Perché utilizzo un vecchio computer con Linux installato

di Germano De Sanctis

Spesso mi ritrovo a partecipare a riunioni di lavoro, circondato da svariate persone in giacca e cravatta, quasi tutti con il Mac sul tavolo, accanto allo smartphone e, a volte, pure al tablet. Anzi, al dire il vero, nel corso di questi incontri, mi capita sempre più spesso ad essere uno dei pochi partecipanti che lavora ancora con un computer e, per di più, con Linux installato.
Immaginatevi lo stupore degli astanti che mi vedono poggiare in modalità silenziosa il mio smartphone al solo scopo di ricevere una telefonata (come se fosse un cellulare Nokia di vent’anni fa!) e comincio a dipanare il filo dell’obsoleto alimentatore del mio computer, per, poi, attaccarlo alla presa, incurante che i cavi che si aggroviglino sotto la sedia. Lo ammetto, non sono affatto “cool”.

Devo riconoscere che, a livello estetico, il mio antiquato (sebbene costantemente potenziato e aggiornato) netbook Asus non può competere con un Macbook, né il mio amatissimo (e sconosciutissimo) Ubuntu Phone può suscitare la medesima attenzione generata dalla vista dell’ultimo modello di un iPhone o di un Galaxy.
Tale situazione è la diretta conseguenza del fatto che, ormai, molti consumatori, acquistando un dispositivo informatico, non comprano una tecnologia, bensì vogliono comprare uno stile di vita. Proprio partendo da questa constatazione, posso dire che ha a me piace molto Linux. E mi piace nella consapevolezza dell’esistenza di tutti i problemi che comporta usare un sistema operativo libero e gratuito, che non gode del supporto incondizionato delle società produttrici di hardware e che periodicamente ha problemi di incompatibilità (a volte il wifi non funziona, altre volte manca un driver per la scheda audio, oppure il risparmio energetico non è ottimizzato etc.). A dirla tutta, l’aspetto di Linux che mi piace più in assoluto consiste nel fatto che, vista l’esiguità dei computer in vendita (peraltro, quasi solo on line) con Linux già preinstallato, per poterlo utilizzare devo scaricarmi l’immagine ISO di una sua distribuzione e la devo installare da solo, con la conseguenza che posso “cucirmi” su misura la configurazione che più si adatta alle mie esigenze contingenti.
A fronte di tali difficoltà, peraltro, superabili grazie al prezioso lavoro di supporto ai neoifiti svolto dai volontari appartenenti ai vari gruppi LUG (Linux Users Group) sparsi in tutto il mondo, Linux rende l’utente libero da ogni condizionamento, poiché non richiede l’accettazione di licenze d’uso ed installabile su qualsiasi macchina, grazie all’esistenza di decine e decine di distribuzioni prodotte da una “comunità” di sviluppatori sempre più prolifica (forse anche troppo, data l’eccessiva frammentazione che caratterizza il panorama dei sistemi operativo del pinguino).

Attualmente, Linux è il sistema operativo installato su tutti i supercomputer del mondo (nonché sulla maggioranza dei server). Inoltre, il kernel di Linux è il cuore pulsante di Android. In altri termini, il fatto che il sistema operativo del pinguino risulti essere così poco conosciuto dall’opinione pubblica non ne sminuisce affatto l’importanza, dato che esso ha ormai assunto un ruolo di assoluto rilievo nella gestione delle varie attività e dei singoli servizi della nostra vita quotidiana. Infatti, le infrastrutture informatiche (come, ad es., quelle per l’erogazione dell’elettricità, quelle fognarie, o quelle stradali), quando funzionano bene, sono date per scontate (anzi, sono invisibili), ma non per questo motivo sono meno importanti.

A ben vedere, le difficoltà di utilizzo di Linux sono un elemento irrinunciabile della sua bellezza, anzi, ne sono un aspetto fondamentale. Certamente, la sua installazione e la gestione degli eventuali problemi connessi al suo corretto funzionamento non sono una passeggiata per qualsiasi utente, ma sono proprio questi aspetti che costringono chi lo voglia usare ad apprendere gli elementi basilari della programmazione di un sistema operativo, nonché a conoscere le componenti hardware sui cui è installato.
Infatti, al contrario di Apple e Windows, Linux costringe l’utente ad abbandonare la quella dimensione di tranquillità e comodità in cui il computer decide aprioristicamente quali operazioni e/o scelte di programmazione possono essere svolte. Invece, Linux responsabilizza l’utente nell’utilizzo del suo computer, costringendolo a saperlo usare consapevolmente, anche correndo qualche rischio di “crash”. È noto che ogni grande potere genera grandi responsabilità e la gestione di “root” è indubbiamente un grande potere.
A me affascina il fatto che questa responsabilità mi costringe ad imparare sempre nuovi aspetti del linguaggio informatico. Ovviamente, sono consapevole che la riduzione della complessità del linguaggio macchina rappresenta uno dei motori dell’innovazione informatica degli ultimi decenni, poiché ha reso possibile a sempre più persone l’utilizzo di dispositivi complessi e potenti. D’altronde, proprio questo aspetto rappresenta il cuore della rivoluzione compiuta, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, da Windows e Apple, le quali hanno reso semplice l’uso di un computer, al punto da permetterne l’utilizzo a milioni di persone prive di specifiche competenze informatiche.

Tuttavia, bisogna tenere sempre a mente che questa facilità d’uso comporta un pericoloso costo intellettuale. Infatti, la eliminazione della complessità impedisce di capire come funziona il proprio computer ed, in generale, i dispositivi informatici. Oggigiorno, pochi utenti hanno la consapevolezza di come funziona il loro computer, tablet, o smartphone, o, peggio ancora, pochissimi di loro sono in grado si svolgere operazioni di riparazione.
Si tratta della negazione della cultura degli hacker, secondo la quale, invece, l’accesso ai codici sorgenti (cioè, l’ “apertura” del sistema) e la curiosità di chi usa un computer possono esplicarsi pienamente solo convivendo con la scomodità e le difficoltà di utilizzo insite in un sistema operativo dove l’utente deve “amministrare” ogni singola operazione.
Infatti, Linux, depurato dalle sue moderne e sempre più “friendly” interfacce grafiche (i c.d. desktop environment), è un sistema operativo complicato, ma, al contempo aperto e trasparente. Inoltre, esso è un sistema operativo “abilitante”, in quanto il suo utilizzo comporta un immediato aumento del proprio livello di consapevolezza da parte di ogni singolo utente. Infatti, solo grazie allo studio della riga di comando ho imparato ad usare un computer in modo consapevole, in quanto ho imparato a capirlo, smettendo di essere un utente ignaro di quello che accadeva all’interno del dispositivo che stavo utilizzando.

Pertanto, ho deciso che, per quanto mi riguarda, preferisco convivere con un minimo di scomodità, anche perché questa condizione mi permette di non irrigidirmi ed impantanarmi nella gestione di routine informatiche predefinite da altri. In altri termini, trovo ragionevole “litigare” con il mio sistema operativo, pur di non perdere l’opportunità di continuare ad apprendere sempre qualcosa di nuovo sulla sua gestione.

Bisogna ricordare che questo modo di ragionare è uno dei concetti fondamentale sui cui si è sviluppata negli anni la filosofia dell’open source, la quale prevede che l’innovazione nasce dalla felice commistione di un pizzico di sana anarchia, tanta libertà e altrettanto giustificata ambizione.
In altri termini, il modo dell’informatica non si sarebbe affatto sviluppato nel modo a cui abbiamo assistito se le innovazioni fossero state affidate solo ad un gruppo startupper esclusivamente intenzionati a fatturare milioni di dollari. D’altronde, gli stessi Mac e Windows hanno rispettivamente rinvenuto la loro base di sviluppo in un sistema sistema libero come Unix e nelle interfacce a finestre inventate (ma mai brevettate) negli straordinari laboratori dello Xeroc Park.

In conclusione, nonostante il passare degli anni e il continuo diffondersi di software sempre più “automatizzati” e chiusi, cerco ancora di rispettare lo spirito della cultura hacker, la quale è alla base della migliore tecnologia contemporanea, cioè, quella aperta, accessibile, anche se, a volte, un po’ scomoda.

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