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E voi che ne pensate?

LA CONTROPROPOSTA DI CGIL

Matteo Renzi: Cgil, Cisl e Uil all’attacco del premier per paura di diventare irrilevanti

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Fonte: Huffington Post
di Giacomo Galanti

Ormai è quasi una lotta senza quartiere. Il rapporto, se mai ce n’è stato uno, tra i grandi sindacati confederali e il presidente del Consiglio Matteo Renzi è sempre più logoro. È evidente il timore delle associazioni di categoria di essere messe all’angolo e non contare più nulla. Questo proprio nel momento in cui il premier si appresta a tagliare le tasse dei lavoratori, senza convocare i loro rappresentanti. Mettendo di fatto in soffitta l’antica concertazione.

Allora viene quasi automatico chiamare “nuovo” Pd il partito guidato da Renzi come il new labour di Tony Blair. Il primo ministro progressista che conquistò il suo partito e poi governò il Regno Unito per 10 anni andando contro i veti dei sindacati. Con cui Blair si scontrò appena arrivato al vertice del partito, facendo riformare la clausola IV dello statuto laburista, che proponeva la proprietà comune dei mezzi di produzione, ed eliminando così ogni elemento di comunismo e socialismo reale dal Renzi, come il suo esempio inglese, non ha peli sulla lingua. E domenica scorsa, nel salotto di Fabio Fazio, è tornato a infierire sui sindacati con parole che possono essere parafrasate maliziosamente con un verso del suo illustre concittadino Dante Alighieri: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. La leader della Cgil Susanna Camusso e quello della Cisl Raffaele Bonanni lo hanno capito bene. Tanto che i due non lasciano passare un giorno senza lanciare un attacco contro il primo ministro.

Ma davanti alla forza e al decisionismo di Renzi, proprio Bonanni ha capito che l’unico modo per farsi sentire è unirsi nella lotta. “Il perire della Cgil – ha detto – corrisponde al perire nostro”. Il segretario della Cisl attacca “i populisti della politica” e lancia un appello alla coesione: i sindacati possono “essere diversi sì, ma non avere l’esigenza di staccarsi – ha spiegato -. Bisogna tenere in piedi una relazione comune per non dare il fianco ai nemici del sindacato”.

E contro il modus operandi scelto dal premier sul jobs act, Bonanni ha attaccato: “Renzi ha detto stamattina che sul Jobs act presenta un disegno di legge. Il disegno di legge significa che deve essere costruito il disegno, che poi passa per le commissioni, poi, se va bene, arriva in Parlamento e in tutto questo non si discute con nessuno. Auguri”. Insomma, agli occhi dei sindacati era quasi meglio l’austero Mario Monti – che comunque li convocava anche se a cose già fatte – piuttosto che lo strafottente presidente del Consiglio democratico.

Non va giù nemmeno il legame che si sta instaurando tra Renzi e Maurizio Landini della Fiom. Dietro a questa relazione ‘privilegiata’, è facile vedere come il premier voglia evidenziare la sua preferenza per un leader movimentista in contrapposizione con la conservazione rappresentata dalla triplice e dai suoi segretari.

Tanto che Camusso rispedisce al mittente l’accusa di “antichità”: “Devo dire – ha spiegato – che per chi si è presentato al Paese con l’idea che avrebbe cambiato verso, avrebbe introdotto il nuovo e cambiato tutto, usa degli argomenti di una antichità straordinaria”. “Nella nostra memoria – ha aggiunto il segretario della Cgil – penso che di governi che si sono presentati nella logica dell’attacco al sindacato ne abbiamo una lunga sequenza, anche se si è trattato di attacchi fatti con modalità diverse”. “Ma in realtà – ha continuato – con una idea in fondo antica, quella di immaginare che si può prescindere dal lavoro e dalle sue forme organizzate quando si disegna la direzione del Paese. Questa è la cosa che colpisce di più in questi giorni”. La sfida, appunto, non accenna a fermarsi.

Governo-Sindacati: dialogo tra sordi?

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di Michele De Sanctis

Il braccio di ferro tra Renzi e Susanna Camusso, che negli ultimi giorni ha esacerbato le polemiche scaturite dalla divulgazione del Jobs Act, merita alcune brevi osservazioni, nell’imminenza della presentazione ufficiale del ddl lavoro.
Sebbene i rapporti tra sinistra e CGIL siano sempre stati ispirati da un tacito principio collaborazionista, negli ultimi anni, complice la crisi e le pressanti richieste della trojka, abbiamo assistito a un decisivo cambiamento di rotta fino ad arrivare all’attuale premier che non si fa scrupolo nel dichiarare le sue intenzioni di procedere nel cammino delle riforme promesse con o senza l’approvazione delle principali sigle sindacali. Anche perché è opinione di Renzi che i sindacati, così come storicamente si sono configurati nella società italiana, siano forze più conservative che progressiste. Posizione opinabile e facilmente confutabile, a mio avviso. Eppure si tratta di un Presidente del Consiglio espressione di un partito che, nella sua duplice natura, conserva non solo la matrice d’ispirazione socialdemocratica e, quindi, di cooperazione con i sindacati, ma che, pure nella sua matrice centrista, non è comunque avulso dallo spirito associazionista dei trait d’union.

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Del resto, la cd. concertazione, siglata dagli accordi del luglio ’93 tra sindacati e politica, ha dato frutti importanti e duraturi per l’economia italiana. E’ solo con il secondo governo Berlusconi e lo scellerato Patto per l’Italia del 2002 che si assiste a un progressivo deterioramento dei rapporti tra istituzioni e parti sociali. Il tentativo dei governi di centrodestra è stato, infatti, quello di mettere fuori gioco la CGIL, pur trattandosi del sindacato maggiormente rappresentativo del Paese, al fine di creare una frattura tra questa Confederazione e le altre sigle. Di tale situazione, radicatasi nel corso dell’ultimo decennio, Confindustria e i rappresentanti delle parti datoriali sono stati i principali beneficiari. L’esautoramento della forza rappresentativa della CGIL si è protratto fino al caso Pomigliano, quando nel 2010 FIAT riuscì a tagliarla fuori del tutto dagli accordi decentrati.

Lavoratori-sospesi

Ma l’esclusione della CGIL dai tavoli di trattativa ha portato ad accordi impopolari, quanto iniqui e, successivamente, all’indebolimento di tutto il movimento sindacale nel suo complesso. Tant’è vero che, nel governo Monti, il ministro Fornero, ignorando i suggerimenti delle parti sociali, ha varato la sua riforma del mercato del lavoro e del sistema previdenziale seguendo le sole linee governative, le raccomandazioni di Bruxelles, quelle di Berlino e, soprattutto, quelle delle principali banche d’affari, creando più di 100.000 esodati, problema a tutt’oggi irrisolto. Considerando un tale precedente ed il danno sociale che ne è stato determinato, sarebbe buona regola riprendere la prassi degli accordi concertati, anche perché un uomo solo, per quanto si proclami risolutivo, non può, in un sistema democratico, mettere mano da solo a nessun tipo di riforma, tanto più a quelle che impattano sensibilmente la società civile. Ci auspichiamo, dunque, un’immediata ripresa del dialogo, lasciando da parte atteggiamenti di sufficienza nei confronti di quelle associazioni che rappresentano i diretti destinatari della riforma che il Governo si appresta a varare.

I PUNTI DEL JOBS ACT DI MATTEO RENZI. SARÀ LA VERA CONTRORIFORMA FORNERO O LO SPIRITO RIFORMISTA RESTERÀ SOLO NEI TWEET DEL PREMIER 2.0?

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Annunciata da un tweet: la riforma del lavoro che il Governo Renzi si appresta a varare. L’obiettivo dichiarato è quello di creare posti di lavoro, rendendo semplice il sistema, incentivando la voglia di investire dei nostri imprenditori, attraendo capitali stranieri. Tra il 2008 e il 2012 l’Italia ha attratto 12 miliardi di euro all’anno di investimenti stranieri: metà della Germania, 25 miliardi, un terzo della Francia e della Spagna, 37 miliardi. Per la Banca Mondiale siamo al 73° posto al mondo per facilità di fare impresa (dopo la Romania, prima delle Seychelles). Per il World Economic Forum siamo al 42° posto per competitività (dopo la Polonia, prima della Turchia).
Sul suo sito, il Presidente del Consiglio, dopo questa premessa e l’invito a mettersi sotto per cambiare l’Italia, lasciando da parte l’ideologia, elenca i punti cruciali di quello che sarà il suo Jobs Act, che trovate anche di seguito.

Parte A – Il Sistema

1. Energia. Il dislivello tra aziende italiane e europee è insostenibile e pesa sulla produttività. Il primo segnale è ridurre del 10% il costo per le aziende, soprattutto per le piccole imprese che sono quelle che soffrono di più (Interventi dell’Autorità di Garanzia, riduzione degli incentivi cosiddetti interrompibili).
2. Tasse. Chi produce lavoro paga di meno, chi si muove in ambito finanziario paga di più, consentendo una riduzione del 10% dell’IRAP per le aziende. Segnale di equità oltre che concreto aiuto a chi investe.
3. Revisione della spesa. Vincolo di ogni risparmio di spesa corrente che arriverà dalla revisione della spesa alla corrispettiva riduzione fiscale sul reddito da lavoro.
4. Azioni dell’agenda digitale. Fatturazione elettronica, pagamenti elettronici, investimenti sulla rete.
5. Eliminazione dell’obbligo di iscrizione alle Camere di Commercio. Piccolo risparmio per le aziende, ma segnale contro ogni corporazioni. Funzioni delle Camere assegnate a Enti territoriali pubblici.
6. Eliminazione della figura del dirigente a tempo indeterminato nel settore pubblico. Un dipendente pubblico è a tempo indeterminato se vince concorso. Un dirigente no. Stop allo strapotere delle burocrazie ministeriali.
7. Burocrazia. Intervento di semplificazione amministrativa sulla procedura di spesa pubblica sia per i residui ancora aperti (al Ministero dell’Ambiente circa 1 miliardo di euro sarebbe a disposizione immediatamente) sia per le strutture demaniali sul modello che vale oggi per gli interventi militari. I Sindaci decidono destinazioni, parere in 60 giorni di tutti i soggetti interessati, e poi nessuno può interrompere il processo. Obbligo di certezza della tempistica nel procedimento amministrativo, sia in sede di Conferenza dei servizi che di valutazione di impatto ambientale. Eliminazione della sospensiva nel giudizio amministrativo.
8. Adozione dell’obbligo di trasparenza: amministrazioni pubbliche, partiti, sindacati hanno il dovere di pubblicare online ogni entrata e ogni uscita, in modo chiaro, preciso e circostanziato.

Parte B – I nuovi posti di lavoro

Per ognuno di questi sette settori, il JobsAct conterrà un singolo piano industriale con indicazione delle singole azioni operative e concrete necessarie a creare posti di lavoro.
a) Cultura, turismo, agricoltura e cibo.
b) Made in Italy (dalla moda al design, passando per l’artigianato e per i makers)
c) ICT
d) Green Economy
e) Nuovo Welfare
f) Edilizia
g) Manifattura

Parte C – Le regole

I. Semplificazione delle norme. Presentazione entro otto mesi di un codice del lavoro che racchiuda e semplifichi tutte le regole attualmente esistenti e sia ben comprensibile anche all’estero.
II. Riduzione delle varie forme contrattuali, oltre 40, che hanno prodotto uno spezzatino insostenibile. Processo verso un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti.
III. Assegno universale per chi perde il posto di lavoro, anche per chi oggi non ne avrebbe diritto, con l’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro.
IV. Obbligo di rendicontazione online ex post per ogni voce dei denari utilizzati per la formazione professionale finanziata da denaro pubblico. Ma presupposto dell’erogazione deve essere l’effettiva domanda delle imprese. Criteri di valutazione meritocratici delle agenzie di formazione con cancellazione dagli elenchi per chi non rispetta determinati standard di performance.
V. Agenzia Unica Federale che coordini e indirizzi i centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali.
VI. Legge sulla rappresentatività sindacale e presenza dei rappresentanti eletti direttamente dai lavoratori nei CDA delle grandi aziende.

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Dal 2008 ad oggi in Ita­lia si sono persi un milione di posti di lavoro. Circa 3 milioni e 300 mila disoc­cu­pati. Più del dop­pio dal gen­naio 2007. E tutti gli osser­va­tori con­fer­mano, ormai da anni, che anche dinanzi ad una ripresa, non si recu­pe­re­ranno i posti di lavoro persi. D’altro canto, l’Italia non vede neppure la timida luce di un inizio di ripresa.
Il Pre­si­dente del Con­si­glio, tuttavia, sa bene che serve qual­cosa di più con­creto di un semplice tweet e una serie di dichiarazioni di principio sul suo sito, perché gli italiani possano guardare al Jobs Act con fiducia. E infatti, sul punto sono già arrivate un paio di inter­vi­ste al respon­sa­bile eco­no­mia del PD Filippo Tad­dei (La Stampa) e a Ste­fano Sac­chi (La Repub­blica), quest’ultimo stu­dioso di Wel­fare, co-autore del libro Flex-insecurity (2009) e, probabilmente, neo con­su­lente del Governo Renzi. Ambe­due riten­gono prio­ri­ta­ria la tutela delle per­sone più svan­tag­giate. Si parla di Naspi, Nuova Aspi, per dif­fe­ren­ziarla da quell’ASPI intro­dotta dal Mini­stro For­nero. Sem­bre­rebbe una uni­ver­sa­liz­za­zione del sus­si­dio di disoc­cu­pa­zione, per venire incon­tro ai milioni di per­sone escluse dall’attuale sus­si­dio. Una risposta alle richieste dell’opposizione, peraltro: SEL e M5S, in particolare. Sembra positivo.

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Tuttavia i dati che forniscono sia Taddei che Sacchi sono pressoché discordanti. Se, infatti, dalle parole di Tad­dei leggiamo che «la pla­tea dei poten­ziali bene­fi­ciari si allar­ghe­rebbe di oltre 300mila» lavo­ra­tori a pro­getto, attual­mente senza garan­zie, Sac­chi aggiunge un altro milione di dipen­denti a ter­mine, som­mi­ni­strati, inte­ri­nali, anche loro fuori dai para­me­tri della Riforma For­nero. Qualcosa non torna, evidentemente. 300.000 o 1.300.000? E poi c’è da considerare cosa le parti sociali, sindacati e rappresentanze dei datori di lavoro, opporranno a questa riforma, anche per­ché i soldi andreb­bero presi dalla Cassa Inte­gra­zione Guadagni in deroga, fino ad oggi pro­lun­gata per far fronte alla crisi e a quegli effetti perversi della Riforma Fornero non preventivati dall’ex Ministro né dall’esecutivo del Prof. Monti. Ed è, inoltre, preoccupante il fatto che colla NASPI, comunque, rimar­reb­bero fuori dall’estensione del sus­si­dio i lavo­ra­tori auto­nomi, molti dei quali ridotti in con­di­zioni di pro­gres­sivo impo­ve­ri­mento, con fisco e ver­sa­menti alla Gestione Sepa­rata INPS che restano impla­ca­bili, con Equitalia alla porta, ancor più implacabile. Si paventa, perciò, una riforma priva di una concreta equità sociale: assenza, questa, che man­tiene la nostra demo­cra­zia fuori da qual­siasi para­me­tro di redi­stri­bu­zione delle ric­chezze in favore delle per­sone a rischio di esclu­sione sociale. E ciò mentre il Paese resta immo­bile, anzi no, il Paese si muove, ma in caduta libera verso la defla­zione, tanta è ormai la carenza di liqui­dità economica. E nel frattempo si assiste ad una quotidiana guerra tra poveri. Sui social, per strada, negli Uffici Pubblici. Adesso chi spiegherà ai lavoratori autonomi per quale ragione dovranno versare i contributi INPS e pagare le tasse, anche se l’accesso al sussidio è a loro precluso. L’impiegato di turno allo sportello dell’INPS e dell’A.E.? E quale compagine politica lucrerà sul malcontento di un’intera classe di lavoratori? Lo vedremo presto: su certi blog, su Facebook e Twitter compariranno slogan e notizie recriminatorie annunciate da titoli shock e abbinate a immagini sommariamente photoshoppate e a banner sgrammaticati.
L’augurio e la speranza di chi scrive è che la Riforma sia concertata, che il dialogo con le parti sociali porti in primis equità sostanziale. Perché è di questo che abbiamo bisogno. Senza non ci sarà alcuna ripresa. Un guru che prometteva soluzioni miracolose c’è già stato: ed è dal ’94 che aspettiamo quel milione di posti di lavoro. Una riforma che comprenda tutti, nessuno escluso, è ciò che il Paese merita, perché senza, nessun Jobs Act potrebbe funzionare davvero. Il resto sono solo tweet, post e reblog: dal Governo all’Opposizione. Ma di concreto ancora niente…

Michele De Sanctis