L’incoerenza della Francia (nucleare) che vuol salvare il pianeta boicottando la Nutella. 

  

Con i suoi 58 reattori nucleari, la Francia possiede il secondo parco al mondo di impianti energetici di questo tipo (preceduta solo dagli USA), mentre la sua quota di energia nucleare sulla produzione totale di energia elettrica corrisponde a quasi il 79%, ponendola come leader indiscusso a livello mondiale. Come noto, a differenza dei nostri cugini francesi, noi italiani abbiamo scelto fonti di energia più sostenibil. Ma per il ministro dell’Ambiente francese Ségolène Royal, il principale problema della Terra non sono gli impianti nucleari del suo Paese. Per il ministro francese, piuttosto, bisogna smettere di mangiare la Nutella per salvare il pianeta. 

  
En passant, Greenpeace ha subito precisato che la Ferrero, azienda italiana produttrice della famosa Nutella, è una delle principali aziende al mondo a sostenere il progetto del Palm Oil Innovation Group, oltre ad essere uno dei primi gruppi che è riuscito a sostituire l’olio di palma utilizzato nella sua filiera con quello certificato dalla Roundtable on Sustainable Palm Oil. Cioè per fare la Nutella nessun albero viene abbattuto per creare spazio e piantare una coltivazione intensiva di palme.

  

Diversamente, Greenpeace da anni si batte per la chiusura delle centrali nucleari d’Oltralpe. Il 18 marzo 2014, per esempio, la stessa organizzazione ecologista riuscì ad esporre su uno dei reattori dell’impianto della centrale nucleare di Fessenheim situata nell’est della Francia un enorme striscione che recitava “Stop risking Europe” (Basta mettere a rischio l’Europa). L’iniziativa era tesa a denunciare le debolezze del sistema di sicurezza degli impianti atomici. Secondo quanto riportato da TMNews, l’impianto nucleare di Fessenheim, che sorge sulle rive del Reno, ai confini con Svizzera e Germania, è considerato uno dei più vulnerabili alle attività sismiche e alle inondazioni. Un anno prima, ben 29 attivisti erano stati arrestati dalla polizia francese dopo aver fatto irruzione nella centrale nucleare francese di Tricastin, per esporre due striscioni con la scritta: “Tricastin: incidente nucleare” e “Francois Hollande: presidente della catastrofe?”. In particolare, le proteste sono mirate soprattutto alla chiusura delle centrali più antiche, non solo in Francia, ma in tutta Europa, che, considerata l’usura e l’obsolescenza dei propri impianti, sono anche le più a rischio di disastro ambientale.

  
Nonostante le promesse del presidente Hollande sulla chiusura di alcuni impianti, il parco nucleare francese è ben lontano da una sua dismissione, sia pure parziale. E nonostante il rischio ambientale rappresentato dai reattori nucleari del proprio Paese, il ministro dell’Ambiente francese si occupa, invece, degli alberi che verrebbero abbattuti da una sola azienda italiana per produrre la sua nota crema gianduia, senza, peraltro, informarsi o meno se tale azienda sia effettivamente responsabile della deforestazione mondiale, di cui – in ogni caso – sarebbero responsabili molte altre industrie (non solo alimentari), visto l’uso intensivo che dell’olio di palma viene fatto nelle catene produttive di tutto il pianeta. E salvo, poi, chiedere scusa su Twitter. In ogni caso, notiamo con disappunto che ha chiesto solo scusa, il ministro, non ha detto che si è sbagliata. Insomma, non è che abbia anche ritrattato.

  
Questo brutto episodio di politica 2.0 della peggior specie, ci lascia però supporre che il tema dell’ecologia sia stato solo strumentale a sabotare una delle poche aziende italiane più competitive a livello globale. L’economia europea in questi anni di crisi ha dimostrato come la politica dei singoli Paesi si stia facendo via via più aggressiva nei confronti dei propri partner UE: questa specie di campagna diffamatoria stroncata sul nascere non è che un piccolo esempio. E oltretutto non è che un episodio marginale tra altri ben più macroscopici. 

  
Se, infatti, per salvare il mondo dobbiamo smettere di mangiare Nutella come suggerisce la ministra francese, dobbiamo allora pensare che lasciare i profughi del Nord Africa sugli scogli, o respingerli entro i confini italiani, come fa il governo a cui lei appartiene, contribuisce a migliorarlo? E se la Nutella contribuisse davvero a distruggere il pianeta, per chi dovremmo salvarlo? Per una manica di razzisti con la ‘spocchia’ di chi si sente migliore di chi non ha avuto la fortuna di nascere nella civile ed evoluta Europa? Così civile da aver prodotto due guerre mondiali in meno di cinquant’anni? Vale davvero la pena salvare il pianeta per chi lo sta rendendo un posto peggiore?

MDS – BlogNomos

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Alla ricerca di un modello sostenibile di Servizio Sanitario Nazionale

di Germano De Sanctis

L’attuale favorevole congiuntura economica globale sta iniziando ad interessare anche i Paesi dell’Unione Europea e tale fattore macroeconomico ha immediatamente alimentato un dibattito politico e sociale molto accesso sulla ridefinizione delle politiche in materia di salute e welfare. Negli ultimi anni, la crisi ha determinato l’affermazione di un modello di Servizio Sanitario Nazionale (e Regionale) che ha cercato di garantire il proprio equilibrio finanziario perseguendo esclusivamente una mera visione ragionieristica della soluzione del problema, attraverso una lunga serie di tagli lineari alle risorse disponibili e di conseguente riduzione dei finanziamenti disponibili.
Si è trattato di una scelta resasi necessaria a causa delle ristrettezze del bilancio nazionale e che ha provocato non pochi disagi sociali, in quanto si è assistito (e si assiste) allo scontro tra due diverse opposte esigenze. Infatti, da un lato si riscontra la necessità di un’ormai ineludibile revisione della spesa sanitaria, dall’altro si rileva l’obbligo di garantire politiche programmatorie capaci di affrontare i problemi posti dal crescente invecchiamento della popolazione, dalle nuove istanze di prevenzione collettiva e dalla non più rinviabile revisione dei modelli di cura. Appare chiaro come la risposta a tutte queste istanze comporti una totale riorganizzazione della rete ospedaliera e territoriale.

Tuttavia, si è in presenza di una dicotomia solo apparentemente irrisolvibile e che ha visto un’evoluzione della filosofia con la quale si è cercato di affrontarla. Come detto, gli ultimi anni hanno inizialmente visto prevalere le logiche di intervento caratterizzate dal rigido contenimento della spesa. Infatti, nel 2012, il governo Monti ha avviato un’intesa attività di spending review, perseguendo lo scopo di realizzare una radicale revisione della spesa pubblica, entrando anche nel merito dell’utilizzo delle risorse pubbliche. L’esito fu un’immediata strategia d’intervento sulla spesa sanitaria, caratterizzata da una serie di tagli lineari, che non prevedeva, in prima istanza, alcuna riforma strutturale del sistema.

Tale politica di intervento si è esclusivamente basata sull’assunto che il Sistema Sanitario Nazionale si fosse fino a quel momento connotato esclusivamente per i suoi sprechi e per la sua spesa fuori controllo.
Questa politica di tagli ha sicuramente prodotto risultati dal punto di vista della riduzione delle risorse allocate. Difatti, recentemente, l’OCSE ha svolto un’indagine statistica sugli esiti di tale drastica riduzione della spesa sanitaria nazionale, rilevandone una diminuzione che, nel corso degli ultimi anni, l’ha vista attestarsi a circa il 9,2% del PIL. Si tratta di un dato che garantisce all’Italia una performance migliore di quella Germania (11,3%), della Francia (11,6%) e dei Paesi Bassi (11,8%).

Ciononostante, nel corso dell’ultimo biennio, è emersa chiaramente la chiara insufficienza di una politica d’intervento basata sui soli tagli lineari. Tale presa d’atto ha prodotto un cambio di filosofia, che ha spinto ad operare i tagli alla spesa sanitaria soltanto a seguito di un attento monitoraggio delle sue varie componenti. In tal modo, sono state individuate analiticamente le tipologie dei servizi erogati, le loro priorità di intervento ed il loro tasso di efficienza. Inoltre, tale metodologia ha rilevato anche l’origine di molti sprechi nell’erogazione delle prestazioni sanitarie.
A fronte di questa nuova tendenza, vi è stato recentemente un revirement, in quanto si è tornati a discutere su ulteriori tagli (diretti ed indiretti) all’ammontare del Fondo Sanitario Nazionale. In altri termini, si tratta di una nuova riduzione dell’ammontare della spesa sanitaria, operata senza dare l’adeguata attenzione all’effettiva attuazione dei principi contenuti nel “Patto per la Salute 2014-2016” e, quindi, senza introdurre nessuno dei necessari cambiamenti strutturali di cui abbisogna il Servizio Sanitario Nazionale.
Probabilmente, sarebbe più efficace l’introduzione di un omogeneo modello organizzativo del Servizio Sanitario Nazionale, capace di assicurare l’analisi, la valutazione ed il controllo dei costi sostenuti dai singoli Sistemi Sanitari Regionali.
Tuttavia, una simile capacità di misurazione necessita di un non ancora realizzato sistema unico informatico basato su un’unica banca dati e alimentato da indicatori omogenei e condivisi tra lo Stato, le Regioni e i stakeolders. Solo in tal modo, sarà possibile programmare ex ante le attività ed operare tempestive correzioni in itinere. Ovviamente, il presupposto per avviare queste attività è la sempre più necessaria realizzazione di un’infrastruttura informatica meno frammentata.
Queste ulteriori affermazioni non devono ingenerare l’errata convinzione che non sia possibile ridurre ulteriormente i costi del Servizio Sanitario Nazionale, come, ad esempio, quelli afferenti l’acquisizione di beni e servizi non prettamente sanitari. Tuttavia, bisogna essere consapevoli che la riduzione della spesa sanitaria ha raggiunto un livello tale da ridurre drasticamente la possibilità di operare ulteriori tagli di rilevanti dimensioni.
Al contempo, le future riduzioni di spesa non possono interessare l’innovazione tecnologica, ma, anzi, sarà fondamentale la previsione di risorse adeguate a suo favore, per rendere il Sistema Sanitario Nazionale capace di sfruttare i dati prodotti da un sempre più puntuale sistema informativo.

In estrema sintesi, bisogna elaborare strategie capaci di trovare un giusto equilibrio tra il contenimento della spesa sanitaria ed il mantenimento della qualità nell’erogazione dei LEA.

L’esperienza maturata in materia di controllo della spesa nelle Regioni interessate dal Piano di Rientro dimostra che le strategie adottate sono state capaci di assicurare il pareggio di bilancio, focalizzando le azioni intraprese principalmente sui fattori economici. Invece, si è finora dedicata scarsa attenzione alla riqualificazione dei singoli Sistemi Sanitari delle Regionali. Si tratta di una situazione destinata, nel medio e lungo periodo, ad ampliare ulteriormente il divario già esistente tra tali Regioni “commissariate” e quelle definite “virtuose”.
Tale situazione desta ancor più preoccupazione, se si considera che la crisi economica che da diversi anni condiziona lo sviluppo dell’intero Paese necessita di approcci innovativi e non meramente contenitivi, dovendo affrontare il problema di una spesa sanitaria che appare sovente programmata secondo parametri non più coerenti con la società e l’economia contemporanee. Pertanto, appare ormai ineludibile procedere ad una analisi critica delle politiche sanitarie nazionali e regionali finora applicate, per, poi, introdurre nel Sistema Sanitario Nazionale nuovi strumenti d’intervento capaci di assicurare livelli di assistenza adeguati, pur assicurando il raggiungimento degli obiettivi di risparmio prefissati.
In tale ottica, uno dei primi interventi da attuare è rinvenibile nell’introduzione di un unitario percorso di tutela della salute che parte dalla prevenzione, passa per la cura e si conclude con la riabilitazione. Si tratterebbe di un’importante novità, atteso che attualmente tale visione unitaria è spesso assente, comportando, da un punto di vista squisitamente finanziario, l’assenza di sempre più necessarie sinergie e determinando, da un punto di vista di tutela dei pazienti, risposte insufficienti ed incoerenti alle esigenze di cura.

Ovviamente, l’attuazione di una strategia così complessa ed innovativa necessita anche di un completo ripensamento dell’intero sistema sanitario e di welfare, creando un percorso di tutela della persona che non si limiti ad intervenire in un’ottica meramente finalizzata alla cura delle patologie nel momento della loro fase acuta, ma che si dimostri capace, sia di attuare politiche di prevenzione, sia di assicurare un sistema efficace di cure domiciliari. Solo in questo modo, sarà possibile abbattere il sempre troppo elevato tasso di ospedalizzazione delle persone malate. Ovviamente, un simile obiettivo impone un radicale cambiamento culturale da parte di tutti gli operatori del Servizio Sanitario Nazionale.

L’importanza di un mutamento dell’approccio culturale appare evidente se si considera il fatto cherecente taglio di 4 miliardi imposto dalla legge di stabilità 2015 alle Regioni inciderà necessariamente sulla politica sanitaria locale, con particolare riferimento sull’erogazione dei LEA. Un’eventuale permanere di vecchie logiche d’intervento comporterà un sicuro depauperamento della qualità dell’assistenza sanitaria, atteso che i citati tagli alla spesa sanitaria hanno, ormai, ridotto all’osso i possibili ulteriori margini di riduzione della spesa medesima intesa in termini esclusivamente economici.
In altri termini, a fronte dei ridotti margini di un’ulteriore riqualificazione dell’assetto finanziario, sussistono ancora ampi spazi di miglioramento in termini di riqualificazione e riorganizzazione del Sistema, Sanitario Nazionale, sia relativamente ai servizi erogati da parte del settore pubblico, che da quello privato profit.

È bene precisare che l’innovazione di cui stiamo parlando, non può limitarsi ai processi clinici, ma deve coinvolgere tutti gli atti programmatori. Infatti, un sistema sanitario efficace, di qualità e coerente con gli attuali tempi di crisi non può limitarsi al rinnovamento di macchinari e tecnologie, ma deve spingersi fino ad un completo mutamento delle modalità di cura delle persone, favorendo sempre di più la prevenzione e la medicina del territorio e ricorrendo all’ospedale soltanto quando esso sarà veramente necessario.
Coerentemente con tali asserzioni, il Patto per la Salute 2014-2016 ha previsto una serie di attività condivise tra Governo e Regioni che mirano alla produzione di risparmi capaci di concorrere alla creazione di un Servizio Sanitario Nazionale efficiente, efficace e improntato ad appropriatezza ed equità.
In particolare, il Patto per la Salute 2014-2016 mira alla completa riorganizzazione del sistema, al fine di assicurare uniformità e omogeneità nell’erogazione dei servizi. Purtroppo, a fronte di una simile e chiara prescrizione descrittiva, l’attuazione di tali principi è condizionata da tempi dilatati, anche e soprattutto per la complessità e la numerosità degli impegni assunti.

Pertanto, sebbene gli effetti del predetto cambiamento culturale saranno valutabili soltanto nel medio e lungo periodo, è necessario procedere subito in tale direzione, altrimenti sarà impossibile abbandonare la logica dei meri tagli lineari, per dedicarsi alla creazione di un nuovo modello sostenibile di Servizio Sanitario Nazionale, capace di garantire l’effettiva congruità ed adeguatezza delle risorse ad esso assegnate.
Infatti, per garantire ai cittadini interventi sanitari misurabili in termini di benefici associati a costi sostenuti, sarà necessario procedere ad un complessivo ripensamento del vigente modello di Servizio Sanitario Nazionale anche sotto il profilo della riforma delle sue leggi istitutive e dell’introduzione di un’attività programmatoria a lungo termine capace di garantire ai cittadini livelli di assistenza maggiori e coerenti con le nuove esigenze dettate dalla società contemporanea, la quale è caratterizzata dal basso tasso di natalità infantile e dal contemporaneo crescente invecchiamento delle popolazione.

Ovviamente, tale nuovo modello sostenibile di Servizio Sanitario Nazionale comporterà l’introduzione di un un diverso e più moderno metodo di ripartizione delle risorse alle singoli Regioni. Sebbene il diritto alla salute sia economicamente condizionato dai ridotti margini del bilancio statale, ogni istituzione pubblica pubblica preposta alla tutela di questo diritto dovrà adoperarsi per evitare che tale condizionamento interessi i cittadini in modo differenziato in relazione al loro luogo di residenza ed incrementando, in tal modo, un ulteriore disequilibrio tra i singoli territori.
Appare evidente che si tratta di una sfida cruciale per il futuro del nostro Paese, a causa delle sue evidenti ricadute sociali.

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The working hard sense

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LA POCHEZZA DELLA TV GENERALISTA CHE ANTONIO RICCI HA VOLUTO RICORDARCI A TUTTI I COSTI. 

Dopo il fantomatico scoop della trasmissione Mediaset ‘Striscia la Notizia’ ai danni di ‘Masterchef Italia’ in onda su Sky Uno, abbiamo fatto qualche riflessione su una certa televisione. E siccome qui ci occupiamo anche di cultura, in questo momento per noi cultura è sconsigliarvi caldamente alcuni programmi. Qualunque trasmissione di Antonio Ricci, per esempio, nuoce gravemente al vostro bagaglio culturale e alla vostra capacità di critica. Analizziamo questa notizia di cronaca e vediamo come e perché vi danneggia. 



Striscia svela l’inganno. Quale poi non si capisce: il programma è registrato e lo sanno tutti. Se lo scoop, poi, era sulla professione del secondo classificato, un controllo in più prima di spoilerare eviterebbe le querele. Ma tant’è. Diversamente non sarebbe Striscia. Diversamente si potrebbe fare spazio a programmazioni più fresche. Ma a decidere non siamo noi. Noi al massimo possiamo scegliere di non guardare certe trasmissioni. E infatti…Solo che certe trasmissioni (quando sono alla frutta) fanno di tutto per far parlare di sé. Un po’ come la mosca che ti si avvicina all’orecchio e che non riesci ad uccidere. Arriva però il giorno che la chiudi fuori dalla finestra e magari è già autunno inoltrato e la mosca morirà da sola.



La domanda, quindi, non è perché l’ha fatto né che ci guadagna? È chiaro che Ricci ci guadagna in termini di pubblicità, perché la puntata di ieri porterà nelle prossime ore un po’ di notorietà a un programma vecchio e stantio ormai ridotto a parlare dei programmi Sky, pur di destare interesse. Anche perché quelli Mediaset fanno gracidare le rane solo per gli alzabandiera di Rocco Siffredi e le beghe familiari di Mara Venier e Simona Ventura. La domanda magari è fino a quando riuscirà ancora a guadagnarci? Un’altra domanda poi è questa: siamo sicuri che Sky sia stata realmente danneggiata? Quanti di noi vedranno comunque la finale? Io credo quasi tutti e anche i non aficionados. Striscia, infatti, ha fatto un regalone a quelli di Sky Uno – la stagione di Masterchef che sta per concludersi è stata un po’ moscia (io l’ho vista) e questo scoop era proprio ciò che ci voleva per tenersi buoni gli sponsor. Solo che probabilmente non era questo l’effetto sperato.



Striscia si dimostra ancora una volta trasmissione d’elezione dell’italiota meschino e poco titolato che spara a zero contro chi è migliore di lui, senza tuttavia fare nulla per cercare di elevarsi dal suo stato primordiale. E nello strillare contro il competitor, gli ha fatto il più grande regalo che potesse confezionare. Il punto drammatico è che nel caso di Ricci lo stato primordiale è una televisione da tubo catodico che ride ancora degli scivoloni altrui, lancia tormentoni stagionali, crea l’immaginario erotico dell’uomo medio con donne maggioratissime, smutandate e quasi sempre fidanzate a un calciatore di serie A che conduce una vita da sogno. Solo che l’uomo medio che si eccita con il calendario della Canalis è in via di estinzione. Non perché si sia evoluto, ma perché si è evoluto il mondo intorno a lui. Può creare il suo immaginario erotico direttamente col porno gratuito offerto da Youporn, ridere delle papere uploadate su YouTube (utilizzate anche da Paperissima Sprint) ed appassionarsi perfino a tormentoni asiatici al ritmo di Gangnam Style. 



Tuttavia, in prima battuta non sono rimasti tutti contenti. A conti fatti, in questa truffa mediatica c’è un grande sconfitto, che in queste ore, grazie ai social network, sta esternando il proprio disprezzo per Striscia e lo scontento dovuto alle informazioni che la trasmissione ha voluto a tutti i costi diffondere. A perdere, infatti, è il pubblico di Sky che paga un abbonamento mensile. E non certo per seguire la puntata nella speranza di una smentita che non arriverà, ma per il gusto di sapere se il cuoco per cui tifa ce la farà o meno. Se non è sacro il divieto di spoilerare una serie TV, sono sacri, invece, i soldi degli abbonati Sky spesi per seguire quella serie in anteprima. Senza che una triste trasmissione intervenga a rovinare il loro divertimento di telespettatori appagati. Ricci non è un genio che sfata il mito e svela ciò che non dovrebbe svelarsi, come fa ogni anno da 20 anni per Sanremo, tanto che ormai è una tradizione noiosa quanto il festival, ma uno che ieri sera, nemmeno troppo tra le righe, ha trattato i clienti Sky come scimmie paganti, come dei perfetti imbecilli da poter beffare in virtù di uno pseudo scoop. Come ha sempre fatto. Attaccando le prede facili (mettendole alla gogna) e facendo ‘giornalismo’ da parrucchiera commentato dai peggiori avventori del bar dello sport. Il tutto farcito con una velina che fa la spaccata, un’altra che si china e mostra mezzo seno, un tenerissimo cagnolino quando c’è la Hunziker e un Gabibbo più insulso del Tenerone e meno intelligente di As Fidanken. A conti fatti, tuttavia, a perderci è anche il pubblico di Canale 5, aizzato come fanno i capipopolo con le masse. E trattato come un organismo privo di raziocinio. 



Ecco perché, nonostante i costi (e la crisi) i clienti Sky continuano a crescere. Ecco perché uno passa a Sky e su certi canali non ci finisce più neppure per sbaglio. Per disperazione! Per non assistere oltre alla quotidiana mediocrità della TV generalista offerta da Mediaset e anche dalla Rai oltreché da tutti gli altri tristi canali free del digitale terrestre. E – si spera – per scordarsi di Antonio Ricci una volta su tutte e ignorare a vita i suoi programmi fatti di tette, culi, gaffe, tapiri e sfottò. E dei fuori onda che propone dagli anni ’90 e dei suoi soliti scoop degni dell’astuta asta del Drive In. Ma soprattutto delle denunce degli inviati di Striscia, connotate tutte da una coerenza di fibra scilipotiana e razziana persistenza nel puntare il dito facendosi i cazzi degli altri fintantoché ciò sia funzionale a farsi i propri. Cioè quelli del padrone. Nessuno si chiede com’è che sulla graticola di Striscia in quasi 30 anni di J’accuse, Berlusconi (condannato con sentenza passata in giudicato) non c’è mai finito? E se per salvare le forme ogni tanto c’è stata la rubrica del Cavaliere Mascarato, perché l’ex cavaliere non è stato mai veramente affidato alla gogna mediatica, vale a dire al pubblico ludibrio riservato a tutti gli altri? Com’è?

A.S. – BlogNomos 

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FISCO: ARRIVA LA CERTIFICAZIONE UNICA CHE SOSTITUIRÀ IL CUD PER DIPENDENTI E PENSIONATI.

Partirà oggi, 2 marzo 2015, la nuova certificazione unica, che dipendenti, altri lavoratori assimilati e pensionati riceveranno al posto del Cud. Scade, infatti, il 2 marzo il termine entro cui i datori di lavoro e gli enti previdenziali in qualità di sostituti d’imposta (es.: INAIL per il periodo in cui il lavoratore è stato in infortunio) devono predisporre il nuovo modello di certificazione. Non si tratta, in verità, di un termine ordinatorio (alla scadenza, se i nuovi modelli non saranno ancora messi a disposizione dei lavoratori, non verranno irrogate sanzioni). Pertanto, se non oggi, la nuova certificazione unica potrebbe arrivare anche nei prossimi giorni e, comunque, entro lunedì prossimo, almeno per i lavoratori dipendenti. 

Le novità rispetto al Cud degli anni scorsi sono tre. La prima è costituita dal fatto che la certificazione unica non interesserà più soltanto dipendenti, assimilati e pensionati ma altresì i lavoratori autonomi o coloro i quali abbiano percepito redditi diversi e provvigioni. Ciò spiega perché non si chiami più Cud (certificazione unica dipendenti) ma solo certificazione unica (Cu).

Nella nuova certificazione unica, inoltre, verrà fornito un maggior numero di informazioni rispetto al vecchio Cud. Infatti, nei propri dati fiscali i contribuenti troveranno anche un prospetto con notizie relative ai familiari a carico, funzionale all’attribuzione delle relative detrazioni, in cui devono essere indicate tutte le informazioni che implichino l’eventuale riconoscimento di particolari benefici: come la presenza di un figlio disabile, per esempio, o il primo figlio che sostituisce il coniuge mancante, oppure la vivenza a carico di figli minori di tre anni. Per ogni persona verranno indicati codice fiscale, numero dei mesi a carico, percentuale di detrazione ed eventuale detrazione al 100% in caso di affidamento dei figli. Nell’ultimo rigo del prospetto c’è, infine, una casella relativa alle famiglie numerose, che riporterà la quota di detrazione spettante. Per quanto riguarda i lavoratori dipendenti con redditi fino a 26mila euro, cioè quelli che hanno diritto al bonus DL 66/2014, questi ultimi si ritroveranno nella certificazione unica anche un’apposita sezione relativa al bonus di 80 euro in busta paga.



Terza novità è che entro lunedì 9 marzo (la scadenza del 7 marzo cade, infatti, di sabato) i sostituti d’imposta dovranno inviare la certificazione unica anche all’Agenzia delle Entrate. La nuova certificazione unica, infatti, costituirà la base dati del 730 precompilato che da quest’anno sarà messo a disposizione di 20 milioni di italiani circa. Vero è che i termini per l’invio all’AE varieranno a seconda del tipo di reddito. Solo le certificazioni che interessano il 730 dovranno rispettare la scadenza del 9 marzo, mentre quelle con redditi non dichiarabili con il modello 730 oppure esenti potranno essere inviate anche dopo il termine senza peraltro incorrere in eventuali sanzioni. Ciò vuol dire che i sostituti d’imposta per i lavoratori autonomi soggetti a partita Iva potranno non rispettare la scadenza del 9 marzo per l’invio telematico della certificazione unica, senza vedersi applicare alcuna sanzione. 

Da ultimo ricordiamo che ammonta a 100 euro l’importo della sanzione a carico dei sostituti d’imposta per ogni certificazione omessa o errata.

MDS – BlogNomos

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EVASIONE: LA CRISI NON BASTA A GIUSTIFICARE LO STATO DI NECESSITÀ.

Se solo qualche mese fa, la terza Sezione penale della Suprema Corte di Cassazione (sent. n. 40394 del 30 settembre 2014) aveva annullato la condanna di un imprenditore catanese per il mancato versamento dell’Iva rimandando tutto all’Appello, ora, sempre per la Terza Sezione, l’imprenditore deve pagare le tasse, anche nel caso in cui vanti crediti dallo Stato. Anche di fronte all’evenienza in cui questi abbia onorato i crediti vantati nei suoi confronti dal personale dipendente.

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Negli ultimi anni abbiamo assistito allo sviluppo di un filone interpretativo di natura giurisprudenziale, ad opera dei giudici di merito e ancor di più della Cassazione, in base al quale nel giudizio di evasione perpetrata da un imprenditore andasse valutata la specifica situazione che porta il soggetto ad evadere. Spesso, infatti, sempre più spesso, anzi, ricorre l’ipotesi in cui l’imprenditore pur sapendo di dover pagare, non lo fa perchè materialmente obbligato a scegliere tra gli stipendi dei propri dipendenti e il fisco. A mancare, secondo quest’orientamento, sarebbe quello che, per la teoria generale del reato, è l’elemento psicologico del reato, vale a dire l’elemento soggettivo. Il processo penale, infatti, impone di valutare e provare la volontarietà della commissione del delitto (o dell’omissione come in questo caso), volontarietà che evidentemente finora, in questa particolare fattispecie, per il giudice non sussisteva a causa della crisi finanziaria, per cui l’imprenditore si trovava in difficoltà anche in conseguenza di condotte di terzi inadempienti nei suoi confronti, primo fra tutti lo Stato.

CRISI: PROSEGUE BOOM FALLIMENTI, 3.000 PRIMO TRIMESTRE

Sostanzialmente, sono tre i motivi di illiquidità che la giurisprudenza ha finora ritenuto validi:
1) l’avere ritenuto di privilegiare il pagamento delle retribuzioni ai dipendenti per evitare licenziamenti;
2) l’aver dovuto pagare i debiti ai fornitori, per scongiurare richieste di fallimento della società;
3) la mancata riscossione di crediti vantati e documentati, spesso nei confronti dello Stato per appalti pubblici.

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Tuttavia, con la sentenza n. 52038 del 15/12/2014, la Cassazione ha mostrato una netta inversione di tendenza, ritenendo impossibile invocare l’esimente dalla fattispecie penale in caso di illiquidità. In tale pronuncia, infatti, nessuna delle tre situazioni appena richiamate, anche se provata può può far riconoscere lo stato di necessità che conduce all’impunibilità. Non lo è, in primis la scelta di pagare in via preferenziale i lavoratori. Sul punto la Suprema Corte di Cassazione ricorda, anzi, che lo stato di necessità previsto dall’art. 54 c.p. esclude la sanzione per chi ha commesso il fatto costretto dalla necessità di salvare se stesso o altri dal pericolo serio attuale e concreto di un danno grave alla persona. Ed è perciò da escludere che la perdita del diritto al lavoro, di cui pure è riconosciuta l’importanza, possa essere annoverata tra i casi di danno grave alla persona, riferiti invece solo «ai beni morali e materiali che costituiscono l’essenza stessa dell’essere umano». Non costituisce esimente neppure il rischio di fallimento dell’impresa, che, sostiene la Cassazione, può essere chiesto anche dall’Erario, oltreché dai creditori. E non lo è, infine, il credito non riscosso, sia pure quello vantato nei confronti dello Stato perché, come evidenzia la Suprema Corte, è la legge a stabilire nel dettaglio in che modo stabilire la compensazione del debito tributario, escludendo la facoltà di scelta in capo al contribuente.

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Se, dunque, adesso per la Cassazione pagare gli stipendi piuttosto che le tasse non esime dalla condanna per evasione e se la circostanza di salvare intere famiglie, spesso monoreddito, dalla miseria non costituisce stato di necessità, c’è da porsi più di una domanda sull’eticità di uno Stato che condanna per evasione e che, nel contempo, non onora tempestivamente i propri debiti. L’etica, infatti, non è concetto avulso dalla legge né dalla sua applicazione. C’è da chiedersi allora se sia di diritto quello Stato che nega il danno grave alla persona conseguente alla perdita del posto di lavoro. Il primo articolo della Costituzione stabilisce che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, non sulla contribuzione. Ma uno Stato che richiede il sacrificio costante dei suoi cittadini per la propria sopravvivenza, per un bene superiore, non si è già trasformato nella società di Moloch?

MDS
BlogNomos

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LE RECENSIONI DI BLOGNOMOS: “SOTTOMISSIONE” DI MICHEL HOUELLEBECQ.

Marchio: Bompiani
Collana: LETTERATURA STRANIERA
Prezzo: 17.50 €
Pagine: 256
EAN: 9788845278709
Formato libro: 21 x 15
Tipologia: BROSSURA

“Sottomissione” di Michel Houellebecq è un libro molto particolare e destinato a far discutere di sé. Uscito in Francia il 7 gennaio, cioè il giorno del massacro alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo e nel supermercato casher da parte di estremistri islamici, il romanzo che prefigura un processo di islamizzazione della Francia ha destato un’enorme impressione. E l’autore per timore di rappresaglie si è sottratto alla presentazione della sua opera in un pubblico dibattito televisivo previsto per quello stesso giorno.

“Sottomissione”, complice una ben orchestrata campagna pubblicitaria, rischia, così, di essere giudicato, per motivi più attinenti alla cronaca recente, piuttosto che per il suo specifico letterario.

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Nel romanzo si ipotizza l’affermazione del partito della Fratellanza Musulmana nelle elezioni presidenziali del 2022 in Francia, dopo il secondo disastroso mandato di Hollande. Siamo in un Paese spaventato dalle spinte xenofobe del Fronte Nationale di Marine Le Pen e sfiduciato dalla pochezza dei partiti tradizionali. Il partito filo islamico è capeggiato da Mohammed Ben Allas, brillante e accorto uomo politico che ha avuto la capacità di convincere, con la sua proposta di islamizzazione della società francese, anche una sinistra sfiduciata che però non può riconoscersi nell’estremismo lepeniano e le forze moderate che non sanno come uscire da una crisi politica così devastante. Ma la crisi che attraversa tutti i vecchi partiti della Francia è anche la crisi della società francese e di tutta l’Europa che vede sbiadire i vecchi valori dell’Illuminismo e non si riconosce più in un cattolicesimo sempre più stanco.

Il racconto di questo mutamento epocale è affidato a protagonista del romanzo: François, un quarantenne in crisi fisica e morale, docente universitario, studioso del decadente Huysmans (e nel corso del romanzo avremo modo di apprezzare i suoi pensieri originali sull’autore tardo ottocentesco e soprattutto sul suo romanzo più noto “ Controcorrente”), che perderà la cattedra, ma a seguito della sua conversione all’Islam, tornerà ad insegnare.

Come appare evidente da queste note siamo in presenza di tre filoni nel romanzo: il processo di islamizzazione della società francese che assume l’aspetto di un pamphlet fantapolitico, la crisi di valori di François e la sua spietata analisi di una società senza amore e senza Dio in cui contano solo il denaro e il sesso sfrenato a cui pure il professore si abbandona ma sempre con più stanchezza e disagio, con la convinzione ormai che non ritroverà il proprio equilibrio attraverso il piacere del corpo. E, infine le acute analisi dedicate alla figura di Huysmans e che forse rappresentano la parte più viva ed originale del romanzo.

Il processo di islamizzazione della Francia serve a Houellebecq per descrivere alcuni aspetti della società contemporanea. La decadenza, l’amoralità, l’aridità e la spinta compulsiva a soddisfare i propri desideri. L’Occidente di Houellebecq è un mondo senza nessuna pietà in cui l’unica legge è quella del mercato. La crisi dei valori fondanti della società occidentale porta lo scrittore alla convinzione che solo l’Islam potrà salvare questa parte di mondo. Né la destra con la sua ideologia debole, né la sinistra con il suo lassismo, né il cristianesimo le cui idee gli appaiono troppo secolarizzate possono essere una valida risposta al bisogno di sicurezza e trascendenza dell’uomo contemporaneo. Se il percorso di Huysmans, deluso da tutto, sarà dal decadentismo al cristianesimo, quello di Houellebecq muove dal nichilismo per approdare a un Islam moderato i cui valori possono convivere con quelli fondanti della società occidentale. Un percorso che ci lascia perplessi perché in altre sue opere, e soprattutto in “Territorio” Houellebecq aveva sempre scritto parole non proprio benevoli contro il fondamentalismo islamico. Ma lo scrittore giustifica questo suo cambiamento di rotta dicendo che la lettura del Corano gli ha mostrato con grande evidenza come quei valori che prima gli sembravano così distanti da lui ora gli sembrano conciliabili con la nostra società e in grado di rivivificarla. Insomma l’Europa non ha più bisogno di un cattolicesimo troppo secolarizzato, né di un laicismo troppo relativista, ma di una religione come quella dell’Islam che offre ancora una dimensione politica di cui ha bisogno per sopravvivere. Una visione totalizzante e totalitaria della religione da cui l’Occidente si è emancipato attraverso l’affermazione della coscienza individuale di Lutero, “l’io penso” di Cartesio e tutte le acquisizioni della separazione fra religione e politica operate dall’Illuminismo e che, a fatica e dopo secoli di contrasti e resistenza, finalmente il cattolicesimo ha fatto suo. Quella che nell’opinione corrente rappresenta la svolta positiva della Chiesa cattolica cioè la sua pacifica convivenza col laicismo, per lo scrittore francese ne segna il limite e l’arretratezza culturale. E’ una posizione veramente difficile da comprendere. Allora ci appare più percorribile la proposta di Camus, un autore che Houellebecq tiene sempre presente nella sua opera e con cui interloquisce anche per contrasto, che di fronte all’assurdità dell’esistenza individua nella solidarietà tra gli uomini uno sbocco positivo. Ma questo punto potremmo citare tanti scrittori e intellettuali, da Thomas Mann a Marcuse ad Adorno, per fare solo qualche nome, che di fronte alla crisi della società contemporanea cercano soluzioni, seppure non sempre convincenti, ma comunque sempre dentro l’alveo di un pensiero come quello occidentale profondamente segnato dalla cultura greco-latina, dall’Illuminismo e dalla religione cattolica.

A conclusione di questa breve analisi di “Sottomissione” ci sentiamo di dire che il brillante e caustico scrittore francese ancora una volta attraverso una sapiente e ben orchestrata scrittura ha dato vita a un’opera che nel suo proposito è destinata fare scandalo, ma che in realtà appare non all’altezza delle sue precedenti prove migliori. Innanzi tutto le tre parti: quella fantapolitica, quella più propriamente esistenziale del protagonista e quella dedicata alla critica dell’opera di Huysmans non sempre sono ben amalgamate tra loro, sebbene l’autore è molto abile nel ricucire, con la ben nota sua capacità di scrittura fluida e urticante le cesure da un filone all’altro. Inoltre c’è da dire che il pamphet fantapolitico è francamente improbabile in una realtà così complessa e articolata come l”Europa. Invece, il resoconto esistenziale del protagonista, un intellettuale in crisi d’identità che trova nel sesso, praticato sempre più stancamente con le proprie allieve, il modo per sopravvivere, è un tema già ampiamente illustrato da Philip Roth nei suoi romanzi e quindi non è una novità e le acute osservazioni su “Controcorrente” sebbene ricco di spunti originali, poteva, come giustamente dice Baricco, nella sua recensione del 20 gennaio 2015 su Repubblica, dare vita a un saggio critico a sè stante. Ma da un po’ di tempo c’è questo vezzo tra gli scrittori contemporanei di mischiare saggio storico, saggio letterario, critica sociale e realtà romanzesca in opere che non rispettano più i confine del genere e che rendono anche difficile capire quanto è attribuibile direttamente al pensiero dell’autore e quanto invece è solo funzionale alla definizione del protagonista del romanzo e dell’ambiente rappresentato.

Stefano De Sanctis
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INCIDENTI STRADALI: ECCO L’APP PER LA CONSTATAZIONE AMICHEVOLE.

La società si evolve sempre più velocemente, il web 2.0 non è più il futuro, ma una realtà con cui ci misuriamo ogni giorno. Perfino adesso, mentre leggete questo post condiviso su un social network dalla piattaforma di WordPress, avete la possibilità di interagire con altri lettori o con lo stesso autore dell’articolo. Siamo talmente dentro questa rete che ci avvolge da risultare tutti – chi più chi meno – interconnessi, anche chi ne farebbe volentieri a meno: la dimensione social non riguarda solo il diario di Facebook o il profilo Twitter, né le foto condivise su Instagram o i video uploadati su YouTube. Il web 2.0 è penetrato un po’ dappertutto: condividiamo informazioni di ogni genere e in ogni modo, interagendo con altri internauti a volte quasi inconsapevolmente, con una semplice pressione del dito sul display del nostro smartphone. Così come accade, ad esempio, quando utilizziamo un’app per la navigazione, come (ne cito una tra le principali, perché è quella che personalmente uso più spesso) può essere Waze, che non solo consente l’accesso dal nostro profilo Facebook, ma, soprattutto, permette la condivisione di notizie con gli altri utenti. Prima fra tutte la segnalazione degli autovelox.

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Ecco, pensiamo alle implicazioni che il web offre in un luogo ‘aperto’ e ‘reale’ come la strada. Se, infatti, la strada, con le app per la guida assistita, è già approdata nel web 2.0, perché non sfruttare tutte le altre possibilità che la tecnologia offre agli automobilisti? Perché limitarsi solo alla navigazione, quando lo smartphone potrebbe essere impiegato nei modi più diversi? E non mi riferisco solo al pagamento del pedaggio in autostrada. Quante volte vi è capitato di rimanere coinvolti in un sinistro stradale o di assistervi e di utilizzare la fotocamera del telefono per immortalare i danni sui veicoli e la posizione degli stessi al momento dello stesso? E quante volte avreste voluto compilare il CID, ma né voi né la controparte avevate un modulo disponibile a bordo del veicolo? O, pur avendolo, non sapevate come compilarlo? Ebbene, quello della constatazione amichevole di incidente non è più un problema. Lo resta, è vero, il sinistro e sarebbe bello che qualcuno inventasse un’app per evitarne, ma visto che non è ancora possibile, vediamo come, per il momento, il nostro prezioso smartphone può esserci d’aiuto in simili circostanze.

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Per esempio, grazie ad un’applicazione di nuova generazione possiamo, già da adesso, evitare i classici moduli cartacei in copia carbone, inviare comodamente al nostro assicuratore le immagini della dinamica del sinistro ed avere, peraltro, una guida costante per conoscere i cosiddetti ‘punti neri’, ossia quelle zone più pericolose lungo il tratto di strada che stiamo percorrendo. L’app in questione si chiama Sa Free ed è disponibile per il download gratuito sia in AppStore che su Google Play. Una volta terminata la compilazione dei dati e della dinamica dell’incidente, l’app consente di spedirli con un semplice clic alla propria compagnia assicurativa, tra l’altro risparmiando agli operatori degli uffici sinistri quell’attività di decifrazione/interpretazione dei nostri geroglifici, cui per necessità sono abituati da sempre, o meglio rassegnati. Sa Free è stata realizzata da ‘Sicurezza e Ambiente’, una delle maggiori aziende in Italia specializzate nel servizio di ripristino ed è offerta gratuitamente proprio per raggiungere il più ampio numero di automobilisti.

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Addio, dunque, ai vecchi fogli gialli e azzurri e, grazie alla fotocamera dello smartphone, addio, forse, anche a quella vecchia pratica di italico conio, che, in frode alle assicurazioni, mirava, talora con la complicità del carrozziere, a gonfiare i danni del veicolo. Già, perché, come si accennava poc’anzi, con Sa Free, attraverso la compilazione del modulo ‘Ispezione veicolo’, si potranno fornire alla compagnia assicurativa le foto e le condizioni del veicolo, usufruendo, peraltro, in vista del rinnovo della polizza, di uno sconto sul premio. I dati immessi nell’app saranno immediatamente visualizzabili e fruibili nella sezione dedicata del portale di ‘Sicurezza e Ambiente’, garantendo, così, la certificazione del mittente e il momento della compilazione.

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Sempre per tale fine, la stessa azienda ‘Sicurezza e Ambiente’ lancerà a breve sul mercato un nuovo tipo di scatola nera, che verrà chiamata ‘Memory Box plus’: una sorta di cervellone elettronico operativo anche in assenza di segnale Gps, grazie ad una semplice Sim card, che potrà ricostruire ogni movimento del veicolo, senza lasciare dubbi sulla traiettoria dell’incidente, contribuendo a ridurre la piaga della frode assicurativa, il cui costo sociale, è bene ribadirlo, è sostenuto dalle persone oneste, a fronte dell’innalzamento dei costi delle assicurazioni per RCA.

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Si spera che la novità possa avere un’ampia diffusione, in un Paese come il nostro dall’elevato numero di sinistri. Solo nel 2013 sono stati 182.700 gli incidenti con lesioni a persone. Il numero dei morti è stato di 3.400, mentre i feriti sono stati 259.500. Il tutto con costi a carico della collettività elevatissimi.

MDS
Redazione
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LE RECENSIONI DI BLOGNOMOS: “IL DOLORE, LE OMBRE, LA MAGIA” DI BANANA YOSHIMOTO.

Titolo: “Il dolore, le ombre, la magia: Il Regno 2”
Autore: Banana Yoshimoto
Editore: Feltrinelli
Collana: I Narratori
Pagine: 105
Data uscita: 15/10/2014
EAN: 9788807031106
Prezzo: Amazon, LaFeltrinelli, inMondadori in versione brossura a €9,35; in versione ebook a €7,99

Felicità ed apatia. Solitudine ed armonia col mondo. Cosa influenza la nostra percezione dell’altro? E di ciò che ci circonda? Sono solo alcune delle domande esistenziali che Banana Yoshimoto da sempre si pone nei suoi romanzi e racconti. E su questi interrogativi, in particolare, torna a riflettere nel suo ultimo lavoro appena pubblicato in Italia per i tipi di Feltrinelli: ‘Il dolore, le ombre, la magia: Il Regno 2’.

Il volume è il secondo della tetralogia iniziata in Giappone nel 2002 e conclusasi lo scorso anno. Nel nostro Paese il nuovo libro della Yoshimoto segue ‘Andromeda Heights: Il Regno 1’, dove l’Autrice esplorava grandi temi come l’abbandono, la perdita, il dolore, la malattia e la guarigione e scopriva come si potesse trovare la felicità anche nelle famiglie più anticonformiste. ‘Andromeda Heights’, era un piccolo romanzo di formazione, dove la giovane protagonista, Shizukuishi, attraversava esperienze di solitudine e separazione, affrontando, nel contempo, il soprannaturale, ma esplorando anche tematiche più concrete come l’omosessualità, ad esempio, e quello che è ormai una sorta di leitmotiv nei testi della Yoshimoto, vale a dire il rapporto con l’ambiente e l’importanza della tutela del paesaggio naturale.
E il tenore del romanzo di formazione resta anche in questo secondo volume, in cui viene descritto un ulteriore percorso di vita.

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La storia prende inizio dalla partenza per l’Italia di Kaede, amico sensitivo, gay ed ipovedente nonché datore di lavoro della protagonista, che, rimasta sola in città, riaffronterà la sua solitudine, ma con una nuova forza interiore, integrandosi nel quartiere, scorgendo ogni giorno piccole gemme di felicità ed imparando a leggere nel cuore delle persone, a svelarne l’anima fragile oltre la maschera di durezza che la gente indossa nella propria quotidianità. Il filo conduttore del romanzo è, quindi, la ricerca di una città diversa, in cui vivere ogni giorno l’incantesimo dell’amicizia e dell’amore, in particolare nel rapporto della protagonista con Shin’ichiro¯.

Quanto allo stile, sebbene la narrazione conservi la tipica impronta ‘shōjo manga’, che costituisce la peculiarità più intrigante di tutti i romanzi di Banana Yoshimoto dando ai suoi racconti la profondità di un haiku, alle prime pagine di questo nuovo libro il testo potrebbe apparire fin troppo semplice, quasi banale. Forse per la semplicità e l’immediatezza del linguaggio rispetto alle problematiche trattate. O per l’approccio che ad esse riserva la protagonista. Tuttavia ‘Il dolore, le ombre, la magia’ non pecca affatto di banalità. In realtà, quest’impressione iniziale è piuttosto dovuta ai tempi narrativi molto lenti. Non c’è azione, non c’è mai tensione letteraria nemmeno nel dolore, il pathos è solo mentale. Eppure ciò non arriva a costituire un difetto.

La verità è che i personaggi di questo libro sembrano quasi dei fiori al loro dischiudersi. Quello che viene raccontato è sempre un dramma già vissuto, il cui alone si dissolve nel racconto dello stesso, come se fosse solo un’ombra, un’idea o una immagine del sé. Shizukuishi, anzi Yoshie, si muove a brevi passi tra passato e futuro nutrendosi di osservazioni minime, piccole esperienze, luci e penombre. Il lettore che vuole apprezzare l’opera deve, dunque, armarsi di una pazienza orientale e scordarsi del tipico plot di stampo occidentale. La pazienza, infatti, si rivela la virtù necessaria per il riadattamento e la scoperta, anche nel rapporto profondo con gli oggetti, come già accadeva nel ‘Regno 1’. La pazienza è la grazia fondamentale anche nel coltivare i nuovi affetti: ci vogliono rispetto, comprensione e generosità. Anche questo, in fondo, è un romanzo di formazione e la protagonista scoprirà che risparmiarsi per paura di soffrire è sbagliato: la vita immune dal dolore è solo un’illusione.

Michele De Sanctis
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LE RECENSIONI DI BLOGNOMOS: ’14 DI JEAN ECHENOZ.

JEAN ECHENOZ, ’14
Letteratura francese
Traduzione italiana di Giorgio Pinotti
Edizioni Adelphi – Collana Fabula
2014, pp. 110
isbn: 9788845929267
€ 14,00

Tra i tanti testi usciti in occasione del centenario della prima guerra mondiale, vorrei segnalare un romanzo apparso un poco in sordina, senza tanti clamori sulla stampa e interviste televisive, ma di grande interesse. Sto parlando di “14” di Jean Echenoz, pubblicato in Francia nel 2012 e in Italia alla fine del 2014 da Adelphi, ( traduzione di Giorgio Pinotti). L’ultima fatica di Echenoz è la conferma della bravura e dell’originalità di uno scrittore che già nelle precedenti prove dedicate alla vita di Maurice Ravel, Emil Zatopek e Nikola Tesla ( Ravel, 2007; Correre, 2009; Lampi,2012) ha ottenuto un notevole successo di pubblico e di critica.

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Il breve, ma denso romanzo appena uscito in Italia, ci riporta, come “ Niente di nuovo sul fronte occidentale” di E.M. Remarque, in quel territorio delle Ardenne che fu teatro di guerra e che vide morire migliaia di giovani soldati francesi in difesa della patria.
E’ il primo agosto del 1914, un sabato mattina luminoso e caldo e il contabile Anthime Sèze che ha il suo giorno libero esce in bicicletta per farsi una passeggiata e per cercare di scacciare dalla sua mente il pensiero della bella Blanche, figlia del proprietario della fabbrica di scarpe presso cui lavora sia lui che suo fratello Charles. La giovane donna, però, ad Anthime preferisce Charles, anche se con lui intrattiene una affettuosa amicizia.
Anthime è arrivato al sommo della collina dalla quale lascia vagare il suo sguardo sull’ameno paesaggio sottostante, allorché viene sorpreso da uno strano fenomeno, del tutto nuovo per lui, una specie di gibigianna che si rimanda da un campanile all’altro dei vari paesi disseminati nella pianura. Passata la prima reazione di meraviglia e sorpresa, si accorge che sono le campane che oscillando mandano lampi di luce: “ Erano in verità le campane, che si erano appena messe in movimento dall’alto delle torri e suonavano all’unisono in un disordine grave, minaccioso, schiacciante, nel quale, benché ne avesse scarsa esperienza – era troppo giovane per aver sino allora partecipato a molti funerali – Anthime ha riconosciuto d’istinto il timbro delle campane a martello, che azionano di rado e di cui gli era appena giunta l’immagine prima del suono. Visto come stava andando il mondo, le campane a martello non potevano che significare mobilitazione.”
E’ l’inizio della Grande Guerra. Nel giro di pochi giorni Anthime, prima che si potesse rendere conto di quale tragedia gli fosse capitata, si ritrova con i suoi amici di bar e di pesca Padioleau, Bossis e Ascenel, oltre a suo fratello Charles, vestito da soldato e in marcia verso il fronte di guerra. Ancora frastornato lo troviamo al suo battesimo di fuoco, tra assalti all’arma bianca, scoppi di granata, fucilate e morti che si accatastano lungo i campi in cui avanzano. Altri scontri seguiranno nei giorni e nei mesi successivi e ripiegamenti e marce forzate e soste dentro trincee maleodoranti e infestate da topi.
Per Anthime la guerra resta un evento oscuro e indecifrabile anche quando con una certa goffaggine si scaglia contro il nemico con la baionetta del fucile che penetra l’aria gelida. Anche la morte del fratello Charles, abbattuto insieme al pilota del Farman F37, mentre effettuavano un volo di ricognizione, rientra nell’assurdità della vita. Come pure gli sembra incomprensibile la morte dell’amico Bossis inchiodato a un puntello della galleria, mentre solo un attimo prima stava parlando con lui. Non meno incredibile è la sorte dell’altro suo amico Ascenel, perché, considerato, suo malgrado, un disertore, finirà i suoi giorni davanti a un plotone d’esecuzione. Padioleau, invece, resterà cieco per colpa di un gas dal profumo di geranio. Anche ad Anthime toccherà la sua dose di insensata sofferenza. Sarà colpito da una scheggia di granata, simile a una levigata ascia neolitica, che, come per regolare una questione privata con lui, va dritta contro la sua persona e gli recide di netto il braccio destro. A questo punto la guerra di Anthime durata cinquecento giorni ha fine ed egli torna al paese e al suo lavoro dentro la fabbrica. E in fabbrica ritrova Blanche che nel frattempo ha avuto una bambina, frutto della sua relazione con Charles. La capacità d’adattamento ad ogni nuova situazione che ha salvato Anthime nei giorni di guerra gli tornerà utile anche una volta dismessi i panni del soldato. Ma non voglio svelare il seguito della storia per non togliere al lettore il gusto della scoperta.
Echenoz, come si evince da queste brevi considerazioni, ha la capacità di mostrarci la tragedia della prima guerra mondiale tenendosi sempre stretto all’orizzonte visivo del suo protagonista e lasciandosi guidare dal suo candore e dalla sua innocenza. Il racconto scorre veloce, essenziale e l’autore non ha bisogno di grandi proclami, di scenari epici e grandiosi, né di retorica per farci entrare nel vivo di una tragedia immane come fu quella guerra che per la prima volta registrò l’uso di armi e tecnologia mai viste prima d’allora.
La scrittura di Echenoz è quella che potremmo chiamare minimalista e per farci entrare nel vivo della guerra gli basta descrivere nei minimi particolari il contenuto dello zaino di Anthime o l’incontro con gli animali che animano quel tragico scenario: maiali, cavalli, buoi e galline che permettono ai soldati di variare una dieta ben grama e altri animaletti che vivono addosso ai soldati e si nutrono del loro sangue e della loro sporcizia.
Insomma siamo in presenza di un bel romanzo che si legge tutto d’un fiato. Utilizzando le pagine di un diario appartenuto a un suo parente e ritrovato fortunosamente, l’autore senza clamori o enfasi ci restituisce in maniera magistrale il clima del conflitto mondiale. Il suo è un modo di raccontare ben lontano dalle testimonianze scritte in presa diretta, come possono essere quelle di Blaise Cendrars o Junker, ancora troppo coinvolte nei fatti narrati. Non ritroviamo nella sua scrittura il coinvolgimento emotivo che avvertiamo leggendo il racconto “La paura” di Federico De Roberto, o la rabbia impotente di fronte alle sofferenze dei soldati e insieme la denuncia della incapacità e del pressapochismo dei generali dell’esercito italiano, così come sono registrati nelle pagine drammatiche di “Un anno sull’altopiano” di Emilio Lussu o ancora l’umanità e il dolore che sprigionano gli episodi raccontati in “Con me e con gli alpini” di Jahier. Bisogna tener conto che sono passati cento anni da quell’evento tragico e l’approccio di Echenoz non poteva ripercorrere le vie già sperimentate da quella letteratura di guerra senza apparire falsa e di maniera. Da questa distanza e da uno sguardo così diverso e spiazzante scaturisce la forza e l’originalità del nuovo romanzo dell’autore francese.

Stefano De Sanctis
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Politiche, Diritti & Cultura

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