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BACK TO 1977. Disoccupazione da record: sale al 12,9%

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Record dei senza lavoro a gennaio 2014. Nello scorso mese di gennaio la disoccupazione è balzata al 12,9%, un aumento dell’1,1% su base annuale, mentre la disoccupazione giovanile è salita al 42,4%. Le rilevazioni sono state effettuate dall’Istat. Un tasso così alto di disoccupazione non si vedeva dal 1977. La percentuale dei disoccupati è, infatti, la più alta tra quelle registrate dall’Istituto di statistica dall’inizio delle serie sto­ri­che nel 1977.
Secondo i rilevamenti Istat, aumenta anche il numero dei cd. “scoraggiati”, quelli cioè che hanno ormai rinunciato a cercare lavoro: il dato si attesta intorno ai 2 milioni.
L’Istat segnala, inol­tre, il crollo dell’occupazione anche tra i pre­cari. Gli «ati­pici», così ven­gono defi­niti, sono dimi­nuiti di 197 mila unità.

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Di fronte a queste cifre e alle voci sempre più insistenti sul contenuto del Jobs Act, non siamo certi che sia sufficiente introdurre altra flessibilità nel mercato del lavoro per innescare un fenomeno di controtendenza e così miglio­rarne l’efficienza. L’Italia ha già assecondato il FMI e la Commissione UE (oltreché la Signora Merkel) e il risultato è stata una disastrosa riforma che ha persino creato una nuova categoria di senza lavoro e senza reddito, quella degli esodati. Dai rumors intorno al Jobs Act si apprende infatti la volontà dell’Esecutivo di intro­durre un nuovo con­tratto di inse­ri­mento, sospen­dendo l’articolo 18 (sic!) per tre anni a bene­fi­cio delle imprese. La finalità è quella di creare nuova occu­pa­zione, ma sospen­dere i diritti sui nuovi con­tratti di inse­ri­mento, impro­pria­mente defi­niti dal Jobs Act ‘con­tratto unico’ equivale a pre­ca­riz­zare ulteriormente il lavoro.
Bisogna puntare, invece, al repe­ri­mento delle risorse neces­sa­rie a finan­ziare il sus­si­dio uni­ver­sale di disoc­cu­pa­zione, prima di mirare alla riforma dei contratti di lavoro. L’estensione dell’Aspi isti­tuita dalla riforma For­nero, infatti, susciterà nei prossimi giorni forti polemiche, soprattutto se quei fondi verranno tolti alla Cassa Integrazione in deroga, come pare dalle prime indiscrezioni. Ma l’estensione è oramai divenuta necessaria per tanti, vitale per troppi. Nel contempo, il mondo del lavoro ha altresì bisogno di inve­sti­menti pub­blici per far ripar­tire la cre­scita, e di finanziamenti finalizzati al taglio del cuneo fiscale, almeno da 10 miliardi di euro come prospettato anche dal leader della minoranza PD Cuperlo e dalla CGIL.
Le cifre sulla disoccupazione sono più che preoccupanti: aumentano un allarme sociale, giunto ormai a livelli altissimi, a cui il Governo sarà chiamato a breve a dare una risposta.

Michele De Sanctis

Il trentennale dell’accordo sulla scala mobile. Un raffronto tra i problemi di ieri e di oggi

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 Il 14 febbraio 1984 venne siglato l’ormai famoso accordo, entrato nella storia sindacale italiana, come l’“Accordo di San Valentino”. Tale intesa, sottoscritta con il governo Craxi soltanto da UIL e CISL, comportò la decisione di tagliare di quattro punti percentuali la scala mobile e creò una spaccatura sindacale con la CGIL, allora guidata dal Segretario Luciano Lama, la quale non firmò l’intesa. Fu la fine della federazione sindacale unitaria.

La medesima CGIL non resse alle tensioni provocate dalla mancata sottoscrizione dell’accordo, al punto che si realizzò una grave frattura tra sua maggioranza comunista e la sua componente minoritaria socialista, capitanata Ottaviano Del Turco.

Le frizioni prodotte dall’accordo furono anche politiche, in quanto  l’allora segretario del PCI, Enrico Berlinguer, si oppose duramente  ad esso.

Il contenuto dell’accordo divenne il testo di un apposito decreto legge approvato dal Governo Craxi, che venne, poi, convertito nella Legge 12 giugno 1984 n. 219. Siffatto provvedimento legislativo si connotò, appunto, per l’espressa previsione di un taglio di 4 punti percentuali della scala mobile.

Il 9 e 10 giugno 1985 si svolse un referendum abrogativo sulla scala mobile, promosso dal solo PCI. L’esito referendario fu negativo. A fronte, di un’affluenza alle urne del 77,9%, il 45,7% dei votanti si espresse a favore dell’abrogazione della norma, mentre il 54,3% si oppose. Di conseguenza, il taglio rimase.

Con l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, si avviò la pratica concertativa, che portò alla definitiva abrogazione della scala mobile con la firma del protocollo triangolare di intesa tra il Governo Amato I e le parti sociali avvenuta il 31 luglio 1992. Con la scala mobile, è stata abolita l’indennità di contingenza ed è stato introdotto per tutti i lavoratori dipendenti (dirigenti esclusi) l’elemento distinto della retribuzione. In seguito, l’altrettanto storico “Accordo del luglio 1993”, corresponsabilizzò le parti sociali ed il Governo, allora presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, nel controllo dell’inflazione e della spesa pubblica. Quest’ultimo accordo ampliò gli spazi della contrattazione salariale, proprio come diretta conseguenza dell’eliminazione della scala mobile. Per tale ragione, l’Accordo del luglio 1993 assunse la concertazione come unico metodo regolatore delle dinamiche tra le parti sociali.

 

Venendo al contenuto dell’Accordo di San Valentino, esso aveva come oggetto l’adozione del meccanismo proposto da Ezio Tarantelli che comportava la rideterminazione dei punti di scala mobile per favorire la discesa dell’inflazione.

Si trattava dell’esito sofferto di un lungo negoziato, in virtù del quale il Governo s’impegnava a garantire il blocco dei prezzi e delle tariffe per due mesi, la sospensione degli scatti dell’equo canone per tutto l’anno 1984 e la restituzione del fiscal drag dall’anno successivo. A fronte di ciò, il Governo richiedeva l’accettazione da parte delle parti sociali del taglio di alcuni punti di scala mobile. Pertanto, a seguito dell’Accordo di San Valentino, scomparve il meccanismo d’indicizzazione delle retribuzioni, previsto dalla scala mobile.

L’istituto della scala mobile, sin dal 1951, aveva protetto il potere d’acquisto dei salari, adeguando automaticamente la dinamica salariale a quella inflazionistica sulla base di aumenti, in quanto, a fronte delle variazioni dell’indice dei prezzi, scattavano corrispondenti aumenti delle retribuzioni. Il punto di contingenza era uguale per l’intero Paese e per tutti i comparti dell’economia nazionale, ma con valori diversi a seconda della categoria, della qualifica, dell’età e del genere.

Tale sistema venne fortemente rafforzato dopo il 1975, in quanto, attraverso uno specifico accordo confederale, si stabilì l’unificazione del valore nominale del punto di contingenza (a punto unico e pesante, implicando così variazioni percentuali molto più forti per le retribuzioni più basse). Tale unificazione era la diretta conseguenza della politica sindacale mirante all’egualitarismo salariale, politica che, perseguita agli inizi degli anni ‘70 del secolo scorso e favorita anche dalla spinta inflazionistica che rendeva l’indennità l’elemento preponderante dell’intero incremento retributivo. La più immediata conseguenza di tale decisione fu l’appiattimento dei salari. Nel 1975, l’ambito di applicazione della scala mobile era limitato al solo settore bancario. In seguito, la scala mobile venne estesa anche agli altri settori con un accordo stipulato tra la Confindustria e CGIL, CISL e UIL, le tre maggiori organizzazioni sindacali.

In virtù di tale accordo, la scala mobile (denominata ufficialmente “indennità di contingenza”) si trasformò in un autentico uno strumento economico di politica dei salari, volto ad indicizzare automaticamente i salari all’inflazione ed all’aumento del costo della vita secondo un indice dei prezzi al consumo. Essa era calcolata, seguendo l’andamento variabile dei prezzi di particolari beni di consumo, generalmente di larga diffusione, costituenti un paniere. Una commissione ad hoc svolgeva il compito di determinare ogni tre mesi le variazioni del costo della vita utilizzando come indice di riferimento le variazioni dei prezzi di tali beni (indice dei prezzi al consumo, IPC). Una volta accertata e resa uguale su base 100 la somma mensile necessaria per la famiglia-tipo, in riferimento ad un dato periodo per l’acquisto dei prodotti del paniere, le successive variazioni percentuali dei prezzi dei beni di consumo divenivano i punti di variazione dell’indice stesso del costo della vita, a cui i salari venivano direttamente adeguati.

Successivamente, il meccanismo venne aspramente criticato per le implicazioni fortemente lesive dei valori della professionalità, in particolare, delle categorie medio-alte, nonché per l’automatico generarsi di una spirale prezzi-salari. Di conseguenza, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, venne avviato un graduale processo di riforma della scala mobile.

Inizialmente, intervenne il così detto “Protocollo Scotti” del 22 gennaio 1983, il quale adottò alcune misure di contenimento del meccanismo automatico di adeguamento delle retribuzioni, stabilendo un nuovo valore del punto di contingenza. Come sopra visto, il persistente incremento del costo del lavoro rispetto al tasso d’inflazione programmato spinse poi, nel 1984, il governo guidato da Bettino Craxi del PSI ad operare un ulteriore contenimento del meccanismo, disponendo la predeterminazione dei punti di contingenza da corrispondere e limitandola ai primi due trimestri.

Infine, lo ricordiamo, dal 1992, la scala mobile è cessata e, da allora, viene pagata solo l’indennità di contingenza maturata fino ad allora. In molti contratti collettivi, essa è stata conglobata nella paga base. L’accordo sul costo del lavoro del luglio 1993 ha affidato alla contrattazione nazionale per le singole categorie la determinazione della rivalutazione automatica delle retribuzioni, disponendo l’indennità di vacanza contrattuale.

 

A distanza di trent’anni dall’Accordo di San Valentino, il quadro economico e sociale  è profondamente mutato.

L’economia italiana è, ormai, prossima alla deflazione, mentre, allora, il tasso di crescita del costo della vita si manteneva stabilmente su due cifre percentuali. Oggi, la disoccupazione ha raggiunto livelli altissimi, mentre, allora trovare lavoro non era tanto difficile, in quanto il “Sistema Paese” era ancora in piena fase di crescita, avendo un prodotto interno lordo nettamente positivo ed un il livello dei consumi costantemente in rialzo. Inoltre, il debito pubblico era ancora sotto controllo e la Commissione Europea non aveva ancora strumenti di controllo così invasivi, anche perché la moneta unica era soltanto un’idea utopica.

In altri termini, l’Accordo di San Valentino operò i suoi effetti su un Italia completamente diversa da quella attuale. Probabilmente, l’unico elemento comune tra le due epoche è rinvenibile nella divisione della sinistra, unitamente alla crisi del sindacato unitario ed la CGIL spaccata.

Tuttavia, se si analizza bene quel lontano e così diverso quadro macroeconomico, è possibile rinvenire l’origine di  molti dei mali che affliggono attualmente l’Italia.

Nel corso degli anni ‘80 del secolo scorso, cominciò la crisi del nostro modello di sviluppo, prima in forma lieve ed episodica, per, poi, divenire sempre più marcata e sistemica.

La ricerca di un facile consenso elettorale comportò l’aumento esponenziale ed incontrollato del debito pubblico.

Infine, le crisi petrolifere di quegli anni anticiparono le prime controindicazioni di un economia mondiale che andava progressivamente globalizzandosi.

Purtroppo, la politica, l’imprenditoria ed i sindacati non colsero il vero significato di queste avvisaglie negative, essendo unicamente concentrati sulla sterile discussione avente ad oggetto il taglio di qualche punto percentuale di contingenza. Anzi, negli anni a seguire, le istituzioni e le parti sociali non sono state capaci d’interpretare le nuove istanze generate dall’economia globale, con la conseguenza che non sono riuscite ad elaborare per il nostro Paese alcun nuovo modello di sviluppo condiviso, capace di contrastare il declino del sistema economico e sociale nazionale.

 

L’esame di quel periodo storico ci porta all’amara constatazione che gran parte dei temi economici sottesi a quell’accordo sono tuttora di estrema attualità. In altri termini, nonostante i mille stravolgimenti subiti dall’Italia negli ultimi trent’anni, il nostro sistema economico e sociale è rimasto praticamente immobile.

Siamo di fronte a decenni di mancata crescita. Il male dell’Italia sono l’immobilismo e le riforme mancate. Servono le riforme strutturali, capaci di voltare pagina con le politiche economiche ed industriali del passato, anche perché l’ormai mitizzata crescita degli anni ‘70 ed ’80 del secolo scorso era drogata dalla svalutazione e dall’aumento del debito pubblico. Si tratta di scelte sistemiche non più spendibili, non soltanto per i vincoli imposti da una moneta unica forte e dalla recente previsione costituzionale della parità di bilancio, ma specialmente perché il mercato globale ha permesso l’arrivo di nuovi Paesi capaci di offrire costi di produzione talmente bassi da rendere quelle politiche passate totalmente inutili.

Bisogna capire che senza crescita non c’è benessere e la crescita è ottenibile puntando sul mercato, sul merito e sulla legalità, ma, soprattutto, sulla ricerca e sull’innovazione. Soltanto producendo prodotti innovativi ad elevato contenuto tecnologico, l’Italia potrà tornare ad essere un Paese produttore competitivo ed in grado di garantire, sia una crescita adeguata alla sua economia, che salari adeguati ai propri lavoratori.

Invece, attualmente, l’Italia è un paese bloccato, che non cresce e che impone vincoli soffocanti alla capacità d’impresa e, di conseguenza, all’innovazione ed al benessere.

Le cause di quest’immobilismo sono molteplici. Basti pensare alla permanenza di un sistema economico ancora fortemente corporativo ed oligopolista, ad  una Pubblica amministrazione inefficiente, ad un sistema fiscale esoso sui redditi da lavoro dipendente e sui costi d’impresa, che drena eccessivamente risorse, senza combattere adeguatamente la sua evasione. Tali inefficienze sono risolvibili soltanto con profonde, radicali e condivise riforme strutturali.

Tale stato di fatto spiega l’esistenza d’importanti settori dell’opinione pubblica, nei fatti, accanitamente contrari – anche, se a parole, favorevoli – a qualsiasi iniziativa industriale o di servizi, volta ad innovare profondamente l’utilizzazione del territorio.

Inoltre, nel dibattito contemporaneo ricorre frequentemente l’affermazione che il futuro dell’Italia è legato alla sua industria, mentre si riscontra una forte diffidenza nei confronti dei settori di produzione più moderni. L’Italia risulta sempre meno competitiva nel turismo, non si afferma nei servizi informatici, presenta una debolezza strutturale cronica nei trasporti e nelle comunicazioni. In un Paese che ritiene di avere uno spirito industriale, sovente, questi settori sono considerati distruttivi, o, quanto meno, disgreganti, rispetto all’ordine sociale, oltre che economico, consolidato. Inoltre, l’Italia sembra privilegiare l’industria per i motivi sbagliati, in quanto la ritiene portatrice di stabilità e non di mutamento. In altri termini, si ritiene che, privilegiando l’industria, si possa consolidare lo status quo, senza promuovere alcun cambiamento e perpetuando una tradizione sovente di origine preindustriale.

 

In altri termini, il sistema economico italiano si connota per le sue radici profondamente anti-innovative. Tale peculiarità paralizza qualsiasi decisione pubblica favorevole a un’innovazione di larga portata e che abbia, quindi, bisogno di una pubblica autorizzazione.

Tale tendenza è rafforzata anche dal fatto che spesso non vi è immediata rispondenza tra lo scopo finale dell’innovazione (spesso a lungo termine) e le sue immediate conseguenze. Infatti, negli ultimi trent’anni, si sono privilegiate le scelte a carattere contingente, a discapito delle riforme sistemiche, i cui benefici non sono immediatamente percepibili.

Lo stesso discorso può valere per le riforme legislative capaci d’incidere in maniera profonda su rapporti consolidati. Ogni qual volta il Parlamento ha approvato un testo di riforma, è subito apparso uno stuolo di oppositori che ha agitato le armi (qualche volta improprie) del ricorso alla Corte Costituzionale o del referendum abrogativo.


Germano De Sanctis

Pizzaiolo si uccide dopo aver ricevuto una multa dell’Ispettorato del lavoro.

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Tragedia a Casalnuovo, nel napoletano: all’uomo – sposato con tre figli – era stata consegnata una sanzione di duemila euro dopo che gli ispettori del lavoro avevano scoperto che sua moglie, che lavorava a tutti gli effetti nel negozio, era irregolare.

Il capo degli ispettori: «Non siamo i suoi assassini»

La crisi economica ha una nuova vittima: questa volta è un pizzaiolo che dopo aver ricevuto una multa di 2 mila euro dalla DPL, si è suicidato. A quanto pare, gli affari non andavano bene e, in seguito alla notifica della sanzione, non ha retto il colpo.

Il 2013 è stato un annus horribilis per gli italiani: 149 (60 più del 2012) le persone che hanno deciso di togliersi la vita, perché incapaci di affrontare la crisi che ancora attanaglia il Paese, che piega i cittadini lasciandoli senza speranze per il futuro, fagocitandone la vita, la storia. Tutto. E anche il 2014, purtroppo, ha già offerto notizie di cronaca altrettanto tristi, come quella di oggi che giunge da Casalnuovo, in provincia di Napoli.

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Eduardo De Falco, piccolo imprenditore titolare di un panificio, era disperato: non ha retto a quella multa da 2 mila euro da parte dell’Ispettorato del Lavoro. Ha scelto di farla finita. Eduardo se n’è andato. Gli erano state riscontrate delle irregolarità relative alla gestione della sua attività commerciale e di lì è scattata la sanzione. Ma lui, che da tempo versava in gravissime condizioni economiche, incapace di trovare una soluzione ai suoi problemi, ha deciso di suicidarsi. Così, dopo un periodo nero in cui gli affari gli andavano male, è arrivato il tragico epilogo di una storia comune, che sta diventando in Italia quella di tanti, troppi, lavoratori: togliersi la vita. Eduardo l’ha fatto sotto casa, all’interno della sua auto, inalando i gas di scarico del motore.

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Un cartello con la scritta «Non siamo ladri, né sfruttatori» e una corona di orchidee, con la firma «Tutti i commercianti» sono stati collocati davanti al panificio-pizzeria di Eduardo, “Eddy” De Falco, al Corso Umberto I di Casalnuovo. Gli amici giunti sul posto dopo la diffusione della notizia sono ancora pochi, e tra loro domina l’incredulità. «Sono allibito», dice un commerciante. Altri parlano di una iniziativa di protesta contro fisco e burocrazia.

Diversamente da altri bloggers, noi non riteniamo giusto rivolgere alcun rimprovero agli ispettori, che hanno semplicemente fatto ciò che per legge andava fatto. È il loro compito: non hanno scelta in questi casi. Ma non possiamo non restare basiti di fronte ad uno Stato che consente il ripetersi di queste tragedie, siamo stupiti e soprattutto preoccupati dall’indifferenza con cui una parte della classe politica passa oltre dinanzi a queste storie e dalla costante strumentalizzazione che ne fa la restante parte.

MDS
BlogNomos

Ocse: Italia riformi tasse e lavoro e tagli i tempi della giustizia

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Gli obiettivi chiave per la politica economica italiana restano quelli di risolvere la pesante eredità della disoccupazione lasciata dalla crisi e di rianimare la competitività. Lo sottolinea l’Ocse nel rapporto “Obiettivo crescita”, pubblicato in occasione del G20 di Sydney, che fa il check up delle riforme strutturali realizzate dal 2012 nei Paesi industrializzati.

La lista di priorità per la Penisola resta lunga, secondo quanto riferisce sul rapporto l’agenzia Radiocor: si va dalla riforma del lavoro, all’istruzione, alle privatizzazioni, al rispetto della legge e ai tempi della giustizia, fino alla tassazione – tema su cui l’Ocse raccomanda semplificazione -, lotta all’evasione e riduzione della pressione sui salari più bassi. «Svariati anni di consolidamento fiscale, bassa fiducia e scarso credito hanno lasciato l’Italia con un tasso di disoccupazione a doppia cifra e nessun chiaro segnale di una rapida ripresa», scrivono gli esperti dell’Ocse.

La Penisola è in effetti al sesto posto tra i 34 Paese aderenti all’Organizzazione con un tasso di disoccupazione oltre il 12 per cento. Il rapporto torna a sottolineare la necessità di riequilibrare la protezione del lavoro, riducendola in alcuni tipi di contratto e migliorando la rete di salvataggio del welfare. Per ridurre il rischio della disoccupazione di lungo termine, l’Ocse raccomanda di rafforzare le politiche attive del lavoro. Inoltre, «riforme del mercato del lavoro mirate a ridurne la dualità – scrivono gli economisti dell’Organizzazione – con in particolare l’attuazione di una rete di salvataggio universale, una migliore istruzione professionale e il sostegno per l’apprendistato possono ridurre l’ineguaglianza dei redditi».

Sul fronte delle tasse, l’Ocse raccomanda di «migliorare la struttura delle imposte, semplificando il codice fiscale, combattendo l’evasione fiscale e, quando la situazione di bilancio lo permetterà, riducendo il cuneo fiscale sui lavoratori a basso reddito».

Vanno inoltre ridotte le barriere alla concorrenza «rafforzando il rispetto della legge a tutti i livelli di Governo, riducendo la proprietà pubblica e i ritardi della giustizia civile». L’Ocse ribadisce anche che va migliorata l’equità e l’efficienza del sistema di istruzione, sia per utilizzare meglio i fondi convogliati sull’istruzione, sia per migliorare le possibilità di quanti hanno basse qualifiche.

Il rapporto peraltro prende nota anche delle riforme fatte nei due ultimi anni, come l’assegno di disoccupazione universale o la nuova normativa per le industrie di rete, i maggiori poteri dati all’Antitrust e la liberalizzazione degli orari di apertura dei negozia. Con la postilla tuttavia, che «vanno fatti altri sforzi per assicurarsi l’effettiva attuazione delle riforme».

Fonte: Il Sole 24 Ore

Il lavoro ruba la vita.

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Storia sociale. Per la casa editrice Angeli esce «Come servi», uno studio di Maria Luisa Pesante sulla figura del salariato visto come possibile nuovo schiavo, soprattutto alla luce della precarietà dell’esistenza e dei contratti. Di Michele Nani (Il Manifesto).

Le tra­sfor­ma­zioni del pre­sente, quando hanno carat­tere strut­tu­rale e non sem­pli­ce­mente con­giun­tu­rale, impon­gono di ricon­si­de­rare le let­ture del pas­sato. Non solo in quanto, secondo l’abusato ada­gio cro­ciano, «ogni sto­ria è sto­ria con­tem­po­ra­nea» e dun­que l’interpretazione del pas­sato è anche una posta in gioco delle lotte poli­ti­che del presente.

Piut­to­sto per­ché, con Kosel­leck e Har­tog, siamo ancora nel regime di sto­ri­cità instau­rato dalle rot­ture euro­pee del tardo Set­te­cento: per cui la nostra per­ce­zione della sto­ria con­tem­po­ra­nea è frutto di una con­trap­po­si­zione radi­cale fra pas­sato e pre­sente. Siamo dun­que por­tati a pen­sare il mondo attra­verso una serie di cop­pie con­cet­tuali, che un radi­ca­liz­zano le distin­zioni fra le società «tra­di­zio­nali» di Antico regime e le nuove società «moderne». Anche quando par­liamo di post-moderno o di fine della moder­nità siamo di fronte a un aggior­na­mento di quella logica.

Fa parte di que­ste rap­pre­sen­ta­zioni oppo­si­tive anche l’idea che la lunga tran­si­zione a for­ma­zioni sociali a domi­nante capi­ta­li­stica abbia deter­mi­nato una tra­sfor­ma­zione qua­li­ta­tiva e irre­ver­si­bile delle rela­zioni di lavoro. Dal pieno e asso­luto domi­nio dei signori sui corpi al lavoro dei loro servi e sui loro pro­dotti si sarebbe pas­sati a un mer­cato del lavoro «libero», ove la pre­sta­zione si scam­bia con un sala­rio sta­bi­lito da un con­tratto. Cer­ta­mente anche il con­tratto, come vide luci­da­mente lo stesso Max Weber, san­ci­sce i rap­porti di forza fra parti tutt’altro che «eguali», dato che gli uni sono pro­prie­tari che cer­cano di valo­riz­zare il pro­prio capi­tale e gli altri nul­la­te­nenti che cer­cano un sala­rio per non morire di fame. Tut­ta­via un con­tratto scritto è meglio del patto orale (o dell’assenza di patto) che carat­te­rizza la dipen­denza per­so­nale: per­ché postula l’equivalenza dello scam­bio, pre­sup­pone l’accordo fra i con­traenti e pone qual­che limite all’arbitrio e alla discre­zio­na­lità del comando.

Patti oscuri

Per chi non l’avesse già ripen­sato guar­dando alle peri­fe­rie del capi­tale o agli imperi colo­niali, le vicende degli ultimi decenni hanno dis­si­pato come illu­sione ottica la pre­tesa irre­ver­si­bi­lità non solo delle forme con­trat­tuali più avan­zate e delle garan­zie con­qui­state dai lavo­ra­tori, ma anche la stessa idea di un pas­sag­gio sto­rico epo­cale dalla coa­zione ser­vile al libero con­tratto. Il lavoro sala­riato con­ti­nua a dif­fon­dersi, ma l’idea «evo­lu­tiva» e il suo segno «pro­gres­sivo» sono state ridi­men­sio­nate. È dun­que ora più age­vole rico­struire sto­ri­ca­mente le can­gianti e plu­rali costel­la­zioni delle rela­zioni di lavoro: per farsi un’idea basti sca­ri­care le Outli­nes di sto­ria del lavoro che Jan Lucas­sen ha com­pen­diato in un sag­gio qual­che mese fa (http://​socia​lhi​story​.org/​e​n​/​p​u​b​l​i​c​a​t​i​o​n​s​/​o​u​t​l​i​n​e​s​-​h​i​s​t​o​r​y​-​l​a​b​our). Fra lavoro «libero» (salariato-contrattuale) e lavoro «non libero» (servile-schiavile) non si dà alter­na­tiva secca, né nei sin­goli con­te­sti, né sto­ri­ca­mente, bensì cicli di pre­va­lenza rela­tiva e, soprat­tutto, intrecci e gra­da­zioni inter­me­die. Allo stesso modo non è age­vole distin­guere le forme di coa­zione al lavoro e di potere sul lavoro o porle su una scala evo­lu­tiva: alle matrici economico-sociali si intrec­ciano costan­te­mente ele­menti extra-economici, in par­ti­co­lare giu­ri­dici e istituzionali.

A que­sto can­tiere di sto­ria sociale delle pra­ti­che lavo­ra­tive si è affian­cata, con la stessa dif­fi­denza verso tipo­lo­gie e schemi evo­lu­tivi e con la mede­sima atten­zione alle inso­spet­tate con­ti­nuità, una sto­ria delle rap­pre­sen­ta­zioni del lavoro, che ha trac­ciato una genea­lo­gia cri­tica dei para­digmi del lavoro ancora impe­ranti. Uno sti­mo­lante con­tri­buto in quest’ultima dire­zione viene dalla recente ricerca di Maria Luisa Pesante, una «sto­ria intel­let­tuale» delle «figure del lavoro sala­riato» nella cul­tura euro­pea, la cui tesi è lim­pi­da­mente sin­te­tiz­zata dal titolo (Come servi, Milano, Angeli 2013) e dall’immagine di coper­tina: un dise­gno cin­que­cen­te­sco che ripro­duce la scena dell’ingresso in miniera di alcuni ope­rai, sor­ve­gliati da arci­gni per­so­naggi muniti di robu­sti bastoni.

Antro­po­lo­gia al negativo

Il punto di par­tenza della ricerca è la dif­fusa con­vin­zione che la teo­riz­za­zione del mer­cato del lavoro, e dun­que del lavoro come merce il cui prezzo (il sala­rio) è deter­mi­nato dalle «leggi» della domanda e dell’offerta, risalga al sapere dell’«economia poli­tica», giunto a matu­rità nel Set­te­cento, come descri­zione e inter­pre­ta­zione del nuovo modo capi­ta­li­stico di pro­durre. Attra­verso un ser­rato con­fronto con i testi, una raf­fi­na­tis­sima filo­lo­gia che non si esau­ri­sce nell’esegesi interna, ma col­loca i testi nel con­te­sto intel­let­tuale e sociale più largo, Pesante mostra come die­tro la con­si­de­ra­zione del lavoro come merce vi sia invece un’altra sto­ria. Non è l’osservazione e for­ma­liz­za­zione teo­rica delle moderne rela­zioni capi­ta­li­sti­che di pro­du­zione ad ispi­rare l’analisi del lavoro in quanto merce, ma l’incorporazione nell’economia poli­tica di teo­riz­za­zioni pre­ce­denti sui lavoratori.

La matrice dell’idea del lavoro-come-merce risale ai teo­rici sei­cen­te­schi del diritto natu­rale (Gro­zio, Pufen­dorf ed altri), che nel ten­ta­tivo di inqua­drare in ter­mini con­trat­tuali tutte le rela­zioni sociali leg­ge­vano il sala­riato come variante tem­po­ra­nea della ser­vitù per­pe­tua. L’uno e l’altra rap­pre­sen­ta­vano ai loro occhi sot­to­mis­sioni volon­ta­rie al potere altrui, dovute all’indigenza. Seguendo le fonti del diritto romano, il sala­riato si doveva inqua­drare nel con­tratto di «loca­zione», si pen­sava cioè come un affitto di lavoro. Però l’erogazione di lavoro è dif­fi­cil­mente scin­di­bile dalla persona-al-lavoro e dun­que il sala­riato restava in una posi­zione ambi­gua, fra equi­va­lenza dello scam­bio (che apre, per altro, a nuove ambi­guità: a cosa dev’essere equi­va­lente il sala­rio, al tempo di lavoro, alla quan­tità di pro­dotto o ad altro?) e rica­duta nella con­di­zione ser­vile (domi­nio sulla per­sona, senza limiti di com­pito, pro­dotto o tempo). A que­sta rap­pre­sen­ta­zione giu­ri­dica si affian­cava un’antropologia nega­tiva del lavo­ra­tore sala­riato, che rical­cava quella del servo e dello schiavo: inca­pace poli­ti­ca­mente e civil­mente, la sua sog­get­ti­vità si ridu­ceva a una costante pul­sione verso l’ozio e la frode.

Que­sta let­tura del sala­riato aveva due corol­lari: primo, l’idea che i salari non pos­sano cre­scere oltre un certo, ristretto limite det­tato dalla sus­si­stenza del lavo­ra­tore — e se cre­scono troppo è neces­sa­rio l’intervento dello Stato ad abbas­sarli per legge, ripri­sti­nando l’ordine natu­rale; secondo, l’impensabilità di un con­flitto «ver­ti­cale» fra per­sone e gruppi dallo sta­tuto diverso, se non nei ter­mini pato­lo­gici della vio­la­zione o rot­tura del con­tratto, che rap­pre­senta un reato e come tale va represso.

Buona parte di que­sto baga­glio è alle ori­gini dalla nuova «eco­no­mia poli­tica», che si vuole scien­ti­fica e ogget­tiva: è invece attra­verso le lenti della giu­ri­spru­denza natu­rale e dun­que del lavo­ra­tore come schiavo o servo che si teo­rizza il lavoro come merce fra le altre e quindi il mer­cato del lavoro. L’approccio di Pesante non è sem­pli­ci­stico: non si tratta di errori o di distor­sioni ideo­lo­gi­che, quanto di vere e pro­prie apo­rie, di dif­fi­coltà reali. Gli inter­preti pas­sati in ras­se­gna, dai giu­sna­tu­ra­li­sti ai filo­sofi poli­tici, dagli eco­no­mi­sti «pra­tici» ai teo­rici illu­mi­ni­sti di un nuovo sapere, fino al caso emble­ma­tico di David Hume, fati­cano a leg­gere una realtà nuova e mute­vole, per­ché si ser­vono di vec­chi stru­menti e anche quando ne costrui­scono di nuovi devono appog­giarsi, anche solo par­zial­mente, su pre­sup­po­sti pre­ce­denti. Nono­stante i suc­ces­sivi ten­ta­tivi di chiu­derle dell’economia poli­tica clas­sica (Smith, Ricardo) e poi del neo­clas­si­ci­smo (da Jevons ai suoi eredi dell’ultimo qua­ran­ten­nio «neo­li­be­ri­sta»), quelle apo­rie sono soprav­vis­sute e sono tut­tora vive. L’Autrice rico­no­sce che que­ste apo­rie non impe­di­rono all’epoca approcci alter­na­tivi e meno rigidi al sala­riato, come ad esem­pio quelli degli eco­no­mi­sti fran­cesi (ad es. Tur­got), desti­nati tut­ta­via a rima­nere mino­ri­tari nel farsi della nuova disci­plina eco­no­mica. Nem­meno in seguito sono man­cate prese di posi­zione e teo­riz­za­zioni alter­na­tive, ma anch’esse sono rima­ste subal­terne: come la Dichia­ra­zione di Fila­del­fia dell’Organizzazione inter­na­zio­nale del lavoro, che si apriva nel 1944 negando che il lavoro fosse una merce; come, negli stessi anni, la Grande tra­sfor­ma­zione di Karl Pola­nyi, nella quale si soste­neva che la mer­ci­fi­ca­zione di lavoro, moneta e terra era alle ori­gini degli squi­li­bri delle società capi­ta­li­sti­che; o, ancora, come l’economia delle con­ven­zioni e la socio­lo­gia eco­no­mica, che hanno cri­ti­cato il ridu­zio­ni­smo mer­can­tile e i suoi formalismi.

Invece Pesante non dà troppo cre­dito alla decli­na­zione mar­xiana della cri­tica all’economia poli­tica. È vero che Marx teo­rizzò il pas­sag­gio al lavoro «libero» nel capi­ta­li­smo maturo, ma que­sto non signi­fi­cava una libe­ra­zione dei lavo­ra­tori, bensì un espro­prio: l’«accumulazione ori­gi­na­ria» è la sto­ria del pas­sag­gio della pro­prietà dei mezzi di pro­du­zione dai con­ta­dini e dagli arti­giani ai mercanti-imprenditori e della con­se­guente tra­sfor­ma­zione dei pro­dut­tori indi­pen­denti in «pro­le­tari» che vivono di lavoro sala­riato. Inol­tre se la forza-lavoro (non il «lavoro», né il lavo­ra­tore) viene acqui­stata come una merce, per Marx non era una merce come le altre.

In primo luogo, la capa­cità lavo­ra­tiva viene com­prata con un sala­rio, che esprime il costo della sua ripro­du­zione: ma non si tratta di un’equivalenza astratta, quanto di una rap­porto di forza sto­ri­ca­mente varia­bile, per cui quel costo può essere abbas­sato dalla pres­sione dell’offerta sovrab­bon­dante delle brac­cia dell’«esercito indu­striale» dei disoc­cu­pati, ma può essere anche alzato dal con­flitto orga­niz­zato, dal «movi­mento ope­raio». In seguito, una volta nego­ziato il prezzo, si passa dal mer­cato del lavoro ai luo­ghi della pro­du­zione, ove la forza-lavoro socia­liz­zata e coo­pe­rante rivela di essere una merce unica, per la sua pecu­liare capa­cità di aggiun­gere valore e dun­que di pro­durre non solo merci, ma soprat­tutto profitto.

Il domi­nio simbolico

Oggi il dibat­tito su classe e lavoro è e non man­cano visioni cri­ti­che su Marx anche in coloro che al suo arse­nale teo­rico si ispi­rano (occor­rerà tor­nare, ad esem­pio, su Beyond Marx, appena uscito per le cure di Mar­cel Van der Lin­den e Karl-Heinz Roth), ma la posi­zione dell’autore del Capi­tale resta impre­scin­di­bile e fer­tile. Altri, ad esempio, hanno esteso la valenza dell’«accumulazione pri­mi­tiva» per espro­pria­zione al di là del momento «ori­gi­na­rio», come pro­cesso che si ripro­pone con­ti­nua­mente (accanto ad Har­vey sono da ricor­dare Mez­za­dra, Sac­chetto e Tomba).

Ispi­rata dall’esperienza con­creta delle rela­zioni capi­ta­li­sti­che, ma tal­volta anche da Marx, la rea­zione sog­get­tiva dei por­ta­tori della merce-lavoro ha inciso sulla società con­tem­po­ra­nea ben più di quanto non abbiano potuto fare le pur ricor­renti e radi­cali rivolte di schiavi e di servi dei secoli pre­ce­denti. Sin­da­cati e scio­peri, par­titi politici e rivo­lu­zioni hanno segnato l’Otto e il Nove­cento e dimo­strato pratica­mente che il lavoro non è solo una merce. Eppure oggi tanti con­ti­nuano a pen­sarlo in quel modo e il domi­nio mate­riale del capi­tale è così rad­dop­piato in un domi­nio sim­bo­lico, che ci porta a inte­rio­riz­zare la riduzione a merce, con­cor­renza e impresa di qual­siasi aspetto della vita sociale, dal sapere alle risorse, dalla for­ma­zione alla salute. Con il risul­tato, evi­den­ziato con discre­zione ma non senza ama­rezza anche dall’autrice di que­sto pre­zioso volume, che l’odierna pre­ca­riz­za­zione ripro­pone lavori salariati con­trat­tati al di sotto del livello di sussistenza.

Questi nuovi servi, come i loro pre­de­ces­sori pie­na­mente dispo­ni­bili e senza diritti né tutele, nuovi eco­no­mi­sti e nuovi filo­sofi spie­gano quo­ti­dia­na­mente che quelle tri­sti con­di­zioni si devono alla pigri­zia: solo lavo­rando più a lungo e più inten­sa­mente (o, variante post-moderna, facen­dosi «impren­di­tori di se stessi») i lavo­ra­tori pos­sono godere di qual­che miglio­ramento. Non certo ricor­rendo col­let­tiva­mente al con­flitto, che que­sti buoni eredi degli autori sei-settecenteschi stu­diati in Come servi esor­ciz­zano come inu­tile o dan­noso pro­prio per­ché, in fondo, fa sal­tare la mer­ci­fi­ca­zione del lavoro e con essa le teo­rie che ne cele­brano la naturalità.

Fonte: Il Manifesto

APPELLO DEI LAVORATORI DELLA BERLONI DI PESARO.

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Il distretto del mobile nelle Marche è piegato dalla crisi. I lavoratori della Berloni S.p.A. di Pesaro diffondono quest’immagine di cui chiedono la massima diffusione. Anche noi raccogliamo l’appello e nel condividere la foto vi preghiamo di fare altrettanto.

BlogNomos

“Non licenziate i nostri papà”: il dramma della crisi nei disegni dei bambini

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I figli dei dipendenti di un’azienda torinese hanno realizzato una serie di “ritratti di vita”, raccolti in un video struggente, per raccontare il dramma dei loro genitori che hanno perso il lavoro.

TORINO – “Mio papino, non c’è bisogno che piangi di nascosto, perché anche se davanti a tutti noi sorridi io ho capito tutto. Stai tranquillo, ci sarò anch’io nelle tue lotte perché non lascerò mai la mano che tu stringi per 11 anni”. Firmato “figlia di un dipendente”.

A Collegno, in provincia di Torino, sono i bambini a raccontare la crisi economica che stritola il Paese e “annienta” le persone. Lo fanno nel modo più semplice e naturale possibile, prendendo un paio di fogli bianchi, pennarelli colorati e disegnando quello che vedono: una vita priva di soddisfazioni. I loro “ritratti di vita” sono stati raccolti in un video pubblicato su YouTube: il risultato è struggente (GUARDA IL VIDEO QUI).

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I bambini che raccontano a modo loro il bisogno di uscire fuori da questa crisi sono i figli dei dipendenti della Fivit Colombotto di Collegno, l’ennesima azienda torinese specializzata in produzione di viti e bulloni per elettrodomestici che chiude i battenti e lascia a casa 82 persone. Inevitabile che ad accorgersi del dramma siano anche loro, i più piccoli e innocenti.

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Perché anche comprare una maglietta nuova o un pezzo di cioccolato è diventato faticoso: i bimbi disegnano i beni di primario consumo e li barrano con una grossa “X”, perché i loro genitori non riescono ad acquistare neanche quelli. Perché “state rovinando i nostri sogni”, scrivono Giulia di sei anni e Francesco di tre. Un segnale forte, perché spesso i bambini vedono più di quello che dovrebbero vedere. E lo sanno che i loro genitori non sono numeri e che “il lavoro è un diritto di tutti”, come scrivono Sara e Gianluca.

Fonte: Torino Today

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2014. Fuga dall’Italia.

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Secondo il 19° rapporto della Fondazione ISMU – Istituto per lo Studio della Multietnicità, nel 2012 sono stati circa 68.000 gli italiani che si sono trasferiti all’estero, ossia 18.000 in più del 2011. Le cause? Mancanza di lavoro e sistema sanitario insufficiente. Non è che sia una sorpresa, ma la realtà in cifre preoccupa, è inutile negarlo.
La prima causa è senza dubbio quella del mercato del lavoro bloccato, che non lascia possibilità ai giovani e ai disoccupati e inoccupati. Per questa ragione, in particolare, gli italiani emigrano e vanno a vivere in altri Paesi.
Il diciannovesimo rapporto sulle migrazioni presentato a Milano dall’ISMU lo scorso 13 dicembre riporta le cifre relative al 2012, ma non ci stupiremmo se il trend nel 2013 fosse ulteriormente peggiorato. Tant’è che l’Istituto prevede che entro il 2050 dal sud Italia se ne saranno andati 4 milioni di persone. Sembra quasi che tutti vogliano scappare dall’Italia. (Sembra?) Sembra anzi di essere tornati indietro di un secolo. Nel 1913 un italiano ogni 40 partiva in cerca di fortuna altrove. Il problema della disoccupazione, tuttavia, non è solo dei cittadini italiani ma anche di quelli stranieri: cala, infatti, anche il numero dei permessi di lavoro: 67 mila contro i 350 mila nel 2010.
Per gli stranieri, poi, al problema del lavoro si aggiunge anche quello della salute: uno su dieci non si rivolge al Sistema Sanitario Nazionale per motivi economici. Un problema che sta divenendo comune anche a noi cittadini, peraltro. A ciò si aggiunge, inoltre, la condizione degli irregolari (circa il 6 per cento del totale degli stranieri in Italia) che preferiscono non avere rapporti con le istituzioni per paura di essere denunciati.
Le cifre che riassunte fin qui sono disponibili sul sito dell’ISMU:
http://www.ismu.org/

Michele De Sanctis

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