò mai a costruirmi un presente, un futuro, una famiglia”? Quante volte è stato licenziato ed è stato lasciato solo? Quante volte è stato cassintegrato perché la sua azienda ha deciso di delocalizzare? Quante volte ha visto passare davanti a lei un raccomandato “figlio o amico di”?
La prego di contare, sarà bravo dato che è un ingegnere plurititolato, e di dare una risposta sincera a tutti quei bamboccioni choosy che si ostinano ancora a voler vivere nel proprio Paese a delle condizioni che minano qualsiasi tipo di dignità, da quella emotiva a quella esistenziale, da quella lavorativa a quella morale. La prego di avere la decenza di chiedere scusa per le volgarità che le sono uscite dalla bocca, di non offendere chi ce la sta mettendo tutta e non ci riesce perché il Paese è pieno di “figli o amici di”, la prego di guardare alla sua immensa fortuna e ringraziare di essere nato nel posto giusto nella famiglia giusta. Perché, vede, forse al contrario suo sarò una bambocciona choosy, poco ambiziosa e che si culla nella casa di mamma e papà, ma almeno, a differenza sua, ho l’umiltà di riconoscere molte mie fortune (in un mondo pieno di disuguaglianze) e di non giudicare gli altri.
Claudia Rizzo

Fonte: PalermoToday

http://m.today.it/cronaca/lettera-ragazza-palermo-elkann.html

Nestlè, Cig per 867 lavoratori: la Perugina in sciopero.

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Altro che Baci, è scio­pero alla Peru­gina Nestlè di San Sisto, dopo che l’azienda ha comu­ni­cato la deci­sione di pro­ce­dere all’attivazione della cassa inte­gra­zione ordi­na­ria per 867 lavo­ra­tori (con gli sta­gio­nali si arriva a un migliaio). I lavo­ra­tori, come rife­ri­scono in una nota con­giunta Flai-Cgil, Fai-Cisl, Uila-Uil e Rsu – hanno annun­ciato un pac­chetto di 8 ore chie­dendo con­tratti di soli­da­rietà e non cassa inte­gra­zione. L’azienda invece ha deciso e comu­ni­cato in modo «uni­la­te­rale» la Cig ai dipen­denti che sono scesi subito in stato di agi­ta­zione. Secondo i sin­da­cati il con­tratto di soli­da­rietà appli­cato lo scorso anno pre­sup­pone un accordo su un piano indu­striale «che deve dare una pro­spet­tiva seria».

Fonte: PRC
http://www2.rifondazione.it/primapagina/?p=10812

Aumentate le indennità Inail per danno biologico.

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L’incremento del 7,57% è stato disposto dal ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Enrico Giovannini, con un decreto che – in attuazione della legge di stabilità – rende disponibili per tale scopo 50 milioni nel bilancio dell’Istituto. Superato un blocco dell’adeguamento delle prestazioni che durava dal 2009

ROMA – Dal 1 gennaio 2014 aumentano del 7,57% le indennità Inail per danno biologico. E’ quanto ha disposto il ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Enrico Giovannini, con un decreto che – in attuazione della legge di stabilità – rende disponibili per tale scopo fine 50 milioni nel bilancio dell’Inail. “L’aumento, disposto in via straordinaria in attesa dell’introduzione del sistema di rivalutazione automatica delle indennità, tiene conto della variazione dei prezzi al consumo – si legge in una nota emanata dal dicastero – e si applica sia agli indennizzi sia ai ratei di rendita maturati dall’inizio dell’anno”.

“Risorse significative per oltre 100mila lavoratori infortunati e tecnopatici”. “Con questo intervento si assegnano significative risorse agli oltre 100mila lavoratori infortunati e tecnopatici – dichiara nella nota Giovannini, che ha proposto il provvedimento in sede di legge di stabilità – Con il provvedimento di oggi si supera un blocco nell’adeguamento delle prestazioni che durava dal 2009 e che ha provocato effetti negativi sul loro valore reale” . In particolare – conclude la nota – sono 105mila le rendite in essere interessate dall’incremento previsto dal decreto, 55mila gli indennizzi in capitale annui e 13mila le nuove rendite del 2014.

Fonte: INAIL

http://www.inail.it/internet/salastampa/SalastampaContent/PeriGiornalisti/news/p/dettaglioNews/index.html?wlpnewPage_contentDataFile=UCM_121633&_windowLabel=newPage

(13 febbraio 2014)

Education and Training 2020.

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di Michele De Sanctis

Tra gli obiettivi di medio e lungo periodo del nostro Paese c’è quello del programma Education and Training 2020. Si tratta di una strategia di cooperazione europea che fissa il programma di lavoro degli Stati membri per il decennio 2011-2020. ET 2020 definisce gli obiettivi strategici condivisi, oltreché un insieme di principi e di metodi di lavoro comuni che fissano le priorità per ogni ciclo di lavoro, come la cooperazione tra Stati membri nell’ambito dell’apprendimento permanente, che deve fare proprio il metodo di coordinamento aperto (MCA /OMC – Open Method of Cooperation), la cooperazione intersettoriale, trasparente e concreta, risultati diffusi e periodicamente rivisti, massima compatibilità con i processi di Bologna e di Copenhagen, rafforzamento della cooperazione con i Paesi terzi e le Organizzazioni Internazionali. Gli obiettivi fissati sono:
1) fare in modo che l’apprendimento permanente e la mobilità divengano una realtà;
2) migliorare la qualità e l’efficacia dell’istruzione e della formazione;
3) promuovere l’equità, la coesione sociale e la cittadinanza attiva;
4) incoraggiare la creatività e l’innovazione, compresa l’imprenditorialità, a tutti i livelli, dell’istruzione e della formazione.
L’Italia è oggi al diciassettesimo posto nella graduatoria dei 27 Paesi dell’Unione Europea, quindi ancora lontano dal traguardo da raggiungere. Questo scenario rappresenta nel contempo una sfida e un’opportunità non indifferente per il rilancio della concertazione di politiche attive del lavoro e della formazione, che dovrebbe essere basata su una chiara visione strategica del Governo e da più efficaci politiche formative regionali e territoriali, sul ritorno ad un apporto significativo delle parti sociali, ma soprattutto sul contributo originale e innovativo del sistema di istruzione e di quello della formazione professionale.
ET 2020 è un obiettivo irrinunciabile, perché le dinamiche del mercato del lavoro sono una vera e propria emergenza sociale. Anche dinanzi al critico scenario che oggi offre il Paese rispetto a tali tematiche.
Per far fronte a questa situazione via via più critica, è necessario che il nuovo Governo, Ministri dell’Istruzione e del Lavoro, così come gli assessori regionali, intraprendano un percorso che permetta di sperimentare politiche integrate attivanti: politiche che puntino a coinvolgere responsabilmente gli attori del sistema economico e sociale, le istituzioni educative e formative e gli stessi giovani e le famiglie.
Occorre, pertanto, un riposizionamento delle politiche industriali, sulle strategie aziendali e sul rilancio delle PMI, poiché per competere sul mercato globale il nostro Paese deve basarsi su un modello medio-alto e basare l’attività produttiva su ricerca, innovazione e qualità dei prodotti.
Ciò di cui necessita l’economia italiana è un’offerta formativa più mirata, programmi di studio più intensi, attenzione maggiore alla formazione scolastica ed universitaria. Ma occorre anche una politica di orientamento allo studio e al lavoro che permetta un coinvolgimento consapevole e responsabile degli studenti e delle famiglie. Il che non vuol dire famiglie che affianchino l’attività didattica di cui la scuola, per mancanza di fondi, accorpamento di classi ed istituti e per mancanza di personale, è carente. È necessario, invece, a fronte di una scuola di buon livello, che le famiglie seguino, pur lasciandoli autonomi e responsabilizzati, gli studi dei propri figli, pretendendone la massima qualità, ossia la giusta qualità che ci si dovrebbe attendere da un servizio pubblico. È necessario, poi, che la pratica di stage e tirocini lavorativi nell’ambito di tutti i percorsi scolastici e universitari diventi obbligatoria, con un ruolo più attivo delle università nell’attività di matching tra domanda e offerta di lavoro.
Nei prossimi sei anni l’Italia deve investire sulla conoscenza. Non possiamo permetterci altri ritardi. Non possiamo permetterci di distruggere il futuro delle nostre imprese e della nostra società.

Knowledge Economy: una via per la ripresa.

di Michele De Sanctis

Con l’avvento delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione la ‘conoscenza’ è diventata un bene economico i cui effetti non solo si ripercuotono sul benessere individuale, ma anche su quello collettivo. E forse sarebbe più giusto dire che gli effetti principali e più apprezzabili, dal punto di vista del mercato, sono proprio quegli effetti che, dopo l’impatto sul singolo, riescono ad avere un impatto collettivo, poiché è lì che, da una conoscenza iniziale, si riesce a produrre altra conoscenza per n numero di volte: è lì, quindi, che si crea il progresso. Il progresso è innovazione, è informazione tecnologica, è ricerca e sviluppo. Tutti i sistemi di new Economy sono infatti caratterizzati dalla produzione di informazione e conoscenza. È ciò che oggi sembrerebbe mancare alle nostre imprese, ciò che riaccenderebbe la nostra capacità di essere competitivi. D’altro canto, se da una prima conoscenza è stata possibile la creazione di esternalità positive, ossia di effetti sulla società, ciò è stato possibile anche grazie (e soprattutto) alla tendenza di lungo periodo all’aumento di risorse destinate alla produzione e trasformazione di conoscenza (istruzione, formazione, ricerca e sviluppo e coordinamento economico). Destinare risorse all’istruzione è quindi un investimento di lungo periodo. Analizzando le politiche economiche di quei Paesi che oggi vengono detti emergenti, infatti, assistiamo a una costante e consistente destinazione di capitale materiale a quello che invece è il cd. capitale immateriale. Alla conoscenza. Ciò interessa molto l’Italia, che da anni ‘fa economia’ lesinando sui fondi destinati all’istruzione. Gary Becker, premio nobel per l’economia nel 1992, ne ‘Il capitale umano’ analizzava come il disinvestimento su ricerca e sviluppo nelle economie in crisi accentui gli effetti della stessa crisi, causando danni che, nel lungo periodo, non sono riparabili, se non dopo diversi anni dalla distruzione di quel capitale umano. Il problema è grave. La nostra era è fondata sulla conoscenza: la Knoledge Economy è un cambiamento epocale, paragonabile solo a quello avvenuto con la nascita della grande industria, è un’economia che genera l’esigenze di nuove teorie e processi di innovazione permanente che richiedono più alti livelli di formazione, capacità di apprendimento e competenze particolari. La specializzazione è diretto corollario di questo tipo di economia. Quando si chiede al Paese di essere competitivo è a questo che ci si riferisce. La conoscenza generica porta l’impresa a creare lo stesso prodotto che a prezzi più bassi viene realizzato nei Paesi emergenti. La specializzazione crea un mercato diverso, alternativo agli altri. Ma la specializzazione si ottiene da un lato con l’investimento dei governi sulla prossima generazione e dall’altro, a livello aziendale, con la formazione specifica del personale. La crisi che viviamo da anni, da così tanti che ormai sembra difficile ricordare come fosse la vita prima, sta distruggendo inesorabilmente il capitale umano attualmente in forza e quello futuro. L’Italia deve trovare una via, diversa dall’austerity, per recuperare il proprio gap. A prescindere da ciò che l’Europa ci chiede. Per il settore della New Economy è, infatti, pressoché impossibile parlare di una traiettoria europea. Questo perché le disparità tra Paesi sono troppo ampie in un numero importante di dimensioni, come saggiamente analizzava Dominique Foray già nel 2000. La struttura degli investimenti in conoscenza, la divisione del lavoro tra pubblico e privato e così via: sono tutti elementi di una diversità tale che è impossibile pretendere lo stesso livello per tutti. Soprattutto tra i Paesi dell’Eurozona e quelli dell’Europa orientale con moneta nazionale e tra quest’ultimi e i cd. PIIGS, svantaggiati rispetto agli altri nelle esportazioni dal cambio con l’Euro. L’alternativa alla roadmap fissata dalla Troika deve necessariamente passare dall’economia dalla conoscenza e dall’abbandono delle politiche di austerity che, finora, hanno soltanto distrutto in nostro bene più prezioso: il capitale umano. In altre parole, il nostro futuro.

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