Archivi categoria: Previdenza sociale

BACK TO 1977. Disoccupazione da record: sale al 12,9%

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Record dei senza lavoro a gennaio 2014. Nello scorso mese di gennaio la disoccupazione è balzata al 12,9%, un aumento dell’1,1% su base annuale, mentre la disoccupazione giovanile è salita al 42,4%. Le rilevazioni sono state effettuate dall’Istat. Un tasso così alto di disoccupazione non si vedeva dal 1977. La percentuale dei disoccupati è, infatti, la più alta tra quelle registrate dall’Istituto di statistica dall’inizio delle serie sto­ri­che nel 1977.
Secondo i rilevamenti Istat, aumenta anche il numero dei cd. “scoraggiati”, quelli cioè che hanno ormai rinunciato a cercare lavoro: il dato si attesta intorno ai 2 milioni.
L’Istat segnala, inol­tre, il crollo dell’occupazione anche tra i pre­cari. Gli «ati­pici», così ven­gono defi­niti, sono dimi­nuiti di 197 mila unità.

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Di fronte a queste cifre e alle voci sempre più insistenti sul contenuto del Jobs Act, non siamo certi che sia sufficiente introdurre altra flessibilità nel mercato del lavoro per innescare un fenomeno di controtendenza e così miglio­rarne l’efficienza. L’Italia ha già assecondato il FMI e la Commissione UE (oltreché la Signora Merkel) e il risultato è stata una disastrosa riforma che ha persino creato una nuova categoria di senza lavoro e senza reddito, quella degli esodati. Dai rumors intorno al Jobs Act si apprende infatti la volontà dell’Esecutivo di intro­durre un nuovo con­tratto di inse­ri­mento, sospen­dendo l’articolo 18 (sic!) per tre anni a bene­fi­cio delle imprese. La finalità è quella di creare nuova occu­pa­zione, ma sospen­dere i diritti sui nuovi con­tratti di inse­ri­mento, impro­pria­mente defi­niti dal Jobs Act ‘con­tratto unico’ equivale a pre­ca­riz­zare ulteriormente il lavoro.
Bisogna puntare, invece, al repe­ri­mento delle risorse neces­sa­rie a finan­ziare il sus­si­dio uni­ver­sale di disoc­cu­pa­zione, prima di mirare alla riforma dei contratti di lavoro. L’estensione dell’Aspi isti­tuita dalla riforma For­nero, infatti, susciterà nei prossimi giorni forti polemiche, soprattutto se quei fondi verranno tolti alla Cassa Integrazione in deroga, come pare dalle prime indiscrezioni. Ma l’estensione è oramai divenuta necessaria per tanti, vitale per troppi. Nel contempo, il mondo del lavoro ha altresì bisogno di inve­sti­menti pub­blici per far ripar­tire la cre­scita, e di finanziamenti finalizzati al taglio del cuneo fiscale, almeno da 10 miliardi di euro come prospettato anche dal leader della minoranza PD Cuperlo e dalla CGIL.
Le cifre sulla disoccupazione sono più che preoccupanti: aumentano un allarme sociale, giunto ormai a livelli altissimi, a cui il Governo sarà chiamato a breve a dare una risposta.

Michele De Sanctis

I PUNTI DEL JOBS ACT DI MATTEO RENZI. SARÀ LA VERA CONTRORIFORMA FORNERO O LO SPIRITO RIFORMISTA RESTERÀ SOLO NEI TWEET DEL PREMIER 2.0?

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Annunciata da un tweet: la riforma del lavoro che il Governo Renzi si appresta a varare. L’obiettivo dichiarato è quello di creare posti di lavoro, rendendo semplice il sistema, incentivando la voglia di investire dei nostri imprenditori, attraendo capitali stranieri. Tra il 2008 e il 2012 l’Italia ha attratto 12 miliardi di euro all’anno di investimenti stranieri: metà della Germania, 25 miliardi, un terzo della Francia e della Spagna, 37 miliardi. Per la Banca Mondiale siamo al 73° posto al mondo per facilità di fare impresa (dopo la Romania, prima delle Seychelles). Per il World Economic Forum siamo al 42° posto per competitività (dopo la Polonia, prima della Turchia).
Sul suo sito, il Presidente del Consiglio, dopo questa premessa e l’invito a mettersi sotto per cambiare l’Italia, lasciando da parte l’ideologia, elenca i punti cruciali di quello che sarà il suo Jobs Act, che trovate anche di seguito.

Parte A – Il Sistema

1. Energia. Il dislivello tra aziende italiane e europee è insostenibile e pesa sulla produttività. Il primo segnale è ridurre del 10% il costo per le aziende, soprattutto per le piccole imprese che sono quelle che soffrono di più (Interventi dell’Autorità di Garanzia, riduzione degli incentivi cosiddetti interrompibili).
2. Tasse. Chi produce lavoro paga di meno, chi si muove in ambito finanziario paga di più, consentendo una riduzione del 10% dell’IRAP per le aziende. Segnale di equità oltre che concreto aiuto a chi investe.
3. Revisione della spesa. Vincolo di ogni risparmio di spesa corrente che arriverà dalla revisione della spesa alla corrispettiva riduzione fiscale sul reddito da lavoro.
4. Azioni dell’agenda digitale. Fatturazione elettronica, pagamenti elettronici, investimenti sulla rete.
5. Eliminazione dell’obbligo di iscrizione alle Camere di Commercio. Piccolo risparmio per le aziende, ma segnale contro ogni corporazioni. Funzioni delle Camere assegnate a Enti territoriali pubblici.
6. Eliminazione della figura del dirigente a tempo indeterminato nel settore pubblico. Un dipendente pubblico è a tempo indeterminato se vince concorso. Un dirigente no. Stop allo strapotere delle burocrazie ministeriali.
7. Burocrazia. Intervento di semplificazione amministrativa sulla procedura di spesa pubblica sia per i residui ancora aperti (al Ministero dell’Ambiente circa 1 miliardo di euro sarebbe a disposizione immediatamente) sia per le strutture demaniali sul modello che vale oggi per gli interventi militari. I Sindaci decidono destinazioni, parere in 60 giorni di tutti i soggetti interessati, e poi nessuno può interrompere il processo. Obbligo di certezza della tempistica nel procedimento amministrativo, sia in sede di Conferenza dei servizi che di valutazione di impatto ambientale. Eliminazione della sospensiva nel giudizio amministrativo.
8. Adozione dell’obbligo di trasparenza: amministrazioni pubbliche, partiti, sindacati hanno il dovere di pubblicare online ogni entrata e ogni uscita, in modo chiaro, preciso e circostanziato.

Parte B – I nuovi posti di lavoro

Per ognuno di questi sette settori, il JobsAct conterrà un singolo piano industriale con indicazione delle singole azioni operative e concrete necessarie a creare posti di lavoro.
a) Cultura, turismo, agricoltura e cibo.
b) Made in Italy (dalla moda al design, passando per l’artigianato e per i makers)
c) ICT
d) Green Economy
e) Nuovo Welfare
f) Edilizia
g) Manifattura

Parte C – Le regole

I. Semplificazione delle norme. Presentazione entro otto mesi di un codice del lavoro che racchiuda e semplifichi tutte le regole attualmente esistenti e sia ben comprensibile anche all’estero.
II. Riduzione delle varie forme contrattuali, oltre 40, che hanno prodotto uno spezzatino insostenibile. Processo verso un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti.
III. Assegno universale per chi perde il posto di lavoro, anche per chi oggi non ne avrebbe diritto, con l’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro.
IV. Obbligo di rendicontazione online ex post per ogni voce dei denari utilizzati per la formazione professionale finanziata da denaro pubblico. Ma presupposto dell’erogazione deve essere l’effettiva domanda delle imprese. Criteri di valutazione meritocratici delle agenzie di formazione con cancellazione dagli elenchi per chi non rispetta determinati standard di performance.
V. Agenzia Unica Federale che coordini e indirizzi i centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali.
VI. Legge sulla rappresentatività sindacale e presenza dei rappresentanti eletti direttamente dai lavoratori nei CDA delle grandi aziende.

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Dal 2008 ad oggi in Ita­lia si sono persi un milione di posti di lavoro. Circa 3 milioni e 300 mila disoc­cu­pati. Più del dop­pio dal gen­naio 2007. E tutti gli osser­va­tori con­fer­mano, ormai da anni, che anche dinanzi ad una ripresa, non si recu­pe­re­ranno i posti di lavoro persi. D’altro canto, l’Italia non vede neppure la timida luce di un inizio di ripresa.
Il Pre­si­dente del Con­si­glio, tuttavia, sa bene che serve qual­cosa di più con­creto di un semplice tweet e una serie di dichiarazioni di principio sul suo sito, perché gli italiani possano guardare al Jobs Act con fiducia. E infatti, sul punto sono già arrivate un paio di inter­vi­ste al respon­sa­bile eco­no­mia del PD Filippo Tad­dei (La Stampa) e a Ste­fano Sac­chi (La Repub­blica), quest’ultimo stu­dioso di Wel­fare, co-autore del libro Flex-insecurity (2009) e, probabilmente, neo con­su­lente del Governo Renzi. Ambe­due riten­gono prio­ri­ta­ria la tutela delle per­sone più svan­tag­giate. Si parla di Naspi, Nuova Aspi, per dif­fe­ren­ziarla da quell’ASPI intro­dotta dal Mini­stro For­nero. Sem­bre­rebbe una uni­ver­sa­liz­za­zione del sus­si­dio di disoc­cu­pa­zione, per venire incon­tro ai milioni di per­sone escluse dall’attuale sus­si­dio. Una risposta alle richieste dell’opposizione, peraltro: SEL e M5S, in particolare. Sembra positivo.

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Tuttavia i dati che forniscono sia Taddei che Sacchi sono pressoché discordanti. Se, infatti, dalle parole di Tad­dei leggiamo che «la pla­tea dei poten­ziali bene­fi­ciari si allar­ghe­rebbe di oltre 300mila» lavo­ra­tori a pro­getto, attual­mente senza garan­zie, Sac­chi aggiunge un altro milione di dipen­denti a ter­mine, som­mi­ni­strati, inte­ri­nali, anche loro fuori dai para­me­tri della Riforma For­nero. Qualcosa non torna, evidentemente. 300.000 o 1.300.000? E poi c’è da considerare cosa le parti sociali, sindacati e rappresentanze dei datori di lavoro, opporranno a questa riforma, anche per­ché i soldi andreb­bero presi dalla Cassa Inte­gra­zione Guadagni in deroga, fino ad oggi pro­lun­gata per far fronte alla crisi e a quegli effetti perversi della Riforma Fornero non preventivati dall’ex Ministro né dall’esecutivo del Prof. Monti. Ed è, inoltre, preoccupante il fatto che colla NASPI, comunque, rimar­reb­bero fuori dall’estensione del sus­si­dio i lavo­ra­tori auto­nomi, molti dei quali ridotti in con­di­zioni di pro­gres­sivo impo­ve­ri­mento, con fisco e ver­sa­menti alla Gestione Sepa­rata INPS che restano impla­ca­bili, con Equitalia alla porta, ancor più implacabile. Si paventa, perciò, una riforma priva di una concreta equità sociale: assenza, questa, che man­tiene la nostra demo­cra­zia fuori da qual­siasi para­me­tro di redi­stri­bu­zione delle ric­chezze in favore delle per­sone a rischio di esclu­sione sociale. E ciò mentre il Paese resta immo­bile, anzi no, il Paese si muove, ma in caduta libera verso la defla­zione, tanta è ormai la carenza di liqui­dità economica. E nel frattempo si assiste ad una quotidiana guerra tra poveri. Sui social, per strada, negli Uffici Pubblici. Adesso chi spiegherà ai lavoratori autonomi per quale ragione dovranno versare i contributi INPS e pagare le tasse, anche se l’accesso al sussidio è a loro precluso. L’impiegato di turno allo sportello dell’INPS e dell’A.E.? E quale compagine politica lucrerà sul malcontento di un’intera classe di lavoratori? Lo vedremo presto: su certi blog, su Facebook e Twitter compariranno slogan e notizie recriminatorie annunciate da titoli shock e abbinate a immagini sommariamente photoshoppate e a banner sgrammaticati.
L’augurio e la speranza di chi scrive è che la Riforma sia concertata, che il dialogo con le parti sociali porti in primis equità sostanziale. Perché è di questo che abbiamo bisogno. Senza non ci sarà alcuna ripresa. Un guru che prometteva soluzioni miracolose c’è già stato: ed è dal ’94 che aspettiamo quel milione di posti di lavoro. Una riforma che comprenda tutti, nessuno escluso, è ciò che il Paese merita, perché senza, nessun Jobs Act potrebbe funzionare davvero. Il resto sono solo tweet, post e reblog: dal Governo all’Opposizione. Ma di concreto ancora niente…

Michele De Sanctis

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Che cos’è il Documento di Valutazione dei Rischi?

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L’aumento degli infortuni sul lavoro ha fatto emergere l’esigenza di predisporre misure di sicurezza via via maggiori in ordine alla tutela della salute nei luoghi di lavoro.
Il testo unico per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (D.Lgs. 81/08 e ss.mm.ii.) ha previsto alcune provvedimenti finalizzati alla tutela della salute dei lavoratori, come per esempio i corsi di formazione per i lavoratori (Accordo Stato – Regioni), il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), la sorveglianza sanitaria ect ect.

In particolare, il DVR rappresenta il punto di partenza nella gestione della sicurezza di ogni azienda (privata e pubblica). In esso il datore di lavoro deve procedere all’individuazione di tutti i fattori di rischio esistenti in azienda e delle loro reciproche interazioni, nonché alla valutazione della loro entità. Egli deve inoltre individuare le misure di prevenzione e pianificarne l’attuazione, il miglioramento ed il controllo al fine di verificarne l’efficacia e l’efficienza.
La valutazione è effettuata in collaborazione con il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) e con il Medico Competente (nei casi in cui è obbligatoria la sorveglianza sanitaria), previa consultazione del Rappresentante per la Sicurezza dei Lavoratori (RLS).
Al termine della valutazione viene redatto un apposito documento, che verrà poi conservato presso l’azienda, e che costituisce il punto di riferimento per tutti i soggetti che intervengono nelle attività rivolte alla sicurezza in azienda.
Il Documento di Valutazione dei Rischi è elemento fondamentale per garantire la sicurezza all’interno dei luoghi di lavoro e per la tutela della salute dei lavoratori.
Per redigere il DVR bisogna preventivamente effettuare una valutazione dei rischi: a questa si procede con l’analisi dei luoghi in cui si svolge l’attività dell’azienda ed effettuando osservazioni, analisi e misurazioni per individuare i pericoli presenti e per determinare l’entità con cui incidono sulla sicurezza e sulla salute dei lavoratori. Il DVR è, quindi, quella relazione scritta circa l’attività di valutazione, arricchita da un piano di miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza.
Ma il Documento Valutazione Rischi non individua solamente la rappresentazione dello stato dell’azienda dal punto di vista della sicurezza: è, infatti, anche una guida che indica a tutti gli operatori preposti alla sicurezza all’interno dell’azienda gli interventi da attuare per raggiungere un miglioramento significativo.
In carenza della valutazione dei rischi e dell’adozione del documento in collaborazione con l’RSPP e il MC, il datore di lavoro è sanzionato con l’arresto da 3 a 6 mesi o ammenda da € 2.500 a € 6.400. Tuttavia, la sostituzione dell’arresto con la sanzione pecuniaria non è consentita qualora la violazione abbia avuto un contributo causale nel verificarsi di un infortunio da cui sia derivata la morte o una lesione con prognosi superiore ai 40 giorni.

Redazione BlogNomos

Istruzioni in caso di infortuni domestici.

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La l. 493/1999, che per prima in Europa ha introdotto l’assicurazione contro gli infortuni in ambito domestico, stabilisce una serie di caratteristiche e requisiti che delineano la “casalinga/o tipo da assicurare”. In particolare, i soggetti obbligati al pagamento sono quelli con un’età compresa tra i 18 e i 65 anni compiuti, che svolgano le proprie mansioni per la cura dei componenti della famiglia e della casa, che non siano legati da vincoli di subordinazione e che prestino lavoro domestico in modo abituale ed esclusivo.
L’obbligatorietà dell’assicurazione non sempre comporta che il premio assicurativo contro gli infortuni in ambito domestico sia a carico dell’assicurato. Infatti è escluso dal versamento chi abbia un reddito personale complessivo lordo fino a 4.648,11 euro annui e chi faccia parte di un nucleo familiare il cui reddito complessivo lordo non supera i 9.296,22 euro annui.
Il premio è pari a € 12,91 da versare entro il 31 gennaio di ogni anno.
Nel caso in cui si verifichi un infortunio domestico occorre rivolgersi, secondo necessità, ad un ospedale o al proprio medico di famiglia per le consuete prestazioni erogate dal Servizio Sanitario Nazionale, precisando che si tratta di infortunio domestico.
A guarigione clinica avvenuta, se il medico ritiene che dall’infortunio sia derivata un’invalidità permanente pari o superiore al 27% (gradiente in vigore per tutti gli eventi occorsi dopo il 1° gennaio 2007), se l’interessato è in regola con il pagamento del premio annuo (o ha presentato l’autocertificazione perché in possesso dei requisiti reddituali di esonero dal pagamento) e se possedeva i requisiti di assicurabilità (età, reddito, esclusività del lavoro domestico, assenza di vincolo di subordinazione, svolgimento gratuito dell’attività) anche al momento dell’infortunio, l’interessato stesso deve presentare all’INAIL domanda per la liquidazione della rendita. In caso di premio dovuto e non versato si perde il diritto al riconoscimento dell’evento occorso; la successiva regolarizzazione, infatti, non comporta l’indennizzabilità per eventi precedenti a quella data.
Nell’ipotesi in cui dall’infortunio domestico derivi una invalidità pari o superiore al 27%, l’infortunato, a guarigione clinica avvenuta, deve presentare all’INAIL domanda per ottenere la liquidazione della rendita, su apposito modulo predisposto dall’Istituto, reperibile presso le Sedi INAIL e i Patronati.
Nel caso in cui dall’infortunio derivi, direttamente o successivamente, la morte dell’assicurato, la domanda per ottenere la liquidazione della rendita deve essere presentata dai superstiti aventi diritto. Nella domanda, alla quale va allegata la documentazione medica (in primis, il certificato necroscopico come in ogni caso di richiesta rendita superstiti, oltreché tutta la documentazione sanitaria utile ai fini della valutazione da parte del Centro Medico Legale della competente Sede INAIL), vanno indicati il luogo, la data, la causa e le circostanze dell’infortunio.
Nella richiesta di rendita, da presentare alla più vicina Sede INAIL, gli aventi diritto (assicurato o superstiti) devono dichiarare:
• che l’infortunato è assicurato per l’anno nel quale è avvenuto l’infortunio;
• che al momento dello stesso sussistevano i requisiti per l’assicurazione;
• il presidio sanitario che ha prestato il primo soccorso.
Il medico indicherà:
• la data di guarigione clinica;
• le conseguenze della lesione;
• le eventuali preesistenze;
• le previsioni di postumi invalidanti permanenti pari o superiori al 27%.
Per gli infortuni mortali
• data e causa del decesso.
L’effettivo grado di inabilità permanente derivata dall’infortunio è accertato dall’INAIL che, entro 120 giorni dal ricevimento della domanda, comunica all’infortunato l’importo della rendita e gli elementi che sono stati considerati per la liquidazione della stessa.
Entro lo stesso termine l’INAIL è tenuto a comunicare l’eventuale diniego della prestazione, specificandone i motivi, ed indicando la possibilità di presentare ricorso.
Contro la decisione dell’INAIL gli aventi diritto (infortunato o superstiti) possono presentare, entro 90 giorni dalla data del provvedimento, ricorso al Comitato amministratore del Fondo autonomo speciale per l’assicurazione contro gli infortuni domestici.
Il ricorso va trasmesso, a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno, o presentato a mano, con lettera della quale verrà rilasciata ricevuta, alla Sede INAIL che ha emanato il provvedimento e che provvederà al successivo inoltro del ricorso al Comitato.
In caso di decisione negativa del Comitato, o trascorsi 120 giorni dalla presentazione del ricorso senza aver ricevuto risposta, l’assicurato potrà rivolgersi all’Autorità giudiziaria.
L’azione giudiziaria per ottenere la rendita si prescrive nel termine di tre anni dal giorno dell’infortunio.

Redazione BlogNomos

Evasione ed elusione contributiva nel mirino della business intelligence Inail.

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ROMA – Indirizzare l’attività di vigilanza verso settori di attività e imprese che presentano indicatori di rischio di evasione o elusione contributiva e del probabile impiego di lavoro nero. È questo l’approccio che negli ultimi anni ha consentito alla business intelligence dell’Inail, attraverso il ricorso a strumenti tecnologici e all’incrocio delle informazioni presenti in banche dati interne ed esterne, di ottenere risultati importanti, anche a fronte di una contrazione delle risorse ispettive a disposizione. “Gli accertamenti orientati da liste di evidenza informatizzate”. “Per ottimizzare l’utilizzo delle risorse disponibili – precisa Agatino Cariola, direttore centrale Rischi dell’Istituto – negli ultimi anni il nostro sistema di vigilanza è stato informatizzato e potenziato con l’obiettivo di ottenere liste di evidenza di aziende potenzialmente irregolari. Queste liste, inserite in un’apposita procedura informatica, sono gestite e utilizzate a livello territoriale per orientare nella direzione giusta i successivi accertamenti ispettivi. Le analisi che precedono l’azione ispettiva si basano su specifici indicatori di rischio che tengono conto dei comportamenti delle aziende in rapporto a diversi fattori, come l’incidenza degli infortuni e il confronto tra i dati in possesso dell’Inail e quelli di altri enti”. Nel 2013 controlli a segno in oltre l’87% dei casi. A confermare l’efficacia di questo approccio sono i risultati dei controlli condotti nel 2013, presentati la scorsa settimana durante la riunione della Commissione centrale di coordinamento delle attività di vigilanza presieduta dal ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, che vede la partecipazione, tra gli altri, di Inps e Inail. I 351 funzionari di vigilanza dell’Istituto impegnati nelle ispezioni, nove in meno rispetto all’anno precedente, hanno infatti riscontrato delle irregolarità (lavoratori in nero o irregolari, evasioni retributive, violazioni formali) in 20.752 aziende, pari all’87,65% delle 23.677 imprese sottoposte alle verifiche. Regolarizzati oltre 70mila lavoratori. Attraverso i controlli condotti lo scorso anno sono stati regolarizzati 70.092 lavoratori in nero e irregolari, oltre il 30% in più rispetto al 2012 e di nazionalità italiana in quasi tre casi su quattro. I lavoratori totalmente in nero emersi grazie alle ispezioni, in particolare, sono stati 7.983: 5.410 italiani, 1.293 extracomunitari e 1.280 comunitari. Rispetto alla media nazionale di 0,34 lavoratori in nero per azienda ispezionata, il dato più elevato è quello rilevato nel settore noleggio, agenzie di viaggio e servizi alle imprese (0,93), seguito dalle altre attività di servizi (0,68), dalle attività artistiche, sportive e di intrattenimento (0,54) e dalle attività manifatturiere (0,54). Accertati premi evasi per quasi 140 milioni di euro. I premi evasi accertati dai funzionari di vigilanza dell’Inail nel 2013 ammontano a 89.936.474 euro. Il totale dei premi evasi che sono stati accertati lo scorso anno, però, sfiora quota 140 milioni: ai circa 90 milioni rilevati grazie alle ispezioni vanno infatti sommati i quasi 18 milioni provenienti dalla lavorazione dei verbali di altri enti e di conciliazione monocratica e gli oltre 32 milioni frutto delle attività di verifica svolte dal personale amministrativo dell’Istituto. Un approccio sempre più efficace. La sempre maggiore efficacia raggiunta dalla business intelligence Inail emerge anche dalla media dei risultati conseguiti da ciascun funzionario di vigilanza, che rispetto al 2012 è aumentata sia per il numero dei lavoratori regolarizzati (da 160 a 198), sia per i premi accertati (da 171.026 a 254.054 euro). Un risultato ancora più significativo se si considera che lo stesso personale, oltre ad aver ispezionato 23.677 aziende, nello stesso arco di tempo ha redatto quasi duemila relazioni a uso interno relative a ditte fallite, cessate e irreperibili, e ha concluso 3.683 indagini ispettive per infortuni mortali, gravi, in itinere e malattie professionali. “Incrociati i dati di Inps, Unioncamere e Agenzia delle Entrate”. “La programmazione dell’attività di vigilanza per il 2014 – spiega Cariola – punta a incrementare ulteriormente le entrate per premi assicurativi, attraverso il contrasto dell’evasione e dell’elusione contributiva, secondo quanto previsto dalle linee di indirizzo del Civ. Aziende e soggetti sconosciuti all’Inail saranno individuati attraverso l’incrocio dei dati messi a disposizione da Inps, Unioncamere e Agenzia delle Entrate, nell’ambito di apposite convenzioni già sottoscritte. Le verifiche riguarderanno, in particolare, le imprese artigiane, i soci di società senza dipendenti, le cooperative di facchinaggio che non hanno presentato gli elenchi trimestrali dei soci lavoratori e le aziende che hanno dichiarato all’Inail retribuzioni inferiori rispetto a quelle che risultano all’Inps”. Previste verifiche sulla correttezza del rischio assicurato. La nuova programmazione prevede una specifica attività di verifica della correttezza del rischio assicurato, peculiare dell’Inail e finalizzata al recupero di premi evasi o elusi, che sarà rivolta verso le imprese che presumibilmente svolgono un’attività non coerente con la classificazione presente negli archivi dell’Istituto. Nel corso dell’anno, inoltre, saranno effettuati degli accertamenti anche in alcune aree portuali, nell’ambito dei progetti previsti dagli accordi sottoscritti dall’Inail con i comandi generali della Guardia di finanza e del Corpo delle capitanerie di porto. “Formazione strategica per il miglioramento dei risultati”. Il miglioramento dei risultati ottenuti attraverso l’attività ispettiva – sottolinea Grazia Verduci, dirigente dell’ufficio Vigilanza assicurativa della Direzione Centrale Rischi – passa anche dal continuo aggiornamento e accrescimento professionale dei nostri funzionari di vigilanza, che sono destinatari di specifici percorsi formativi. Attualmente sono in corso quelli in materia fiscale, tributaria e di assicurazione marittima, che si aggiungono ai momenti di approfondimento sulle novità legislative in materia di lavoro e previdenza”.

Fonte: INAIL