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Pubblicato il Rapporto sullo stato di avanzamento del “Programma italiano sulla Garanzia per i Giovani 2014-2020”

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Ieri è stato pubblicato sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali il “Programma italiano sulla Garanzia per i Giovani 2014-2020”.

II Rapporto in questione fotografa lo stato di avanzamento del Piano alla data 14 febbraio 2014, confermando l’intenzione ministeriale di avviare il Programma Garanzia Giovani nel corso del primo trimestre di quest’anno, successivamente alla stipulazione dei dovuti accordi con le Regioni, nella loro qualità di soggetti responsabili dell’attuazione delle varie misure.

A tal fine, appare particolarmente rilevante l’introduzione di una nuova piattaforma tecnologica che, per la prima volta, collegherà tutti i Centri per l’Impiego e le altre strutture pubbliche e private per costruire un portale virtuale nazionale, in grado di migliorare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Il Rapporto illustra in modo più ampio il Piano Italiano Garanzia Giovani, presentato nel mese di dicembre del 2013, alla Commissione Europea e da quest’ultima approvato nel corso dello scorso gennaio.

In particolare, il Rapporto esamina gli aspetti più squisitamente operativi e si sofferma sullo stato di attuazione di molte misure che configurano questo Programma come un’ampia riforma strutturale del funzionamento del mercato del lavoro italiano, alla quale sono chiamate a partecipare le istituzioni responsabili dell’attuazione (Stato, Regioni, Province) e tutte le componenti della società italiana (imprese e organizzazioni sindacali, associazioni giovanili e del non profit, etc.).

La Struttura di Missione, istituita a giugno 2013 dal D.L. n. 76/2013 presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha coinvolto nella progettazione del Piano tutti gli attori interessati: Regioni, Province, Miur, Mise, Mef, Dipartimento della Gioventù, Unioncamere, Isfol, Italia Lavoro, Inps. Al contempo, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha avviato un dialogo e un confronto attivo con la società civile, incontrando quasi 60 associazioni, le cui proposte sono state recepite nel Piano, così da creare un’ampia mobilitazione per rispondere pienamente allo spirito della Raccomandazione del Consiglio europeo sulla Garanzia Giovani.

Il Rapporto sullo stato di avanzamento del “Programma italiano sulla Garanzia per i Giovani 2014-2020” è scaricabile al seguente indirizzo: http://www.lavoro.gov.it/AreaComunicazione/comunicati/PublishingImages/Pages/2014_2_15GG/14-2-2014-RAPPORTO%20GG_ITdef.pdf

Germano De Sanctis

Evasione ed elusione contributiva nel mirino della business intelligence Inail.

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ROMA – Indirizzare l’attività di vigilanza verso settori di attività e imprese che presentano indicatori di rischio di evasione o elusione contributiva e del probabile impiego di lavoro nero. È questo l’approccio che negli ultimi anni ha consentito alla business intelligence dell’Inail, attraverso il ricorso a strumenti tecnologici e all’incrocio delle informazioni presenti in banche dati interne ed esterne, di ottenere risultati importanti, anche a fronte di una contrazione delle risorse ispettive a disposizione. “Gli accertamenti orientati da liste di evidenza informatizzate”. “Per ottimizzare l’utilizzo delle risorse disponibili – precisa Agatino Cariola, direttore centrale Rischi dell’Istituto – negli ultimi anni il nostro sistema di vigilanza è stato informatizzato e potenziato con l’obiettivo di ottenere liste di evidenza di aziende potenzialmente irregolari. Queste liste, inserite in un’apposita procedura informatica, sono gestite e utilizzate a livello territoriale per orientare nella direzione giusta i successivi accertamenti ispettivi. Le analisi che precedono l’azione ispettiva si basano su specifici indicatori di rischio che tengono conto dei comportamenti delle aziende in rapporto a diversi fattori, come l’incidenza degli infortuni e il confronto tra i dati in possesso dell’Inail e quelli di altri enti”. Nel 2013 controlli a segno in oltre l’87% dei casi. A confermare l’efficacia di questo approccio sono i risultati dei controlli condotti nel 2013, presentati la scorsa settimana durante la riunione della Commissione centrale di coordinamento delle attività di vigilanza presieduta dal ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, che vede la partecipazione, tra gli altri, di Inps e Inail. I 351 funzionari di vigilanza dell’Istituto impegnati nelle ispezioni, nove in meno rispetto all’anno precedente, hanno infatti riscontrato delle irregolarità (lavoratori in nero o irregolari, evasioni retributive, violazioni formali) in 20.752 aziende, pari all’87,65% delle 23.677 imprese sottoposte alle verifiche. Regolarizzati oltre 70mila lavoratori. Attraverso i controlli condotti lo scorso anno sono stati regolarizzati 70.092 lavoratori in nero e irregolari, oltre il 30% in più rispetto al 2012 e di nazionalità italiana in quasi tre casi su quattro. I lavoratori totalmente in nero emersi grazie alle ispezioni, in particolare, sono stati 7.983: 5.410 italiani, 1.293 extracomunitari e 1.280 comunitari. Rispetto alla media nazionale di 0,34 lavoratori in nero per azienda ispezionata, il dato più elevato è quello rilevato nel settore noleggio, agenzie di viaggio e servizi alle imprese (0,93), seguito dalle altre attività di servizi (0,68), dalle attività artistiche, sportive e di intrattenimento (0,54) e dalle attività manifatturiere (0,54). Accertati premi evasi per quasi 140 milioni di euro. I premi evasi accertati dai funzionari di vigilanza dell’Inail nel 2013 ammontano a 89.936.474 euro. Il totale dei premi evasi che sono stati accertati lo scorso anno, però, sfiora quota 140 milioni: ai circa 90 milioni rilevati grazie alle ispezioni vanno infatti sommati i quasi 18 milioni provenienti dalla lavorazione dei verbali di altri enti e di conciliazione monocratica e gli oltre 32 milioni frutto delle attività di verifica svolte dal personale amministrativo dell’Istituto. Un approccio sempre più efficace. La sempre maggiore efficacia raggiunta dalla business intelligence Inail emerge anche dalla media dei risultati conseguiti da ciascun funzionario di vigilanza, che rispetto al 2012 è aumentata sia per il numero dei lavoratori regolarizzati (da 160 a 198), sia per i premi accertati (da 171.026 a 254.054 euro). Un risultato ancora più significativo se si considera che lo stesso personale, oltre ad aver ispezionato 23.677 aziende, nello stesso arco di tempo ha redatto quasi duemila relazioni a uso interno relative a ditte fallite, cessate e irreperibili, e ha concluso 3.683 indagini ispettive per infortuni mortali, gravi, in itinere e malattie professionali. “Incrociati i dati di Inps, Unioncamere e Agenzia delle Entrate”. “La programmazione dell’attività di vigilanza per il 2014 – spiega Cariola – punta a incrementare ulteriormente le entrate per premi assicurativi, attraverso il contrasto dell’evasione e dell’elusione contributiva, secondo quanto previsto dalle linee di indirizzo del Civ. Aziende e soggetti sconosciuti all’Inail saranno individuati attraverso l’incrocio dei dati messi a disposizione da Inps, Unioncamere e Agenzia delle Entrate, nell’ambito di apposite convenzioni già sottoscritte. Le verifiche riguarderanno, in particolare, le imprese artigiane, i soci di società senza dipendenti, le cooperative di facchinaggio che non hanno presentato gli elenchi trimestrali dei soci lavoratori e le aziende che hanno dichiarato all’Inail retribuzioni inferiori rispetto a quelle che risultano all’Inps”. Previste verifiche sulla correttezza del rischio assicurato. La nuova programmazione prevede una specifica attività di verifica della correttezza del rischio assicurato, peculiare dell’Inail e finalizzata al recupero di premi evasi o elusi, che sarà rivolta verso le imprese che presumibilmente svolgono un’attività non coerente con la classificazione presente negli archivi dell’Istituto. Nel corso dell’anno, inoltre, saranno effettuati degli accertamenti anche in alcune aree portuali, nell’ambito dei progetti previsti dagli accordi sottoscritti dall’Inail con i comandi generali della Guardia di finanza e del Corpo delle capitanerie di porto. “Formazione strategica per il miglioramento dei risultati”. Il miglioramento dei risultati ottenuti attraverso l’attività ispettiva – sottolinea Grazia Verduci, dirigente dell’ufficio Vigilanza assicurativa della Direzione Centrale Rischi – passa anche dal continuo aggiornamento e accrescimento professionale dei nostri funzionari di vigilanza, che sono destinatari di specifici percorsi formativi. Attualmente sono in corso quelli in materia fiscale, tributaria e di assicurazione marittima, che si aggiungono ai momenti di approfondimento sulle novità legislative in materia di lavoro e previdenza”.

Fonte: INAIL

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CASSA INTEGRAZIONE: A GENNAIO 2014 -10,4% NEL 2013 DOMANDE DI DISOCCUPAZIONE E MOBILITA’ +33,8% RISPETTO AL 2012.

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Nel mese di gennaio 2014 sono state autorizzate 81,4 milioni di ore di cassa integrazione, tra interventi ordinari, straordinari e in deroga.
Rispetto a gennaio 2013, quando le ore autorizzate erano state 90,8 milioni, si registra una diminuzione del -10,4%, determinata dal calo degli interventi di cassa integrazione ordinaria e in deroga (rispettivamente del -23,1% e del -16,1%), mentre la cassa integrazione straordinaria fa segnare un lieve aumento (+0,8%).
Come accennato nel confronto tendenziale con il mese di gennaio 2013, si registra il calo delle ore autorizzate per la cassa integrazione ordinaria (Cigo), che a gennaio 2014 sono state 23,8 milioni, mentre quelle autorizzate a gennaio 2013 erano state 30,9 milioni (-23,1%). In particolare, la variazione è stata pari a -31,7% nel settore Industria, mentre al contrario nel settore Edilizia vi è stata una crescita del +21,0%, più sensibile a fattori meteorologici.
Di segno opposto l’andamento tendenziale della cassa integrazione straordinaria (Cigs). Il numero delle ore autorizzate è stato a gennaio 2014 superiore a quello dello stesso mese dello scorso anno: 43,9 milioni, con un aumento del +0,8% rispetto a gennaio 2013, quando le ore autorizzate erano state 43,5 milioni.
Gli interventi in deroga (Cigd), pari a 13,7 milioni di ore a gennaio 2014, fanno segnare invece un andamento decrescente (-16,1%) se raffrontati con quelli del mese di gennaio 2013, nel quale furono autorizzate 16,4 milioni di ore.
Per analizzare i dati relativi a disoccupazione e mobilità, si ricorda che da gennaio 2013 è cambiata la normativa di riferimento. Considerando che i dati forniti si riferiscono al mese precedente rispetto a quelli della cassa integrazione, cioè al mese di dicembre 2013, e che da gennaio 2013 sono entrate in vigore le nuove prestazioni per la disoccupazione involontaria, ASpI e mini ASpI, le domande che si riferiscono a licenziamenti avvenuti entro il 31 dicembre 2012 continuano ad essere classificate come disoccupazione ordinaria, Istituto Nazionale Previdenza Sociale

mentre per quelli avvenuti dopo il 31 dicembre 2012 le domande sono classificate come ASpI e mini ASpI.
Per quanto riguarda i dati specifici, nel mese di dicembre 2013 sono state presentate 98.394 domande di ASpI, 33.500 domande di mini ASpI e 410 domande di disoccupazione tra ordinaria e speciale edile.
Nello stesso mese sono state inoltrate 10.131 domande di mobilità, mentre quelle di disoccupazione ordinaria ai lavoratori sospesi sono state 28.
Complessivamente nel 2013 sono state presentate 2.134.975 domande, con un aumento del 33,8% rispetto alle domande presentate nel 2012, che erano state 1.595.604.

Fonte: INPS

https://www.inps.it/docallegati/UfficioStampa/comunicatistampa/Lists/ComunicatiStampa/cs140205bis.pdf

5 febbraio 2014

Aumentate le indennità Inail per danno biologico.

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L’incremento del 7,57% è stato disposto dal ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Enrico Giovannini, con un decreto che – in attuazione della legge di stabilità – rende disponibili per tale scopo 50 milioni nel bilancio dell’Istituto. Superato un blocco dell’adeguamento delle prestazioni che durava dal 2009

ROMA – Dal 1 gennaio 2014 aumentano del 7,57% le indennità Inail per danno biologico. E’ quanto ha disposto il ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Enrico Giovannini, con un decreto che – in attuazione della legge di stabilità – rende disponibili per tale scopo fine 50 milioni nel bilancio dell’Inail. “L’aumento, disposto in via straordinaria in attesa dell’introduzione del sistema di rivalutazione automatica delle indennità, tiene conto della variazione dei prezzi al consumo – si legge in una nota emanata dal dicastero – e si applica sia agli indennizzi sia ai ratei di rendita maturati dall’inizio dell’anno”.

“Risorse significative per oltre 100mila lavoratori infortunati e tecnopatici”. “Con questo intervento si assegnano significative risorse agli oltre 100mila lavoratori infortunati e tecnopatici – dichiara nella nota Giovannini, che ha proposto il provvedimento in sede di legge di stabilità – Con il provvedimento di oggi si supera un blocco nell’adeguamento delle prestazioni che durava dal 2009 e che ha provocato effetti negativi sul loro valore reale” . In particolare – conclude la nota – sono 105mila le rendite in essere interessate dall’incremento previsto dal decreto, 55mila gli indennizzi in capitale annui e 13mila le nuove rendite del 2014.

Fonte: INAIL

http://www.inail.it/internet/salastampa/SalastampaContent/PeriGiornalisti/news/p/dettaglioNews/index.html?wlpnewPage_contentDataFile=UCM_121633&_windowLabel=newPage

(13 febbraio 2014)

Le tendenze del mercato del lavoro in materia di utilizzo della cassa integrazione

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Lo scorso 15 febbraio, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha pubblicato il primo numero del 2014 del suo bollettino on line “Tendenze del mercato del lavoro”.

Esaminando il contenuto di questa pubblicazione emerge un dato molto interessante e finora ignoto. Infatti, nel corso del terzo trimestre dell’anno 2013, il numero di ore di cassa integrazione effettivamente utilizzate dalle imprese è diminuito sensibilmente.

Il bollettinoi sottolinea anche che il saldo tra le attivazioni e le cessazioni dei rapporti di lavoro è tornato ad essere positivo e che le ore lavorate sono in aumento.

Tuttavia, questi primi segnali positivi non hanno avuto effetti immediati sull’occupazione complessiva, poiché, come è noto, ogni ripresa del ciclo economico è accompagnata inizialmente da un aumento dell’intensità di utilizzo del fattore lavoro (riassorbimento delle unità poste in cassa integrazione guadagni e maggiore utilizzo delle ore di lavoro straordinario). Soltanto a seguito del consolidarsi della fase espansiva e del contestuale miglioramento delle aspettative di crescita, le imprese saranno in grado di assumere nuovo personale. Per tale ragione, il bollettino ministeriale ha registrato maggiori ritardi nell’aggiustamento dei livelli occupazionali, rispetto all’andamento del ciclo economico.

La ripresa della domanda di lavoro è trainata soprattutto dal settore manifatturiero, ma le ore lavorate risultano in aumento anche nel settore delle costruzioni, che nel terzo trimestre 2013, ha fatto registrare il suo primo incremento congiunturale (+0,7%) dopo otto trimestri consecutivi di contrazione. Invece, permane la situazione critica del settore servizi, dove si riscontra un’aspettativa di miglioramento occupazionale soltanto nel comparto del commercio.

Il bollettino on line “Tendenze del mercato del lavoro” è disponibile in Pdf on line al seguente indirizzo: www.lavoro.gov.it/AreaComunicazione/comunicati/Documents/TendenzeMDL_feb2014.pdf.

Germano De Sanctis

 

Education and Training 2020.

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di Michele De Sanctis

Tra gli obiettivi di medio e lungo periodo del nostro Paese c’è quello del programma Education and Training 2020. Si tratta di una strategia di cooperazione europea che fissa il programma di lavoro degli Stati membri per il decennio 2011-2020. ET 2020 definisce gli obiettivi strategici condivisi, oltreché un insieme di principi e di metodi di lavoro comuni che fissano le priorità per ogni ciclo di lavoro, come la cooperazione tra Stati membri nell’ambito dell’apprendimento permanente, che deve fare proprio il metodo di coordinamento aperto (MCA /OMC – Open Method of Cooperation), la cooperazione intersettoriale, trasparente e concreta, risultati diffusi e periodicamente rivisti, massima compatibilità con i processi di Bologna e di Copenhagen, rafforzamento della cooperazione con i Paesi terzi e le Organizzazioni Internazionali. Gli obiettivi fissati sono:
1) fare in modo che l’apprendimento permanente e la mobilità divengano una realtà;
2) migliorare la qualità e l’efficacia dell’istruzione e della formazione;
3) promuovere l’equità, la coesione sociale e la cittadinanza attiva;
4) incoraggiare la creatività e l’innovazione, compresa l’imprenditorialità, a tutti i livelli, dell’istruzione e della formazione.
L’Italia è oggi al diciassettesimo posto nella graduatoria dei 27 Paesi dell’Unione Europea, quindi ancora lontano dal traguardo da raggiungere. Questo scenario rappresenta nel contempo una sfida e un’opportunità non indifferente per il rilancio della concertazione di politiche attive del lavoro e della formazione, che dovrebbe essere basata su una chiara visione strategica del Governo e da più efficaci politiche formative regionali e territoriali, sul ritorno ad un apporto significativo delle parti sociali, ma soprattutto sul contributo originale e innovativo del sistema di istruzione e di quello della formazione professionale.
ET 2020 è un obiettivo irrinunciabile, perché le dinamiche del mercato del lavoro sono una vera e propria emergenza sociale. Anche dinanzi al critico scenario che oggi offre il Paese rispetto a tali tematiche.
Per far fronte a questa situazione via via più critica, è necessario che il nuovo Governo, Ministri dell’Istruzione e del Lavoro, così come gli assessori regionali, intraprendano un percorso che permetta di sperimentare politiche integrate attivanti: politiche che puntino a coinvolgere responsabilmente gli attori del sistema economico e sociale, le istituzioni educative e formative e gli stessi giovani e le famiglie.
Occorre, pertanto, un riposizionamento delle politiche industriali, sulle strategie aziendali e sul rilancio delle PMI, poiché per competere sul mercato globale il nostro Paese deve basarsi su un modello medio-alto e basare l’attività produttiva su ricerca, innovazione e qualità dei prodotti.
Ciò di cui necessita l’economia italiana è un’offerta formativa più mirata, programmi di studio più intensi, attenzione maggiore alla formazione scolastica ed universitaria. Ma occorre anche una politica di orientamento allo studio e al lavoro che permetta un coinvolgimento consapevole e responsabile degli studenti e delle famiglie. Il che non vuol dire famiglie che affianchino l’attività didattica di cui la scuola, per mancanza di fondi, accorpamento di classi ed istituti e per mancanza di personale, è carente. È necessario, invece, a fronte di una scuola di buon livello, che le famiglie seguino, pur lasciandoli autonomi e responsabilizzati, gli studi dei propri figli, pretendendone la massima qualità, ossia la giusta qualità che ci si dovrebbe attendere da un servizio pubblico. È necessario, poi, che la pratica di stage e tirocini lavorativi nell’ambito di tutti i percorsi scolastici e universitari diventi obbligatoria, con un ruolo più attivo delle università nell’attività di matching tra domanda e offerta di lavoro.
Nei prossimi sei anni l’Italia deve investire sulla conoscenza. Non possiamo permetterci altri ritardi. Non possiamo permetterci di distruggere il futuro delle nostre imprese e della nostra società.

L’Europarlamento boccia la Troika.

http://www.albasoggettopoliticonuovo.it/2014/02/leuroparlamento-boccia-la-troika-ha-fatto-danni-epocali-jacopo-rosatelli-sul-manifesto/

Una nuova classe dirigente per l’era digitale

L’impetuoso avvento dell’era digitale comporta una profonda revisione delle politiche industriali e macroeconomiche, ma, ancor di più, rende necessaria l’introduzione di una nuova generazione della classe dirigente nazionale.

Infatti, per affrontare in maniera efficace le difficoltà di questo nuovo mondo, occorrono persone nuove capaci d’interpretarlo. L’attuale classe dirigente, per questioni anagrafiche, oltre che per linguaggio, contenuti e scarsa velocità di analisi, ha dimostrato i limiti della propria comprensione di questa nuova era.

 In Italia, manca una vera consapevolezza dell’inadeguatezza del sistema nazionale. Il mondo sta vivendo una delle più grandi rivoluzioni nella storia umana, in quanto l’era digitale rappresenta un nuovo Rinascimento, capace di stravolgere tutti gli schemi cognitivi finora utilizzati per prevedere le direttrici di sviluppo dei grandi paesi industrializzati e non. Purtroppo, la gran parte della nostra classe dirigente politica, industriale e burocratica non ha ben chiari i termini economici e culturali di questa rivoluzione copernicana. Si continua ad interpretare il mondo con gli stessi parametri dell’era analogica, senza rendersi conto che si è nel vivo dell’era digitale.

Questa situazione di stallo impedisce che l’Italia, intesa come comunità, sia capace di elaborare un nuovo modello condiviso di sviluppo culturale, economico e sociale.

 La diretta conseguenza di questa inadeguatezza è la probabile incapacità di approfittare dei primi segnali di nuova crescita che s’intravvedono anche in Europa continentale.

Servirebbero riforme profonde e strutturali, basate su una politica industriale di breve, medio e lungo periodo, totalmente orientata alla definitiva digitalizzazione dell’economia.

Un risultato del generale è perseguibile soltanto attraverso misure capaci di sfruttare il nuovo trend di crescita, che, se necessario, risultino anche traumatiche per il sistema produttivo, ma non per i lavoratori, i quali hanno finora pagato gran parte delle conseguenze di tale incapacità di reazione. Anzi, bisognerebbe prevedere una serie di massicci interventi sul capitale umano, al fine di renderlo adeguato nella gestione delle nuove tecnologie da utilizzare nei cicli produttivi.

L’obiettivo finale da perseguire deve consistere nella capacità di produrre prodotti competitivi, non per il loro basso prezzo di acquisto, ma per il loro elevato valore tecnologico intrinseco, al punto da rendere non strategica la quantificazione del costo della manodopera necessaria per la loro produzione.

 Ovviamente, l’avvio di un nuovo ciclo di crescita comporterebbe sicuramente un mero benessere effimero, che non sarebbe risolutivo, qualora non si sarà capaci di governare bene la cosa pubblica, tenendola al passo della presente rivoluzione digitale. Se la nuova classe dirigente burocratica perdesse questa ulteriore sfida nella sfida, basterebbe un primo segnale di crisi, per disperdere in un attimo tutte le conquiste fino a quel punto ottenuto.

La capacità delle istituzioni pubbliche e della sua dirigenza nel gestire i nuovi temi di questa nuova era digitale risulta essere fondamentale, specialmente se si tiene conto del ruolo dirimente svolto dall’impatto prodotto sulle società e sulle economie dalla velocità del progresso tecnologico, nonché dal contestuale tasso d’introduzione delle innovazioni nella vita quotidiana.

Infatti, negli ultimi anni, lo sviluppo tecnologico ha abbandonato lo schema dello sviluppo lineare, per abbracciare quello dello sviluppo esponenziale generato dalla information technology, rendendo possibile ciò che fino a poco tempo prima sembrava impossibile.

In altri termini, la soglia del concetto di impossibile si sta spostando continuamente in avanti, lasciando inevitabilmente indietro il sistema cognitivo delle passate generazioni, formate e cresciute durante tutta la loro vita lavorativa, in un’epoca nella quale non esistevano la connessione internet, gli smartphones, i tablets ed i social networks.

Tuttavia, sono proprio queste generazioni che mantengono ancora in larga misura la guida del nostro Paese. Ovviamente, non si trascura affatto l’importanza che assume la capacità di aggiornarsi, ma, nell’era digitale, la manutenzione delle proprie competenze da parte di un “nativo analogico” non potrà mai garantire le medesime freschezza ed originalità delle decisioni assunte da persone “native digitali”.

Infatti, l’era digitale si distingue per la finora sconosciuta capacità di avere relazioni, acquisire informazioni e di entrare in contatto con chiunque, in qualunque parte del mondo, sempre e rigorosamente, in tempo reale. Si tratta di un dato cognitivo che, pur essendo stato colto, non è stato ancora ben appreso.

L’era digitale ha moltiplicato all’infinito la capacita cognitiva dei singoli individui. Tuttavia, si tratta di una capacità cognitiva diversa ed, al contempo, inarrivabile per chi, invece, ha dovuto acquisirla nel corso dell’era analogica.

 Queste considerazioni comportano la necessità di realizzare, senza creare alcun conflitto generazionale, una decisa accelerazione del cambio complessivo della classe dirigente, a favore dei nativi digitali. Infatti, solo questi ultimi possono gestire efficacemente lo sviluppo esponenziale del progresso tecnologico, in quanto essi, a differenza dell’attuale classe dirigente “analogica”, non sono condizionati da una visione cognitiva della realtà di tipo esclusivamente lineare.

Questa soluzione comporterebbe un indubbio beneficio per l’intero “Sistema Paese”, ma, inoltre, libererebbe le molteplici energie inespresse di una intera generazione che, dopo aver trascorso anni di studio nel preparare il proprio avvento nella società del lavoro, è attualmente costretta ad invecchiare, restandone ai margini e senza svolgere alcun ruolo strategico.

 

Germano De Sanctis

Knowledge Economy: una via per la ripresa.

di Michele De Sanctis

Con l’avvento delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione la ‘conoscenza’ è diventata un bene economico i cui effetti non solo si ripercuotono sul benessere individuale, ma anche su quello collettivo. E forse sarebbe più giusto dire che gli effetti principali e più apprezzabili, dal punto di vista del mercato, sono proprio quegli effetti che, dopo l’impatto sul singolo, riescono ad avere un impatto collettivo, poiché è lì che, da una conoscenza iniziale, si riesce a produrre altra conoscenza per n numero di volte: è lì, quindi, che si crea il progresso. Il progresso è innovazione, è informazione tecnologica, è ricerca e sviluppo. Tutti i sistemi di new Economy sono infatti caratterizzati dalla produzione di informazione e conoscenza. È ciò che oggi sembrerebbe mancare alle nostre imprese, ciò che riaccenderebbe la nostra capacità di essere competitivi. D’altro canto, se da una prima conoscenza è stata possibile la creazione di esternalità positive, ossia di effetti sulla società, ciò è stato possibile anche grazie (e soprattutto) alla tendenza di lungo periodo all’aumento di risorse destinate alla produzione e trasformazione di conoscenza (istruzione, formazione, ricerca e sviluppo e coordinamento economico). Destinare risorse all’istruzione è quindi un investimento di lungo periodo. Analizzando le politiche economiche di quei Paesi che oggi vengono detti emergenti, infatti, assistiamo a una costante e consistente destinazione di capitale materiale a quello che invece è il cd. capitale immateriale. Alla conoscenza. Ciò interessa molto l’Italia, che da anni ‘fa economia’ lesinando sui fondi destinati all’istruzione. Gary Becker, premio nobel per l’economia nel 1992, ne ‘Il capitale umano’ analizzava come il disinvestimento su ricerca e sviluppo nelle economie in crisi accentui gli effetti della stessa crisi, causando danni che, nel lungo periodo, non sono riparabili, se non dopo diversi anni dalla distruzione di quel capitale umano. Il problema è grave. La nostra era è fondata sulla conoscenza: la Knoledge Economy è un cambiamento epocale, paragonabile solo a quello avvenuto con la nascita della grande industria, è un’economia che genera l’esigenze di nuove teorie e processi di innovazione permanente che richiedono più alti livelli di formazione, capacità di apprendimento e competenze particolari. La specializzazione è diretto corollario di questo tipo di economia. Quando si chiede al Paese di essere competitivo è a questo che ci si riferisce. La conoscenza generica porta l’impresa a creare lo stesso prodotto che a prezzi più bassi viene realizzato nei Paesi emergenti. La specializzazione crea un mercato diverso, alternativo agli altri. Ma la specializzazione si ottiene da un lato con l’investimento dei governi sulla prossima generazione e dall’altro, a livello aziendale, con la formazione specifica del personale. La crisi che viviamo da anni, da così tanti che ormai sembra difficile ricordare come fosse la vita prima, sta distruggendo inesorabilmente il capitale umano attualmente in forza e quello futuro. L’Italia deve trovare una via, diversa dall’austerity, per recuperare il proprio gap. A prescindere da ciò che l’Europa ci chiede. Per il settore della New Economy è, infatti, pressoché impossibile parlare di una traiettoria europea. Questo perché le disparità tra Paesi sono troppo ampie in un numero importante di dimensioni, come saggiamente analizzava Dominique Foray già nel 2000. La struttura degli investimenti in conoscenza, la divisione del lavoro tra pubblico e privato e così via: sono tutti elementi di una diversità tale che è impossibile pretendere lo stesso livello per tutti. Soprattutto tra i Paesi dell’Eurozona e quelli dell’Europa orientale con moneta nazionale e tra quest’ultimi e i cd. PIIGS, svantaggiati rispetto agli altri nelle esportazioni dal cambio con l’Euro. L’alternativa alla roadmap fissata dalla Troika deve necessariamente passare dall’economia dalla conoscenza e dall’abbandono delle politiche di austerity che, finora, hanno soltanto distrutto in nostro bene più prezioso: il capitale umano. In altre parole, il nostro futuro.

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