Perché utilizzo un vecchio computer con Linux installato

di Germano De Sanctis

Spesso mi ritrovo a partecipare a riunioni di lavoro, circondato da svariate persone in giacca e cravatta, quasi tutti con il Mac sul tavolo, accanto allo smartphone e, a volte, pure al tablet. Anzi, al dire il vero, nel corso di questi incontri, mi capita sempre più spesso ad essere uno dei pochi partecipanti che lavora ancora con un computer e, per di più, con Linux installato.
Immaginatevi lo stupore degli astanti che mi vedono poggiare in modalità silenziosa il mio smartphone al solo scopo di ricevere una telefonata (come se fosse un cellulare Nokia di vent’anni fa!) e comincio a dipanare il filo dell’obsoleto alimentatore del mio computer, per, poi, attaccarlo alla presa, incurante che i cavi che si aggroviglino sotto la sedia. Lo ammetto, non sono affatto “cool”.

Devo riconoscere che, a livello estetico, il mio antiquato (sebbene costantemente potenziato e aggiornato) netbook Asus non può competere con un Macbook, né il mio amatissimo (e sconosciutissimo) Ubuntu Phone può suscitare la medesima attenzione generata dalla vista dell’ultimo modello di un iPhone o di un Galaxy.
Tale situazione è la diretta conseguenza del fatto che, ormai, molti consumatori, acquistando un dispositivo informatico, non comprano una tecnologia, bensì vogliono comprare uno stile di vita. Proprio partendo da questa constatazione, posso dire che ha a me piace molto Linux. E mi piace nella consapevolezza dell’esistenza di tutti i problemi che comporta usare un sistema operativo libero e gratuito, che non gode del supporto incondizionato delle società produttrici di hardware e che periodicamente ha problemi di incompatibilità (a volte il wifi non funziona, altre volte manca un driver per la scheda audio, oppure il risparmio energetico non è ottimizzato etc.). A dirla tutta, l’aspetto di Linux che mi piace più in assoluto consiste nel fatto che, vista l’esiguità dei computer in vendita (peraltro, quasi solo on line) con Linux già preinstallato, per poterlo utilizzare devo scaricarmi l’immagine ISO di una sua distribuzione e la devo installare da solo, con la conseguenza che posso “cucirmi” su misura la configurazione che più si adatta alle mie esigenze contingenti.
A fronte di tali difficoltà, peraltro, superabili grazie al prezioso lavoro di supporto ai neoifiti svolto dai volontari appartenenti ai vari gruppi LUG (Linux Users Group) sparsi in tutto il mondo, Linux rende l’utente libero da ogni condizionamento, poiché non richiede l’accettazione di licenze d’uso ed installabile su qualsiasi macchina, grazie all’esistenza di decine e decine di distribuzioni prodotte da una “comunità” di sviluppatori sempre più prolifica (forse anche troppo, data l’eccessiva frammentazione che caratterizza il panorama dei sistemi operativo del pinguino).

Attualmente, Linux è il sistema operativo installato su tutti i supercomputer del mondo (nonché sulla maggioranza dei server). Inoltre, il kernel di Linux è il cuore pulsante di Android. In altri termini, il fatto che il sistema operativo del pinguino risulti essere così poco conosciuto dall’opinione pubblica non ne sminuisce affatto l’importanza, dato che esso ha ormai assunto un ruolo di assoluto rilievo nella gestione delle varie attività e dei singoli servizi della nostra vita quotidiana. Infatti, le infrastrutture informatiche (come, ad es., quelle per l’erogazione dell’elettricità, quelle fognarie, o quelle stradali), quando funzionano bene, sono date per scontate (anzi, sono invisibili), ma non per questo motivo sono meno importanti.

A ben vedere, le difficoltà di utilizzo di Linux sono un elemento irrinunciabile della sua bellezza, anzi, ne sono un aspetto fondamentale. Certamente, la sua installazione e la gestione degli eventuali problemi connessi al suo corretto funzionamento non sono una passeggiata per qualsiasi utente, ma sono proprio questi aspetti che costringono chi lo voglia usare ad apprendere gli elementi basilari della programmazione di un sistema operativo, nonché a conoscere le componenti hardware sui cui è installato.
Infatti, al contrario di Apple e Windows, Linux costringe l’utente ad abbandonare la quella dimensione di tranquillità e comodità in cui il computer decide aprioristicamente quali operazioni e/o scelte di programmazione possono essere svolte. Invece, Linux responsabilizza l’utente nell’utilizzo del suo computer, costringendolo a saperlo usare consapevolmente, anche correndo qualche rischio di “crash”. È noto che ogni grande potere genera grandi responsabilità e la gestione di “root” è indubbiamente un grande potere.
A me affascina il fatto che questa responsabilità mi costringe ad imparare sempre nuovi aspetti del linguaggio informatico. Ovviamente, sono consapevole che la riduzione della complessità del linguaggio macchina rappresenta uno dei motori dell’innovazione informatica degli ultimi decenni, poiché ha reso possibile a sempre più persone l’utilizzo di dispositivi complessi e potenti. D’altronde, proprio questo aspetto rappresenta il cuore della rivoluzione compiuta, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, da Windows e Apple, le quali hanno reso semplice l’uso di un computer, al punto da permetterne l’utilizzo a milioni di persone prive di specifiche competenze informatiche.

Tuttavia, bisogna tenere sempre a mente che questa facilità d’uso comporta un pericoloso costo intellettuale. Infatti, la eliminazione della complessità impedisce di capire come funziona il proprio computer ed, in generale, i dispositivi informatici. Oggigiorno, pochi utenti hanno la consapevolezza di come funziona il loro computer, tablet, o smartphone, o, peggio ancora, pochissimi di loro sono in grado si svolgere operazioni di riparazione.
Si tratta della negazione della cultura degli hacker, secondo la quale, invece, l’accesso ai codici sorgenti (cioè, l’ “apertura” del sistema) e la curiosità di chi usa un computer possono esplicarsi pienamente solo convivendo con la scomodità e le difficoltà di utilizzo insite in un sistema operativo dove l’utente deve “amministrare” ogni singola operazione.
Infatti, Linux, depurato dalle sue moderne e sempre più “friendly” interfacce grafiche (i c.d. desktop environment), è un sistema operativo complicato, ma, al contempo aperto e trasparente. Inoltre, esso è un sistema operativo “abilitante”, in quanto il suo utilizzo comporta un immediato aumento del proprio livello di consapevolezza da parte di ogni singolo utente. Infatti, solo grazie allo studio della riga di comando ho imparato ad usare un computer in modo consapevole, in quanto ho imparato a capirlo, smettendo di essere un utente ignaro di quello che accadeva all’interno del dispositivo che stavo utilizzando.

Pertanto, ho deciso che, per quanto mi riguarda, preferisco convivere con un minimo di scomodità, anche perché questa condizione mi permette di non irrigidirmi ed impantanarmi nella gestione di routine informatiche predefinite da altri. In altri termini, trovo ragionevole “litigare” con il mio sistema operativo, pur di non perdere l’opportunità di continuare ad apprendere sempre qualcosa di nuovo sulla sua gestione.

Bisogna ricordare che questo modo di ragionare è uno dei concetti fondamentale sui cui si è sviluppata negli anni la filosofia dell’open source, la quale prevede che l’innovazione nasce dalla felice commistione di un pizzico di sana anarchia, tanta libertà e altrettanto giustificata ambizione.
In altri termini, il modo dell’informatica non si sarebbe affatto sviluppato nel modo a cui abbiamo assistito se le innovazioni fossero state affidate solo ad un gruppo startupper esclusivamente intenzionati a fatturare milioni di dollari. D’altronde, gli stessi Mac e Windows hanno rispettivamente rinvenuto la loro base di sviluppo in un sistema sistema libero come Unix e nelle interfacce a finestre inventate (ma mai brevettate) negli straordinari laboratori dello Xeroc Park.

In conclusione, nonostante il passare degli anni e il continuo diffondersi di software sempre più “automatizzati” e chiusi, cerco ancora di rispettare lo spirito della cultura hacker, la quale è alla base della migliore tecnologia contemporanea, cioè, quella aperta, accessibile, anche se, a volte, un po’ scomoda.

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Il nuovo regolamento sugli standard dell’assistenza ospedaliera

di Germano De Sanctis

Premessa

Lo scorso 19 giugno è entrato in vigore il Decreto del Ministero della Salute 2 aprile 2015 n. 70 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 127 del 4 giugno 2015), il quale è stato emanato in attuazione dell’art. 1, comma 69, Legge 30 dicembre 2004, n. 311 e dell’art. 15, comma 13, lett. c). D.L. 6 luglio 2012, n. 95 (convertito, con modificazioni, dalla Legge 7 agosto 2012, n. 135).

Il D.M. n. 70/2015 è un complesso documento di programmazione sanitaria che introduce, mediante le disposizioni contenute nel suo allegato tecnico, una serie di importanti novità per la sanità italiana, a cui le Regioni e le strutture sanitarie dovranno adeguarsi entro il 2016.

Nello specifico, il decreto ministeriale in questione è un regolamento recante la definizione degli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera.

In altri termini, il D.M. n. 70/2015 ridisegna, sia la mappa, che l’organizzazione dell‘intera rete ospedaliera italiana. Infatti, il regolamento in tende garantire, nell’erogazione delle prestazioni sanitarie, dei livelli qualitativi appropriati e sicuri, favorendo, al contempo, una significativa riduzione dei costi, nel rispetto dei Livelli Essenziali di Assistenza (c.d. LEA). Infatti, si è in presenza di un complesso documento tecnico, che si caratterizza per l’enorme numero di previsioni finalizzate ad assicurare, su tutto il territorio nazionale, un’uniforme definizione degli standard delle strutture sanitarie dedicate all’assistenza ospedaliera.

Anzi, si può tranquillamente affermare che l’adozione del D.M. n. 70/2015 segna l’avvio della fase applicativa del processo di quel riassetto strutturale e di qualificazione della rete assistenziale ospedaliera, che rappresenta, ormai da diversi anni, una fondamentale linea programmatica del Servizio Sanitario Nazionale. In particolare, tale riassetto dovrà fornire risposte effettive alle nuove esigenze del mutato quadro di riferimento sanitario, così come delineato dalle tre principali transizioni degli ultimi decenni: l’epidemiologica, la demografica e la sociale.

Infatti, la definizione degli standard dimensionali, l’analisi dei volumi di attività e l’individuazione delle soglie minime di esito rappresentano gli strumenti essenziali per rendere effettiva la valutazione della qualità delle prestazioni, garantendo al contempo, un recupero sostanziale di risorse. Quest’ultima considerazione trova ulteriore conforto nel recente accordo raggiunto in seno alla Conferenza Stato Regioni circa un’ulteriore riduzione della dotazione finanziaria del Fondo Sanitario Nazionale e che impone, di conseguenza, una revisione sostanziale degli standard ospedalieri, al fine di garantire il contenimento della spesa e la sostenibilità del sistema sanitario.

Appare evidente che il conseguimento di simili ambiziosi obiettivi necessita della costruzione di un sistema capace di integrare rete ospedaliera con la rete dei servizi territoriali. In altri termini, il regolamento in esame intende rafforzare la missione assistenziale affidata agli ospedali, al fine di rendere possibile a ciascuna componente del Servizio Sanitario Nazionale lo svolgimento del proprio specifico ruolo di presa in carico delle persone, assicurando, al contempo, i dovuti livelli di qualità degli interventi.

Fatta questa premessa passiamo all’esame del regolamento in questione, dedicando preliminarmente qualche riga all’evoluzione storica dell’argomento in questione, al fine di meglio comprendere le novità introdotte.

Cenni storici

Sin dall’introduzione del Servizio sanitario nazionale (SSN) con la Legge 23 dicembre 1978 n. 833, il legislatore nazionale ha cercato di individuare le forme più idonee per la sua gestione, al fine di migliorare le prestazioni fornite al cittadino, nel rispetto del principio di ottimizzazione delle risorse disponibili.

Tale intento è rinvenibile anche nel successivo D.Lgs. n. 502/1992, il quale, nel riordinare la disciplina sanitaria, dedica un intero Titolo alle prestazioni in ambito sanitario.

Tuttavia, nel tempo, l’attenzione del legislatore non si è esclusivamente soffermata sulle sole strutture di erogazione dei servizi, bensì anche sulla struttura centrale ministeriale. Infatti, il D.Lgs. 30 giugno 1993 n. 266 ha riorganizzato Ministero, assegnandoli (per espressa previsione dell’articolo 1) le funzioni di programmazione sanitaria ed individuando i livelli delle prestazioni da assicurare uniformemente sul territorio nazionale, nonché il coordinamento del sistema informativo e la verifica comparativa dei costi e dei risultati conseguiti dalle singole Regioni. Infine, l’art. 5 D.Lgs. n. 266/1993 ha istituito l’Agenzia per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas), con funzione di supporto delle attività regionali, di valutazione comparativa dei costi e dei rendimenti dei servizi resi ai cittadini e di segnalazione di disfunzioni e sprechi nella gestione delle risorse personali e materiali e nelle forniture.

In seguito, il D.P.R. 14 gennaio 1997 ha individuato i criteri per l’erogazione dei servizi sanitari da parte delle varie strutture presenti sul territorio nazionale. Nello specifico, sono dettagliatamente indicati i requisiti specifici per le strutture che erogano prestazioni all’interno del SSN, suddividendoli in tre macro aree:

  1. l’assistenza specialistica in regime ambulatoriale, da erogarsi in strutture, intra o extraospedaliere, preposte all’erogazione di prestazioni sanitarie di prevenzione, diagnosi;

  2. la terapia e la riabilitazione, da svolgersi in situazioni che non richiedono ricovero neanche a ciclo diurno;

  3. il ricovero ospedaliero, a ciclo continuo e/o diurno per acuti.

Infine, merita una specifica segnalazione il D.P.C.M. del 29 novembre 2001 (in vigore dal 23 febbraio 2002), il quale ha definito i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), cioè le prestazioni e i servizi che il SSN deve fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione (il c.d. ticket). A tal proposito, si ricorda che le principali fonti normative sui LEA il D.Lgs. n. 502/1992 ss.mm.ii. e la Legge n. 405/2001.

I LEA sono organizzati in tre grandi aree:

  1. l’assistenza sanitaria collettiva in ambiente di vita e di lavoro: essa ricomprende tutte le attività di prevenzione rivolte alle collettività ed ai singoli. Nello specifico, sono ascrivibili a tale area:

    • la tutela dagli effetti dell’inquinamento;

    • la tutela dai rischi infortunistici negli ambienti di lavoro;

    • la sanità veterinaria;

    • la tutela degli alimenti;

    • la profilassi delle malattie infettive;

    • le vaccinazioni e i programmi di diagnosi precoce;

    • la medicina legale;

  2. l’assistenza distrettuale: essa ricomprende tutte le attività ed i servizi sanitari e sociosanitari diffusi capillarmente sul territorio. Nello specifico, sono ascrivibili a tale area:

    • la medicina di base;

    • l’assistenza farmaceutica;

    • la specialistica e diagnostica ambulatoriale;

    • la fornitura di protesi ai disabili;

    • i servizi domiciliari agli anziani e ai malati gravi;

    • i servizi territoriali consultoriali (consultori familiari, Sert, servizi per la salute mentale, servizi di riabilitazione per i disabili, etc.);

    • le strutture semiresidenziali e residenziali (residenze per gli anziani e i disabili, centri diurni, case famiglia e comunità terapeutiche);

  3. l’assistenza ospedaliera: essa ricomprende le seguenti attività:

    • pronto soccorso;

    • ricovero ordinario;

    • day hospital e day surgery, in strutture per la lungodegenza e la riabilitazione.

Nonostante gli sforzi operati dai singoli Governi che si sono succeduti nel tempo, per assicurare ai cittadini un’erogazione delle prestazioni sanitarie efficaci, efficienti e omogenee su tutto il territorio nazionale, i Servizi Sanitari Regionali (intesi nel loro complesso) non sono mai riusciti finora a garantire un corrispondente assetto organizzativo, al punto da giustificare la produzione da parte del legislatore nazionale di norme sulla formazione del bilancio finalizzate al contenimento delle spese ed al miglioramento delle prestazioni.

Un norma esemplificativa di tale situazione è rinvenibile nella Legge 30 dicembre 2004 n. 311 che fissa criteri e limiti per le assunzioni del personale (tuttora sostanzialmente vigente: cfr., art. 1, comma 584, Legge 23 dicembre 2014 n. 190), nonché il rispetto degli obblighi di programmazione a livello regionale, razionalizzando le reti strutturali della domanda e dell’offerta ospedaliera e garantendo l’equilibrio economico-finanziario dei singoli sistemi sanitari regionali (cfr., l’art. 1, comma 98 e comma 173, lettera d), Legge 30 dicembre 2004 n. 311).

Le novità contenute nel D.M. n. 70/2015 in materia di standard ospedalieri

Gli obiettivi.

In primo luogo, necessita evidenziare che il punto 1 dell’Allegato I individua gli obiettivi e gli ambiti di azione, sottolineando la necessità di ridurre il tasso di occupazione dei posti letto, la durata della degenza media, nonché il tasso di ospedalizzazione, che consente un aumento della produttività ed un conseguente miglioramento delle performance del SSN.

La classificazione degli ospedali.

Ai sensi del punto 2 dell’Allegato I, gli obiettivi del D.M. n. 70/2015 sono fondati sull’integrazione dei servizi offerti dalle reti dell’emergenza-urgenza, dell’ospedale e del territorio. In particolare, il punto 2 dell’Allegato I classifica gli ospedali vengono classificati in tre livelli:

  1. ospedali di base con un bacino di utenza compreso tra 80.000 e 150.000 abitanti (cfr., punto 2.2 dell’Allegato I);

  2. ospedali di I livello con un bacino di utenza compreso tra 150.000 e 300.000 abitanti (cfr., punto 2.3 dell’Allegato I);

  3. ospedali di II livello con un bacino di utenza compreso tra 3.000.000 e 1.200.000 abitanti (cfr., punto 2.4 dell’Allegato I).

Inoltre, si prevede espressamente che i singoli ospedali devono disporre, in relazione al livello di appartenenza, di unità operative di complessità e specialità crescente.

Il dimensionamento delle strutture in funzione del bacino di utenza rappresenta un aspetto molto positivo del D.M. n. 70/2015, in quanto di vincola l’individuazione della struttura sanitaria più appropriata ad un parametro oggettivo, scevro da ogni forma di discrezionalità. In tal modo, sarà possibile evitare inutili duplicazioni delle strutture, con evidenti benefici in termini di efficienza nell’utilizzo delle risorse a disposizione del Servizio Sanitario Nazionale. Al contempo, il dimensionamento delle strutture per bacino di utenza renderà oggettivamente necessaria l’attivazione di servizi e/o strutture in aree geografiche che attualmente ne risultano sguarnite.

Il rapporto posti letto per abitante.

In tale contesto organizzativo, il regolamento in esame dispone che la programmazione regionale deve attribuire le funzioni di lungodegenza e di riabilitazione entro il limite di 0,7 posti letto per mille abitanti, di cui almeno 0,2 per la lungodegenza (cfr., punto 2.6 dell’Allegato I al D.M. n. 70/2015). A tal proposito, si evidenzia che le funzioni di riabilitazione sono quelle indicate nel piano di indirizzo per la riabilitazione allegato all’Accordo Stato-Regioni del 10 febbraio 2011.

I rapporti con gli erogatori privati.

Il punto 2.5. dell’Allegato I al D.M. n. 70/2015 si sofferma sui rapporti con gli erogatori privati. Tale punto adotta un criterio vincolante di programmazione ospedaliera ed indica alle Regioni un parametro da rispettare nel conferire la dotazione dei posti letto ospedalieri accreditati ed effettivamente a carico del Servizio Sanitario Regionale.

In primo luogo, si evidenzia che il regolamento dispone che le strutture ospedaliere private devono essere accreditate, mediante la sottoscrizione di appositi accordi contrattuali annuali e in base alla programmazione regionale. Tale ultima precisazione presuppone che gli erogatori privati svolgano compiti coerenti ed integrati all’interno della rete ospedaliera.

Inoltre, sin da quest’anno, la soglia di accreditabilità non può essere inferiore a 60 posti letto per acuti ed a 40 posti letto per singole strutture facenti parte di un unico gruppo, con la sola espressa esclusione delle strutture monospecialistiche. In altri termini, siamo alla vigilia di un complesso processo di riconversione e/o fusione, finalizzato al raggiungimento di una dotazione di posti letto adeguata, con l’avvertenza che, dal 1° gennaio 2017, non sarà più possibile sottoscrivere contratti con strutture accreditate con posti letto compresi tra i 40 ed i 60 posti letto per acuti e che non siano state oggetto delle predette aggregazioni.

Gli standard minimi e massimi di strutture per singola disciplina.

Il punto 3.1 dell’Allegato I al D.M. n. 70/2015 individua le strutture di degenza e dei servizi relativi ai posti letto, nonché il tasso di ospedalizzazione. Inoltre, si precisa che l’indice di occupazione dei posti letto deve attestarsi su valori del 90% tendenziale e che la durata media della degenza per i ricoveri ordinari non deve essere superiore a 7 giorni.

Conseguentemente il regolamento in esame ha anche individuato il tasso di ospedalizzazione atteso di ricoveri appropriati, fissandolo nella misura di 160 posti letto per 1000 abitanti (di cui circa un quarto per day hospital).

Si tratta di una riduzione del fabbisogno di posti letto resasi necessaria anche in virtù del percorso che prevede, sia la conversione dei ricoveri ordinari in day hospital, che la conversione dei ricoveri in day hospital in prestazioni territoriali.

In virtù di tali parametri, il regolamento afferma, altresì, che il numero di 17,5 posti letto per struttura complessa ospedaliera risulta essere perfettamente compatibile con quanto previsto dal Comitato LEA.

I volumi e gli esiti.

Per quanto concerne i volumi e gli esiti, il punto 4 dell’Allegato I al D.M. n. 70/2015 introduce una novità normativa che ha un solo precedente rinvenibile nelle disposizioni in materia di dimensionamento dei punti nascita contenute nell’Accordo della Conferenza Stato-Regioni in sede di Conferenza Unificata del 16 dicembre 2010. Infatti, il punto 4.2. dell’Allegato I al D.M. n. 70/2015 introduce le soglie minime di volume di attività e le individua attraverso una specifica tabella.

Per di più, viene specificato che tali soglie, entro sei mesi dall’emanazione del D.M. n. 70/2015, debbano essere monitorate, ridefinite ed eventualmente implementate per volumi di attività specifici, correlati agli esiti migliori.

Questa introduzione di un rapporto tra volume di prestazioni, esiti delle cure e numerosità delle strutture risulta essere molto importante. Infatti, l’introduzione della regola seconda la quale una struttura può continuare a svolgere le sue funzioni in base al volume e agli esiti rappresenta un elemento di sicura novità, nonché di garanzia della qualità e sicurezza delle cure erogate ai cittadini su tutto il territorio nazionale.

Gli standard generali di qualità

Innanzi tutto, preme ricordare che, relativamente agli standard generali di qualità ed ai requisiti di autorizzazione e accreditamento è intervenuta la recente approvazione da parte della Conferenza Stato-Regioni dell’Intesa in materia di adempimenti relativi all’accreditamento delle strutture sanitarie (cfr., n. 32/CSR del 19 febbraio 2015).

Invece, in tema di standard organizzativi, strutturali e tecnologici, il punto 6.2 dell’Allegato I al D.M. n. 70/2015 stabilisce che il rapporto percentuale tra il numero del personale del ruolo amministrativo ed il numero totale del personale impegnato nei Presidi ospedalieri che non può superare il limite del 7%.

Le reti ospedaliere.

Il punto 8 dell’Allegato I al D.M. n. 70/2015 dedica la sua attenzione all’articolazione anche delle reti ospedaliere, istituendo le seguenti 10 reti focalizzate per patologie che integrano l’attività ospedaliera:

  1. rete infarto;

  2. rete ictus;

  3. rete traumatologica;

  4. rete neonatologica e punti nascita;

  5. rete medicine specialistiche;

  6. rete oncologica;

  7. rete pediatrica;

  8. rete trapiantologica;

  9. rete terapia del dolore;

  10. rete malattie rare.

Inoltre, nell’ambito di tali reti vengono evidenziate le reti infarto, ictus e traumatologica come le tre reti in riferimento alle quali la dimensione “tempo” assume un ruolo determinate.

La rete dell’emergenza-urgenza.

Il punto 9 dell’Allegato I al D.M. n. 70/2015 dedica la sua attenzione all’articolazione delle reti di assistenza del Servizio sanitario nazionale ed, in particolare, alla rete dell’emergenza-urgenza.

A tal proposito, il regolamento prevede che la rete ospedaliera dell’emergenza sia costituita da strutture di diversa complessità assistenziale, le quali si devono relazionare secondo il modello hub and spoke integrato con una serie di strutture articolare su quattro livelli di operatività. Tali strutture devono essere in grado di rispondere alle necessità d’intervento secondo livelli di capacità crescenti in base alla loro complessità, alle competenze del personale, nonché alle risorse disponibili.

La continuità ospedale-territorio.

Merita una particolare attenzione la lettura del punto 10 dell’Allegato I del D.M. n. 70/2015, il quale è dedicato alla continuità tra le reti dell’assistenza ospedaliera e quella del territorio. Infatti, tale punto afferma espressamente che la riorganizzazione della rete ospedaliera sarà insufficiente se, in una logica di continuità assistenziale, non verrà affrontato il tema del potenziamento delle strutture territoriali, la cui carenza, o mancata organizzazione in rete, produce forti ed immediate ripercussioni sull’utilizzo appropriato dell’ospedale.

L’ospedale di comunità.

In virtù di questa importante affermazione di principio, il punto 10.1 dell’Allegato I del D.M. n. 70/2015 qualifica il c.d. ospedale di comunità, come la struttura che può fungere da elemento d’unione tra la rete ospedaliera e quella del territorio, coerentemente con quanto espressamente previsto, sia dalla Conferenza Stato-Regioni con l’Accordo n. 36 del 13 febbraio 2013 (contenente le linee di indirizzo per la riorganizzazione del sistema di emergenza-urgenza in rapporto alla continuità assistenziale), sia dall’art. 5 del Patto per la Salute 2014-2016 (avente ad oggetto l’assistenza territoriale).

Nello specifico gli ospedali di comunità devono essere strutture capaci di erogare una serie di cure che, pur non richiedendo il ricovero nelle strutture ospedaliere ordinarie, necessitano di un livello assistenziale superiore a quello domiciliare.

Esse devono avere 15-20 posti letto, devono fare riferimento ai distretti sanitari e devono essere gestite esclusivamente da personale infermieristico.

L’assistenza medica al loro interno deve essere assicurata da medici di medicina generale, pediatri o altri medici, secondo criteri da definirsi al livello regionale.

Le modalità di attuazione del D.M. n. 70/2015

Il D.M. n. 70/2015 prevede ben dodici suoi provvedimenti attuativi, fatta eccezione delle ulteriori indicazioni attuative contenute nella sua Appendice 2.

Inoltre, la tempistica di tre provvedimenti attuativi è già oggetto di mancato rispetto.

In particolare, si evidenzia il provvedimento attuativo previsto dall’art. 1, comma 2, del D.M. n. 70/2015. Tale norme dispone che, entro il 31 dicembre 2014, le Regioni devono adottare il provvedimento generale di programmazione di riduzione della dotazione dei posti letto ospedalieri accreditati ed effettivamente a carico del Servizio Sanitario Regionale, a un livello non superiore a 3,7 posti letto per mille abitanti, comprensivi di 0,7 posti letto per la riabilitazione e la lungodegenza postacuzie, nonché i relativi provvedimenti attuativi, assicurando, al contempo, il progressivo adeguamento agli standard definiti all’interno dello stesso D.M. n. 70/2015 nel corso del triennio 2014-2016. Tuttavia, come detto in premessa, il D.M. n. 70/2015 è entrato in vigore il 19 giugno 2015 e, di conseguenza, al momento della sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, la tempistica in esame era già scaduta da quasi sei mesi.

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L’incoerenza della Francia (nucleare) che vuol salvare il pianeta boicottando la Nutella. 

  

Con i suoi 58 reattori nucleari, la Francia possiede il secondo parco al mondo di impianti energetici di questo tipo (preceduta solo dagli USA), mentre la sua quota di energia nucleare sulla produzione totale di energia elettrica corrisponde a quasi il 79%, ponendola come leader indiscusso a livello mondiale. Come noto, a differenza dei nostri cugini francesi, noi italiani abbiamo scelto fonti di energia più sostenibil. Ma per il ministro dell’Ambiente francese Ségolène Royal, il principale problema della Terra non sono gli impianti nucleari del suo Paese. Per il ministro francese, piuttosto, bisogna smettere di mangiare la Nutella per salvare il pianeta. 

  
En passant, Greenpeace ha subito precisato che la Ferrero, azienda italiana produttrice della famosa Nutella, è una delle principali aziende al mondo a sostenere il progetto del Palm Oil Innovation Group, oltre ad essere uno dei primi gruppi che è riuscito a sostituire l’olio di palma utilizzato nella sua filiera con quello certificato dalla Roundtable on Sustainable Palm Oil. Cioè per fare la Nutella nessun albero viene abbattuto per creare spazio e piantare una coltivazione intensiva di palme.

  

Diversamente, Greenpeace da anni si batte per la chiusura delle centrali nucleari d’Oltralpe. Il 18 marzo 2014, per esempio, la stessa organizzazione ecologista riuscì ad esporre su uno dei reattori dell’impianto della centrale nucleare di Fessenheim situata nell’est della Francia un enorme striscione che recitava “Stop risking Europe” (Basta mettere a rischio l’Europa). L’iniziativa era tesa a denunciare le debolezze del sistema di sicurezza degli impianti atomici. Secondo quanto riportato da TMNews, l’impianto nucleare di Fessenheim, che sorge sulle rive del Reno, ai confini con Svizzera e Germania, è considerato uno dei più vulnerabili alle attività sismiche e alle inondazioni. Un anno prima, ben 29 attivisti erano stati arrestati dalla polizia francese dopo aver fatto irruzione nella centrale nucleare francese di Tricastin, per esporre due striscioni con la scritta: “Tricastin: incidente nucleare” e “Francois Hollande: presidente della catastrofe?”. In particolare, le proteste sono mirate soprattutto alla chiusura delle centrali più antiche, non solo in Francia, ma in tutta Europa, che, considerata l’usura e l’obsolescenza dei propri impianti, sono anche le più a rischio di disastro ambientale.

  
Nonostante le promesse del presidente Hollande sulla chiusura di alcuni impianti, il parco nucleare francese è ben lontano da una sua dismissione, sia pure parziale. E nonostante il rischio ambientale rappresentato dai reattori nucleari del proprio Paese, il ministro dell’Ambiente francese si occupa, invece, degli alberi che verrebbero abbattuti da una sola azienda italiana per produrre la sua nota crema gianduia, senza, peraltro, informarsi o meno se tale azienda sia effettivamente responsabile della deforestazione mondiale, di cui – in ogni caso – sarebbero responsabili molte altre industrie (non solo alimentari), visto l’uso intensivo che dell’olio di palma viene fatto nelle catene produttive di tutto il pianeta. E salvo, poi, chiedere scusa su Twitter. In ogni caso, notiamo con disappunto che ha chiesto solo scusa, il ministro, non ha detto che si è sbagliata. Insomma, non è che abbia anche ritrattato.

  
Questo brutto episodio di politica 2.0 della peggior specie, ci lascia però supporre che il tema dell’ecologia sia stato solo strumentale a sabotare una delle poche aziende italiane più competitive a livello globale. L’economia europea in questi anni di crisi ha dimostrato come la politica dei singoli Paesi si stia facendo via via più aggressiva nei confronti dei propri partner UE: questa specie di campagna diffamatoria stroncata sul nascere non è che un piccolo esempio. E oltretutto non è che un episodio marginale tra altri ben più macroscopici. 

  
Se, infatti, per salvare il mondo dobbiamo smettere di mangiare Nutella come suggerisce la ministra francese, dobbiamo allora pensare che lasciare i profughi del Nord Africa sugli scogli, o respingerli entro i confini italiani, come fa il governo a cui lei appartiene, contribuisce a migliorarlo? E se la Nutella contribuisse davvero a distruggere il pianeta, per chi dovremmo salvarlo? Per una manica di razzisti con la ‘spocchia’ di chi si sente migliore di chi non ha avuto la fortuna di nascere nella civile ed evoluta Europa? Così civile da aver prodotto due guerre mondiali in meno di cinquant’anni? Vale davvero la pena salvare il pianeta per chi lo sta rendendo un posto peggiore?

MDS – BlogNomos

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Alla ricerca di un modello sostenibile di Servizio Sanitario Nazionale

di Germano De Sanctis

L’attuale favorevole congiuntura economica globale sta iniziando ad interessare anche i Paesi dell’Unione Europea e tale fattore macroeconomico ha immediatamente alimentato un dibattito politico e sociale molto accesso sulla ridefinizione delle politiche in materia di salute e welfare. Negli ultimi anni, la crisi ha determinato l’affermazione di un modello di Servizio Sanitario Nazionale (e Regionale) che ha cercato di garantire il proprio equilibrio finanziario perseguendo esclusivamente una mera visione ragionieristica della soluzione del problema, attraverso una lunga serie di tagli lineari alle risorse disponibili e di conseguente riduzione dei finanziamenti disponibili.
Si è trattato di una scelta resasi necessaria a causa delle ristrettezze del bilancio nazionale e che ha provocato non pochi disagi sociali, in quanto si è assistito (e si assiste) allo scontro tra due diverse opposte esigenze. Infatti, da un lato si riscontra la necessità di un’ormai ineludibile revisione della spesa sanitaria, dall’altro si rileva l’obbligo di garantire politiche programmatorie capaci di affrontare i problemi posti dal crescente invecchiamento della popolazione, dalle nuove istanze di prevenzione collettiva e dalla non più rinviabile revisione dei modelli di cura. Appare chiaro come la risposta a tutte queste istanze comporti una totale riorganizzazione della rete ospedaliera e territoriale.

Tuttavia, si è in presenza di una dicotomia solo apparentemente irrisolvibile e che ha visto un’evoluzione della filosofia con la quale si è cercato di affrontarla. Come detto, gli ultimi anni hanno inizialmente visto prevalere le logiche di intervento caratterizzate dal rigido contenimento della spesa. Infatti, nel 2012, il governo Monti ha avviato un’intesa attività di spending review, perseguendo lo scopo di realizzare una radicale revisione della spesa pubblica, entrando anche nel merito dell’utilizzo delle risorse pubbliche. L’esito fu un’immediata strategia d’intervento sulla spesa sanitaria, caratterizzata da una serie di tagli lineari, che non prevedeva, in prima istanza, alcuna riforma strutturale del sistema.

Tale politica di intervento si è esclusivamente basata sull’assunto che il Sistema Sanitario Nazionale si fosse fino a quel momento connotato esclusivamente per i suoi sprechi e per la sua spesa fuori controllo.
Questa politica di tagli ha sicuramente prodotto risultati dal punto di vista della riduzione delle risorse allocate. Difatti, recentemente, l’OCSE ha svolto un’indagine statistica sugli esiti di tale drastica riduzione della spesa sanitaria nazionale, rilevandone una diminuzione che, nel corso degli ultimi anni, l’ha vista attestarsi a circa il 9,2% del PIL. Si tratta di un dato che garantisce all’Italia una performance migliore di quella Germania (11,3%), della Francia (11,6%) e dei Paesi Bassi (11,8%).

Ciononostante, nel corso dell’ultimo biennio, è emersa chiaramente la chiara insufficienza di una politica d’intervento basata sui soli tagli lineari. Tale presa d’atto ha prodotto un cambio di filosofia, che ha spinto ad operare i tagli alla spesa sanitaria soltanto a seguito di un attento monitoraggio delle sue varie componenti. In tal modo, sono state individuate analiticamente le tipologie dei servizi erogati, le loro priorità di intervento ed il loro tasso di efficienza. Inoltre, tale metodologia ha rilevato anche l’origine di molti sprechi nell’erogazione delle prestazioni sanitarie.
A fronte di questa nuova tendenza, vi è stato recentemente un revirement, in quanto si è tornati a discutere su ulteriori tagli (diretti ed indiretti) all’ammontare del Fondo Sanitario Nazionale. In altri termini, si tratta di una nuova riduzione dell’ammontare della spesa sanitaria, operata senza dare l’adeguata attenzione all’effettiva attuazione dei principi contenuti nel “Patto per la Salute 2014-2016” e, quindi, senza introdurre nessuno dei necessari cambiamenti strutturali di cui abbisogna il Servizio Sanitario Nazionale.
Probabilmente, sarebbe più efficace l’introduzione di un omogeneo modello organizzativo del Servizio Sanitario Nazionale, capace di assicurare l’analisi, la valutazione ed il controllo dei costi sostenuti dai singoli Sistemi Sanitari Regionali.
Tuttavia, una simile capacità di misurazione necessita di un non ancora realizzato sistema unico informatico basato su un’unica banca dati e alimentato da indicatori omogenei e condivisi tra lo Stato, le Regioni e i stakeolders. Solo in tal modo, sarà possibile programmare ex ante le attività ed operare tempestive correzioni in itinere. Ovviamente, il presupposto per avviare queste attività è la sempre più necessaria realizzazione di un’infrastruttura informatica meno frammentata.
Queste ulteriori affermazioni non devono ingenerare l’errata convinzione che non sia possibile ridurre ulteriormente i costi del Servizio Sanitario Nazionale, come, ad esempio, quelli afferenti l’acquisizione di beni e servizi non prettamente sanitari. Tuttavia, bisogna essere consapevoli che la riduzione della spesa sanitaria ha raggiunto un livello tale da ridurre drasticamente la possibilità di operare ulteriori tagli di rilevanti dimensioni.
Al contempo, le future riduzioni di spesa non possono interessare l’innovazione tecnologica, ma, anzi, sarà fondamentale la previsione di risorse adeguate a suo favore, per rendere il Sistema Sanitario Nazionale capace di sfruttare i dati prodotti da un sempre più puntuale sistema informativo.

In estrema sintesi, bisogna elaborare strategie capaci di trovare un giusto equilibrio tra il contenimento della spesa sanitaria ed il mantenimento della qualità nell’erogazione dei LEA.

L’esperienza maturata in materia di controllo della spesa nelle Regioni interessate dal Piano di Rientro dimostra che le strategie adottate sono state capaci di assicurare il pareggio di bilancio, focalizzando le azioni intraprese principalmente sui fattori economici. Invece, si è finora dedicata scarsa attenzione alla riqualificazione dei singoli Sistemi Sanitari delle Regionali. Si tratta di una situazione destinata, nel medio e lungo periodo, ad ampliare ulteriormente il divario già esistente tra tali Regioni “commissariate” e quelle definite “virtuose”.
Tale situazione desta ancor più preoccupazione, se si considera che la crisi economica che da diversi anni condiziona lo sviluppo dell’intero Paese necessita di approcci innovativi e non meramente contenitivi, dovendo affrontare il problema di una spesa sanitaria che appare sovente programmata secondo parametri non più coerenti con la società e l’economia contemporanee. Pertanto, appare ormai ineludibile procedere ad una analisi critica delle politiche sanitarie nazionali e regionali finora applicate, per, poi, introdurre nel Sistema Sanitario Nazionale nuovi strumenti d’intervento capaci di assicurare livelli di assistenza adeguati, pur assicurando il raggiungimento degli obiettivi di risparmio prefissati.
In tale ottica, uno dei primi interventi da attuare è rinvenibile nell’introduzione di un unitario percorso di tutela della salute che parte dalla prevenzione, passa per la cura e si conclude con la riabilitazione. Si tratterebbe di un’importante novità, atteso che attualmente tale visione unitaria è spesso assente, comportando, da un punto di vista squisitamente finanziario, l’assenza di sempre più necessarie sinergie e determinando, da un punto di vista di tutela dei pazienti, risposte insufficienti ed incoerenti alle esigenze di cura.

Ovviamente, l’attuazione di una strategia così complessa ed innovativa necessita anche di un completo ripensamento dell’intero sistema sanitario e di welfare, creando un percorso di tutela della persona che non si limiti ad intervenire in un’ottica meramente finalizzata alla cura delle patologie nel momento della loro fase acuta, ma che si dimostri capace, sia di attuare politiche di prevenzione, sia di assicurare un sistema efficace di cure domiciliari. Solo in questo modo, sarà possibile abbattere il sempre troppo elevato tasso di ospedalizzazione delle persone malate. Ovviamente, un simile obiettivo impone un radicale cambiamento culturale da parte di tutti gli operatori del Servizio Sanitario Nazionale.

L’importanza di un mutamento dell’approccio culturale appare evidente se si considera il fatto cherecente taglio di 4 miliardi imposto dalla legge di stabilità 2015 alle Regioni inciderà necessariamente sulla politica sanitaria locale, con particolare riferimento sull’erogazione dei LEA. Un’eventuale permanere di vecchie logiche d’intervento comporterà un sicuro depauperamento della qualità dell’assistenza sanitaria, atteso che i citati tagli alla spesa sanitaria hanno, ormai, ridotto all’osso i possibili ulteriori margini di riduzione della spesa medesima intesa in termini esclusivamente economici.
In altri termini, a fronte dei ridotti margini di un’ulteriore riqualificazione dell’assetto finanziario, sussistono ancora ampi spazi di miglioramento in termini di riqualificazione e riorganizzazione del Sistema, Sanitario Nazionale, sia relativamente ai servizi erogati da parte del settore pubblico, che da quello privato profit.

È bene precisare che l’innovazione di cui stiamo parlando, non può limitarsi ai processi clinici, ma deve coinvolgere tutti gli atti programmatori. Infatti, un sistema sanitario efficace, di qualità e coerente con gli attuali tempi di crisi non può limitarsi al rinnovamento di macchinari e tecnologie, ma deve spingersi fino ad un completo mutamento delle modalità di cura delle persone, favorendo sempre di più la prevenzione e la medicina del territorio e ricorrendo all’ospedale soltanto quando esso sarà veramente necessario.
Coerentemente con tali asserzioni, il Patto per la Salute 2014-2016 ha previsto una serie di attività condivise tra Governo e Regioni che mirano alla produzione di risparmi capaci di concorrere alla creazione di un Servizio Sanitario Nazionale efficiente, efficace e improntato ad appropriatezza ed equità.
In particolare, il Patto per la Salute 2014-2016 mira alla completa riorganizzazione del sistema, al fine di assicurare uniformità e omogeneità nell’erogazione dei servizi. Purtroppo, a fronte di una simile e chiara prescrizione descrittiva, l’attuazione di tali principi è condizionata da tempi dilatati, anche e soprattutto per la complessità e la numerosità degli impegni assunti.

Pertanto, sebbene gli effetti del predetto cambiamento culturale saranno valutabili soltanto nel medio e lungo periodo, è necessario procedere subito in tale direzione, altrimenti sarà impossibile abbandonare la logica dei meri tagli lineari, per dedicarsi alla creazione di un nuovo modello sostenibile di Servizio Sanitario Nazionale, capace di garantire l’effettiva congruità ed adeguatezza delle risorse ad esso assegnate.
Infatti, per garantire ai cittadini interventi sanitari misurabili in termini di benefici associati a costi sostenuti, sarà necessario procedere ad un complessivo ripensamento del vigente modello di Servizio Sanitario Nazionale anche sotto il profilo della riforma delle sue leggi istitutive e dell’introduzione di un’attività programmatoria a lungo termine capace di garantire ai cittadini livelli di assistenza maggiori e coerenti con le nuove esigenze dettate dalla società contemporanea, la quale è caratterizzata dal basso tasso di natalità infantile e dal contemporaneo crescente invecchiamento delle popolazione.

Ovviamente, tale nuovo modello sostenibile di Servizio Sanitario Nazionale comporterà l’introduzione di un un diverso e più moderno metodo di ripartizione delle risorse alle singoli Regioni. Sebbene il diritto alla salute sia economicamente condizionato dai ridotti margini del bilancio statale, ogni istituzione pubblica pubblica preposta alla tutela di questo diritto dovrà adoperarsi per evitare che tale condizionamento interessi i cittadini in modo differenziato in relazione al loro luogo di residenza ed incrementando, in tal modo, un ulteriore disequilibrio tra i singoli territori.
Appare evidente che si tratta di una sfida cruciale per il futuro del nostro Paese, a causa delle sue evidenti ricadute sociali.

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The working hard sense

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LA POCHEZZA DELLA TV GENERALISTA CHE ANTONIO RICCI HA VOLUTO RICORDARCI A TUTTI I COSTI. 

Dopo il fantomatico scoop della trasmissione Mediaset ‘Striscia la Notizia’ ai danni di ‘Masterchef Italia’ in onda su Sky Uno, abbiamo fatto qualche riflessione su una certa televisione. E siccome qui ci occupiamo anche di cultura, in questo momento per noi cultura è sconsigliarvi caldamente alcuni programmi. Qualunque trasmissione di Antonio Ricci, per esempio, nuoce gravemente al vostro bagaglio culturale e alla vostra capacità di critica. Analizziamo questa notizia di cronaca e vediamo come e perché vi danneggia. 



Striscia svela l’inganno. Quale poi non si capisce: il programma è registrato e lo sanno tutti. Se lo scoop, poi, era sulla professione del secondo classificato, un controllo in più prima di spoilerare eviterebbe le querele. Ma tant’è. Diversamente non sarebbe Striscia. Diversamente si potrebbe fare spazio a programmazioni più fresche. Ma a decidere non siamo noi. Noi al massimo possiamo scegliere di non guardare certe trasmissioni. E infatti…Solo che certe trasmissioni (quando sono alla frutta) fanno di tutto per far parlare di sé. Un po’ come la mosca che ti si avvicina all’orecchio e che non riesci ad uccidere. Arriva però il giorno che la chiudi fuori dalla finestra e magari è già autunno inoltrato e la mosca morirà da sola.



La domanda, quindi, non è perché l’ha fatto né che ci guadagna? È chiaro che Ricci ci guadagna in termini di pubblicità, perché la puntata di ieri porterà nelle prossime ore un po’ di notorietà a un programma vecchio e stantio ormai ridotto a parlare dei programmi Sky, pur di destare interesse. Anche perché quelli Mediaset fanno gracidare le rane solo per gli alzabandiera di Rocco Siffredi e le beghe familiari di Mara Venier e Simona Ventura. La domanda magari è fino a quando riuscirà ancora a guadagnarci? Un’altra domanda poi è questa: siamo sicuri che Sky sia stata realmente danneggiata? Quanti di noi vedranno comunque la finale? Io credo quasi tutti e anche i non aficionados. Striscia, infatti, ha fatto un regalone a quelli di Sky Uno – la stagione di Masterchef che sta per concludersi è stata un po’ moscia (io l’ho vista) e questo scoop era proprio ciò che ci voleva per tenersi buoni gli sponsor. Solo che probabilmente non era questo l’effetto sperato.



Striscia si dimostra ancora una volta trasmissione d’elezione dell’italiota meschino e poco titolato che spara a zero contro chi è migliore di lui, senza tuttavia fare nulla per cercare di elevarsi dal suo stato primordiale. E nello strillare contro il competitor, gli ha fatto il più grande regalo che potesse confezionare. Il punto drammatico è che nel caso di Ricci lo stato primordiale è una televisione da tubo catodico che ride ancora degli scivoloni altrui, lancia tormentoni stagionali, crea l’immaginario erotico dell’uomo medio con donne maggioratissime, smutandate e quasi sempre fidanzate a un calciatore di serie A che conduce una vita da sogno. Solo che l’uomo medio che si eccita con il calendario della Canalis è in via di estinzione. Non perché si sia evoluto, ma perché si è evoluto il mondo intorno a lui. Può creare il suo immaginario erotico direttamente col porno gratuito offerto da Youporn, ridere delle papere uploadate su YouTube (utilizzate anche da Paperissima Sprint) ed appassionarsi perfino a tormentoni asiatici al ritmo di Gangnam Style. 



Tuttavia, in prima battuta non sono rimasti tutti contenti. A conti fatti, in questa truffa mediatica c’è un grande sconfitto, che in queste ore, grazie ai social network, sta esternando il proprio disprezzo per Striscia e lo scontento dovuto alle informazioni che la trasmissione ha voluto a tutti i costi diffondere. A perdere, infatti, è il pubblico di Sky che paga un abbonamento mensile. E non certo per seguire la puntata nella speranza di una smentita che non arriverà, ma per il gusto di sapere se il cuoco per cui tifa ce la farà o meno. Se non è sacro il divieto di spoilerare una serie TV, sono sacri, invece, i soldi degli abbonati Sky spesi per seguire quella serie in anteprima. Senza che una triste trasmissione intervenga a rovinare il loro divertimento di telespettatori appagati. Ricci non è un genio che sfata il mito e svela ciò che non dovrebbe svelarsi, come fa ogni anno da 20 anni per Sanremo, tanto che ormai è una tradizione noiosa quanto il festival, ma uno che ieri sera, nemmeno troppo tra le righe, ha trattato i clienti Sky come scimmie paganti, come dei perfetti imbecilli da poter beffare in virtù di uno pseudo scoop. Come ha sempre fatto. Attaccando le prede facili (mettendole alla gogna) e facendo ‘giornalismo’ da parrucchiera commentato dai peggiori avventori del bar dello sport. Il tutto farcito con una velina che fa la spaccata, un’altra che si china e mostra mezzo seno, un tenerissimo cagnolino quando c’è la Hunziker e un Gabibbo più insulso del Tenerone e meno intelligente di As Fidanken. A conti fatti, tuttavia, a perderci è anche il pubblico di Canale 5, aizzato come fanno i capipopolo con le masse. E trattato come un organismo privo di raziocinio. 



Ecco perché, nonostante i costi (e la crisi) i clienti Sky continuano a crescere. Ecco perché uno passa a Sky e su certi canali non ci finisce più neppure per sbaglio. Per disperazione! Per non assistere oltre alla quotidiana mediocrità della TV generalista offerta da Mediaset e anche dalla Rai oltreché da tutti gli altri tristi canali free del digitale terrestre. E – si spera – per scordarsi di Antonio Ricci una volta su tutte e ignorare a vita i suoi programmi fatti di tette, culi, gaffe, tapiri e sfottò. E dei fuori onda che propone dagli anni ’90 e dei suoi soliti scoop degni dell’astuta asta del Drive In. Ma soprattutto delle denunce degli inviati di Striscia, connotate tutte da una coerenza di fibra scilipotiana e razziana persistenza nel puntare il dito facendosi i cazzi degli altri fintantoché ciò sia funzionale a farsi i propri. Cioè quelli del padrone. Nessuno si chiede com’è che sulla graticola di Striscia in quasi 30 anni di J’accuse, Berlusconi (condannato con sentenza passata in giudicato) non c’è mai finito? E se per salvare le forme ogni tanto c’è stata la rubrica del Cavaliere Mascarato, perché l’ex cavaliere non è stato mai veramente affidato alla gogna mediatica, vale a dire al pubblico ludibrio riservato a tutti gli altri? Com’è?

A.S. – BlogNomos 

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FISCO: ARRIVA LA CERTIFICAZIONE UNICA CHE SOSTITUIRÀ IL CUD PER DIPENDENTI E PENSIONATI.

Partirà oggi, 2 marzo 2015, la nuova certificazione unica, che dipendenti, altri lavoratori assimilati e pensionati riceveranno al posto del Cud. Scade, infatti, il 2 marzo il termine entro cui i datori di lavoro e gli enti previdenziali in qualità di sostituti d’imposta (es.: INAIL per il periodo in cui il lavoratore è stato in infortunio) devono predisporre il nuovo modello di certificazione. Non si tratta, in verità, di un termine ordinatorio (alla scadenza, se i nuovi modelli non saranno ancora messi a disposizione dei lavoratori, non verranno irrogate sanzioni). Pertanto, se non oggi, la nuova certificazione unica potrebbe arrivare anche nei prossimi giorni e, comunque, entro lunedì prossimo, almeno per i lavoratori dipendenti. 

Le novità rispetto al Cud degli anni scorsi sono tre. La prima è costituita dal fatto che la certificazione unica non interesserà più soltanto dipendenti, assimilati e pensionati ma altresì i lavoratori autonomi o coloro i quali abbiano percepito redditi diversi e provvigioni. Ciò spiega perché non si chiami più Cud (certificazione unica dipendenti) ma solo certificazione unica (Cu).

Nella nuova certificazione unica, inoltre, verrà fornito un maggior numero di informazioni rispetto al vecchio Cud. Infatti, nei propri dati fiscali i contribuenti troveranno anche un prospetto con notizie relative ai familiari a carico, funzionale all’attribuzione delle relative detrazioni, in cui devono essere indicate tutte le informazioni che implichino l’eventuale riconoscimento di particolari benefici: come la presenza di un figlio disabile, per esempio, o il primo figlio che sostituisce il coniuge mancante, oppure la vivenza a carico di figli minori di tre anni. Per ogni persona verranno indicati codice fiscale, numero dei mesi a carico, percentuale di detrazione ed eventuale detrazione al 100% in caso di affidamento dei figli. Nell’ultimo rigo del prospetto c’è, infine, una casella relativa alle famiglie numerose, che riporterà la quota di detrazione spettante. Per quanto riguarda i lavoratori dipendenti con redditi fino a 26mila euro, cioè quelli che hanno diritto al bonus DL 66/2014, questi ultimi si ritroveranno nella certificazione unica anche un’apposita sezione relativa al bonus di 80 euro in busta paga.



Terza novità è che entro lunedì 9 marzo (la scadenza del 7 marzo cade, infatti, di sabato) i sostituti d’imposta dovranno inviare la certificazione unica anche all’Agenzia delle Entrate. La nuova certificazione unica, infatti, costituirà la base dati del 730 precompilato che da quest’anno sarà messo a disposizione di 20 milioni di italiani circa. Vero è che i termini per l’invio all’AE varieranno a seconda del tipo di reddito. Solo le certificazioni che interessano il 730 dovranno rispettare la scadenza del 9 marzo, mentre quelle con redditi non dichiarabili con il modello 730 oppure esenti potranno essere inviate anche dopo il termine senza peraltro incorrere in eventuali sanzioni. Ciò vuol dire che i sostituti d’imposta per i lavoratori autonomi soggetti a partita Iva potranno non rispettare la scadenza del 9 marzo per l’invio telematico della certificazione unica, senza vedersi applicare alcuna sanzione. 

Da ultimo ricordiamo che ammonta a 100 euro l’importo della sanzione a carico dei sostituti d’imposta per ogni certificazione omessa o errata.

MDS – BlogNomos

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EVASIONE: LA CRISI NON BASTA A GIUSTIFICARE LO STATO DI NECESSITÀ.

Se solo qualche mese fa, la terza Sezione penale della Suprema Corte di Cassazione (sent. n. 40394 del 30 settembre 2014) aveva annullato la condanna di un imprenditore catanese per il mancato versamento dell’Iva rimandando tutto all’Appello, ora, sempre per la Terza Sezione, l’imprenditore deve pagare le tasse, anche nel caso in cui vanti crediti dallo Stato. Anche di fronte all’evenienza in cui questi abbia onorato i crediti vantati nei suoi confronti dal personale dipendente.

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Negli ultimi anni abbiamo assistito allo sviluppo di un filone interpretativo di natura giurisprudenziale, ad opera dei giudici di merito e ancor di più della Cassazione, in base al quale nel giudizio di evasione perpetrata da un imprenditore andasse valutata la specifica situazione che porta il soggetto ad evadere. Spesso, infatti, sempre più spesso, anzi, ricorre l’ipotesi in cui l’imprenditore pur sapendo di dover pagare, non lo fa perchè materialmente obbligato a scegliere tra gli stipendi dei propri dipendenti e il fisco. A mancare, secondo quest’orientamento, sarebbe quello che, per la teoria generale del reato, è l’elemento psicologico del reato, vale a dire l’elemento soggettivo. Il processo penale, infatti, impone di valutare e provare la volontarietà della commissione del delitto (o dell’omissione come in questo caso), volontarietà che evidentemente finora, in questa particolare fattispecie, per il giudice non sussisteva a causa della crisi finanziaria, per cui l’imprenditore si trovava in difficoltà anche in conseguenza di condotte di terzi inadempienti nei suoi confronti, primo fra tutti lo Stato.

CRISI: PROSEGUE BOOM FALLIMENTI, 3.000 PRIMO TRIMESTRE

Sostanzialmente, sono tre i motivi di illiquidità che la giurisprudenza ha finora ritenuto validi:
1) l’avere ritenuto di privilegiare il pagamento delle retribuzioni ai dipendenti per evitare licenziamenti;
2) l’aver dovuto pagare i debiti ai fornitori, per scongiurare richieste di fallimento della società;
3) la mancata riscossione di crediti vantati e documentati, spesso nei confronti dello Stato per appalti pubblici.

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Tuttavia, con la sentenza n. 52038 del 15/12/2014, la Cassazione ha mostrato una netta inversione di tendenza, ritenendo impossibile invocare l’esimente dalla fattispecie penale in caso di illiquidità. In tale pronuncia, infatti, nessuna delle tre situazioni appena richiamate, anche se provata può può far riconoscere lo stato di necessità che conduce all’impunibilità. Non lo è, in primis la scelta di pagare in via preferenziale i lavoratori. Sul punto la Suprema Corte di Cassazione ricorda, anzi, che lo stato di necessità previsto dall’art. 54 c.p. esclude la sanzione per chi ha commesso il fatto costretto dalla necessità di salvare se stesso o altri dal pericolo serio attuale e concreto di un danno grave alla persona. Ed è perciò da escludere che la perdita del diritto al lavoro, di cui pure è riconosciuta l’importanza, possa essere annoverata tra i casi di danno grave alla persona, riferiti invece solo «ai beni morali e materiali che costituiscono l’essenza stessa dell’essere umano». Non costituisce esimente neppure il rischio di fallimento dell’impresa, che, sostiene la Cassazione, può essere chiesto anche dall’Erario, oltreché dai creditori. E non lo è, infine, il credito non riscosso, sia pure quello vantato nei confronti dello Stato perché, come evidenzia la Suprema Corte, è la legge a stabilire nel dettaglio in che modo stabilire la compensazione del debito tributario, escludendo la facoltà di scelta in capo al contribuente.

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Se, dunque, adesso per la Cassazione pagare gli stipendi piuttosto che le tasse non esime dalla condanna per evasione e se la circostanza di salvare intere famiglie, spesso monoreddito, dalla miseria non costituisce stato di necessità, c’è da porsi più di una domanda sull’eticità di uno Stato che condanna per evasione e che, nel contempo, non onora tempestivamente i propri debiti. L’etica, infatti, non è concetto avulso dalla legge né dalla sua applicazione. C’è da chiedersi allora se sia di diritto quello Stato che nega il danno grave alla persona conseguente alla perdita del posto di lavoro. Il primo articolo della Costituzione stabilisce che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, non sulla contribuzione. Ma uno Stato che richiede il sacrificio costante dei suoi cittadini per la propria sopravvivenza, per un bene superiore, non si è già trasformato nella società di Moloch?

MDS
BlogNomos

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LE RECENSIONI DI BLOGNOMOS: “SOTTOMISSIONE” DI MICHEL HOUELLEBECQ.

Marchio: Bompiani
Collana: LETTERATURA STRANIERA
Prezzo: 17.50 €
Pagine: 256
EAN: 9788845278709
Formato libro: 21 x 15
Tipologia: BROSSURA

“Sottomissione” di Michel Houellebecq è un libro molto particolare e destinato a far discutere di sé. Uscito in Francia il 7 gennaio, cioè il giorno del massacro alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo e nel supermercato casher da parte di estremistri islamici, il romanzo che prefigura un processo di islamizzazione della Francia ha destato un’enorme impressione. E l’autore per timore di rappresaglie si è sottratto alla presentazione della sua opera in un pubblico dibattito televisivo previsto per quello stesso giorno.

“Sottomissione”, complice una ben orchestrata campagna pubblicitaria, rischia, così, di essere giudicato, per motivi più attinenti alla cronaca recente, piuttosto che per il suo specifico letterario.

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Nel romanzo si ipotizza l’affermazione del partito della Fratellanza Musulmana nelle elezioni presidenziali del 2022 in Francia, dopo il secondo disastroso mandato di Hollande. Siamo in un Paese spaventato dalle spinte xenofobe del Fronte Nationale di Marine Le Pen e sfiduciato dalla pochezza dei partiti tradizionali. Il partito filo islamico è capeggiato da Mohammed Ben Allas, brillante e accorto uomo politico che ha avuto la capacità di convincere, con la sua proposta di islamizzazione della società francese, anche una sinistra sfiduciata che però non può riconoscersi nell’estremismo lepeniano e le forze moderate che non sanno come uscire da una crisi politica così devastante. Ma la crisi che attraversa tutti i vecchi partiti della Francia è anche la crisi della società francese e di tutta l’Europa che vede sbiadire i vecchi valori dell’Illuminismo e non si riconosce più in un cattolicesimo sempre più stanco.

Il racconto di questo mutamento epocale è affidato a protagonista del romanzo: François, un quarantenne in crisi fisica e morale, docente universitario, studioso del decadente Huysmans (e nel corso del romanzo avremo modo di apprezzare i suoi pensieri originali sull’autore tardo ottocentesco e soprattutto sul suo romanzo più noto “ Controcorrente”), che perderà la cattedra, ma a seguito della sua conversione all’Islam, tornerà ad insegnare.

Come appare evidente da queste note siamo in presenza di tre filoni nel romanzo: il processo di islamizzazione della società francese che assume l’aspetto di un pamphlet fantapolitico, la crisi di valori di François e la sua spietata analisi di una società senza amore e senza Dio in cui contano solo il denaro e il sesso sfrenato a cui pure il professore si abbandona ma sempre con più stanchezza e disagio, con la convinzione ormai che non ritroverà il proprio equilibrio attraverso il piacere del corpo. E, infine le acute analisi dedicate alla figura di Huysmans e che forse rappresentano la parte più viva ed originale del romanzo.

Il processo di islamizzazione della Francia serve a Houellebecq per descrivere alcuni aspetti della società contemporanea. La decadenza, l’amoralità, l’aridità e la spinta compulsiva a soddisfare i propri desideri. L’Occidente di Houellebecq è un mondo senza nessuna pietà in cui l’unica legge è quella del mercato. La crisi dei valori fondanti della società occidentale porta lo scrittore alla convinzione che solo l’Islam potrà salvare questa parte di mondo. Né la destra con la sua ideologia debole, né la sinistra con il suo lassismo, né il cristianesimo le cui idee gli appaiono troppo secolarizzate possono essere una valida risposta al bisogno di sicurezza e trascendenza dell’uomo contemporaneo. Se il percorso di Huysmans, deluso da tutto, sarà dal decadentismo al cristianesimo, quello di Houellebecq muove dal nichilismo per approdare a un Islam moderato i cui valori possono convivere con quelli fondanti della società occidentale. Un percorso che ci lascia perplessi perché in altre sue opere, e soprattutto in “Territorio” Houellebecq aveva sempre scritto parole non proprio benevoli contro il fondamentalismo islamico. Ma lo scrittore giustifica questo suo cambiamento di rotta dicendo che la lettura del Corano gli ha mostrato con grande evidenza come quei valori che prima gli sembravano così distanti da lui ora gli sembrano conciliabili con la nostra società e in grado di rivivificarla. Insomma l’Europa non ha più bisogno di un cattolicesimo troppo secolarizzato, né di un laicismo troppo relativista, ma di una religione come quella dell’Islam che offre ancora una dimensione politica di cui ha bisogno per sopravvivere. Una visione totalizzante e totalitaria della religione da cui l’Occidente si è emancipato attraverso l’affermazione della coscienza individuale di Lutero, “l’io penso” di Cartesio e tutte le acquisizioni della separazione fra religione e politica operate dall’Illuminismo e che, a fatica e dopo secoli di contrasti e resistenza, finalmente il cattolicesimo ha fatto suo. Quella che nell’opinione corrente rappresenta la svolta positiva della Chiesa cattolica cioè la sua pacifica convivenza col laicismo, per lo scrittore francese ne segna il limite e l’arretratezza culturale. E’ una posizione veramente difficile da comprendere. Allora ci appare più percorribile la proposta di Camus, un autore che Houellebecq tiene sempre presente nella sua opera e con cui interloquisce anche per contrasto, che di fronte all’assurdità dell’esistenza individua nella solidarietà tra gli uomini uno sbocco positivo. Ma questo punto potremmo citare tanti scrittori e intellettuali, da Thomas Mann a Marcuse ad Adorno, per fare solo qualche nome, che di fronte alla crisi della società contemporanea cercano soluzioni, seppure non sempre convincenti, ma comunque sempre dentro l’alveo di un pensiero come quello occidentale profondamente segnato dalla cultura greco-latina, dall’Illuminismo e dalla religione cattolica.

A conclusione di questa breve analisi di “Sottomissione” ci sentiamo di dire che il brillante e caustico scrittore francese ancora una volta attraverso una sapiente e ben orchestrata scrittura ha dato vita a un’opera che nel suo proposito è destinata fare scandalo, ma che in realtà appare non all’altezza delle sue precedenti prove migliori. Innanzi tutto le tre parti: quella fantapolitica, quella più propriamente esistenziale del protagonista e quella dedicata alla critica dell’opera di Huysmans non sempre sono ben amalgamate tra loro, sebbene l’autore è molto abile nel ricucire, con la ben nota sua capacità di scrittura fluida e urticante le cesure da un filone all’altro. Inoltre c’è da dire che il pamphet fantapolitico è francamente improbabile in una realtà così complessa e articolata come l”Europa. Invece, il resoconto esistenziale del protagonista, un intellettuale in crisi d’identità che trova nel sesso, praticato sempre più stancamente con le proprie allieve, il modo per sopravvivere, è un tema già ampiamente illustrato da Philip Roth nei suoi romanzi e quindi non è una novità e le acute osservazioni su “Controcorrente” sebbene ricco di spunti originali, poteva, come giustamente dice Baricco, nella sua recensione del 20 gennaio 2015 su Repubblica, dare vita a un saggio critico a sè stante. Ma da un po’ di tempo c’è questo vezzo tra gli scrittori contemporanei di mischiare saggio storico, saggio letterario, critica sociale e realtà romanzesca in opere che non rispettano più i confine del genere e che rendono anche difficile capire quanto è attribuibile direttamente al pensiero dell’autore e quanto invece è solo funzionale alla definizione del protagonista del romanzo e dell’ambiente rappresentato.

Stefano De Sanctis
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INCIDENTI STRADALI: ECCO L’APP PER LA CONSTATAZIONE AMICHEVOLE.

La società si evolve sempre più velocemente, il web 2.0 non è più il futuro, ma una realtà con cui ci misuriamo ogni giorno. Perfino adesso, mentre leggete questo post condiviso su un social network dalla piattaforma di WordPress, avete la possibilità di interagire con altri lettori o con lo stesso autore dell’articolo. Siamo talmente dentro questa rete che ci avvolge da risultare tutti – chi più chi meno – interconnessi, anche chi ne farebbe volentieri a meno: la dimensione social non riguarda solo il diario di Facebook o il profilo Twitter, né le foto condivise su Instagram o i video uploadati su YouTube. Il web 2.0 è penetrato un po’ dappertutto: condividiamo informazioni di ogni genere e in ogni modo, interagendo con altri internauti a volte quasi inconsapevolmente, con una semplice pressione del dito sul display del nostro smartphone. Così come accade, ad esempio, quando utilizziamo un’app per la navigazione, come (ne cito una tra le principali, perché è quella che personalmente uso più spesso) può essere Waze, che non solo consente l’accesso dal nostro profilo Facebook, ma, soprattutto, permette la condivisione di notizie con gli altri utenti. Prima fra tutte la segnalazione degli autovelox.

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Ecco, pensiamo alle implicazioni che il web offre in un luogo ‘aperto’ e ‘reale’ come la strada. Se, infatti, la strada, con le app per la guida assistita, è già approdata nel web 2.0, perché non sfruttare tutte le altre possibilità che la tecnologia offre agli automobilisti? Perché limitarsi solo alla navigazione, quando lo smartphone potrebbe essere impiegato nei modi più diversi? E non mi riferisco solo al pagamento del pedaggio in autostrada. Quante volte vi è capitato di rimanere coinvolti in un sinistro stradale o di assistervi e di utilizzare la fotocamera del telefono per immortalare i danni sui veicoli e la posizione degli stessi al momento dello stesso? E quante volte avreste voluto compilare il CID, ma né voi né la controparte avevate un modulo disponibile a bordo del veicolo? O, pur avendolo, non sapevate come compilarlo? Ebbene, quello della constatazione amichevole di incidente non è più un problema. Lo resta, è vero, il sinistro e sarebbe bello che qualcuno inventasse un’app per evitarne, ma visto che non è ancora possibile, vediamo come, per il momento, il nostro prezioso smartphone può esserci d’aiuto in simili circostanze.

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Per esempio, grazie ad un’applicazione di nuova generazione possiamo, già da adesso, evitare i classici moduli cartacei in copia carbone, inviare comodamente al nostro assicuratore le immagini della dinamica del sinistro ed avere, peraltro, una guida costante per conoscere i cosiddetti ‘punti neri’, ossia quelle zone più pericolose lungo il tratto di strada che stiamo percorrendo. L’app in questione si chiama Sa Free ed è disponibile per il download gratuito sia in AppStore che su Google Play. Una volta terminata la compilazione dei dati e della dinamica dell’incidente, l’app consente di spedirli con un semplice clic alla propria compagnia assicurativa, tra l’altro risparmiando agli operatori degli uffici sinistri quell’attività di decifrazione/interpretazione dei nostri geroglifici, cui per necessità sono abituati da sempre, o meglio rassegnati. Sa Free è stata realizzata da ‘Sicurezza e Ambiente’, una delle maggiori aziende in Italia specializzate nel servizio di ripristino ed è offerta gratuitamente proprio per raggiungere il più ampio numero di automobilisti.

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Addio, dunque, ai vecchi fogli gialli e azzurri e, grazie alla fotocamera dello smartphone, addio, forse, anche a quella vecchia pratica di italico conio, che, in frode alle assicurazioni, mirava, talora con la complicità del carrozziere, a gonfiare i danni del veicolo. Già, perché, come si accennava poc’anzi, con Sa Free, attraverso la compilazione del modulo ‘Ispezione veicolo’, si potranno fornire alla compagnia assicurativa le foto e le condizioni del veicolo, usufruendo, peraltro, in vista del rinnovo della polizza, di uno sconto sul premio. I dati immessi nell’app saranno immediatamente visualizzabili e fruibili nella sezione dedicata del portale di ‘Sicurezza e Ambiente’, garantendo, così, la certificazione del mittente e il momento della compilazione.

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Sempre per tale fine, la stessa azienda ‘Sicurezza e Ambiente’ lancerà a breve sul mercato un nuovo tipo di scatola nera, che verrà chiamata ‘Memory Box plus’: una sorta di cervellone elettronico operativo anche in assenza di segnale Gps, grazie ad una semplice Sim card, che potrà ricostruire ogni movimento del veicolo, senza lasciare dubbi sulla traiettoria dell’incidente, contribuendo a ridurre la piaga della frode assicurativa, il cui costo sociale, è bene ribadirlo, è sostenuto dalle persone oneste, a fronte dell’innalzamento dei costi delle assicurazioni per RCA.

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Si spera che la novità possa avere un’ampia diffusione, in un Paese come il nostro dall’elevato numero di sinistri. Solo nel 2013 sono stati 182.700 gli incidenti con lesioni a persone. Il numero dei morti è stato di 3.400, mentre i feriti sono stati 259.500. Il tutto con costi a carico della collettività elevatissimi.

MDS
Redazione
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Politiche, Diritti & Cultura

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