LE RECENSIONI DI BLOGNOMOS: ’14 DI JEAN ECHENOZ.

JEAN ECHENOZ, ’14
Letteratura francese
Traduzione italiana di Giorgio Pinotti
Edizioni Adelphi – Collana Fabula
2014, pp. 110
isbn: 9788845929267
€ 14,00

Tra i tanti testi usciti in occasione del centenario della prima guerra mondiale, vorrei segnalare un romanzo apparso un poco in sordina, senza tanti clamori sulla stampa e interviste televisive, ma di grande interesse. Sto parlando di “14” di Jean Echenoz, pubblicato in Francia nel 2012 e in Italia alla fine del 2014 da Adelphi, ( traduzione di Giorgio Pinotti). L’ultima fatica di Echenoz è la conferma della bravura e dell’originalità di uno scrittore che già nelle precedenti prove dedicate alla vita di Maurice Ravel, Emil Zatopek e Nikola Tesla ( Ravel, 2007; Correre, 2009; Lampi,2012) ha ottenuto un notevole successo di pubblico e di critica.

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Il breve, ma denso romanzo appena uscito in Italia, ci riporta, come “ Niente di nuovo sul fronte occidentale” di E.M. Remarque, in quel territorio delle Ardenne che fu teatro di guerra e che vide morire migliaia di giovani soldati francesi in difesa della patria.
E’ il primo agosto del 1914, un sabato mattina luminoso e caldo e il contabile Anthime Sèze che ha il suo giorno libero esce in bicicletta per farsi una passeggiata e per cercare di scacciare dalla sua mente il pensiero della bella Blanche, figlia del proprietario della fabbrica di scarpe presso cui lavora sia lui che suo fratello Charles. La giovane donna, però, ad Anthime preferisce Charles, anche se con lui intrattiene una affettuosa amicizia.
Anthime è arrivato al sommo della collina dalla quale lascia vagare il suo sguardo sull’ameno paesaggio sottostante, allorché viene sorpreso da uno strano fenomeno, del tutto nuovo per lui, una specie di gibigianna che si rimanda da un campanile all’altro dei vari paesi disseminati nella pianura. Passata la prima reazione di meraviglia e sorpresa, si accorge che sono le campane che oscillando mandano lampi di luce: “ Erano in verità le campane, che si erano appena messe in movimento dall’alto delle torri e suonavano all’unisono in un disordine grave, minaccioso, schiacciante, nel quale, benché ne avesse scarsa esperienza – era troppo giovane per aver sino allora partecipato a molti funerali – Anthime ha riconosciuto d’istinto il timbro delle campane a martello, che azionano di rado e di cui gli era appena giunta l’immagine prima del suono. Visto come stava andando il mondo, le campane a martello non potevano che significare mobilitazione.”
E’ l’inizio della Grande Guerra. Nel giro di pochi giorni Anthime, prima che si potesse rendere conto di quale tragedia gli fosse capitata, si ritrova con i suoi amici di bar e di pesca Padioleau, Bossis e Ascenel, oltre a suo fratello Charles, vestito da soldato e in marcia verso il fronte di guerra. Ancora frastornato lo troviamo al suo battesimo di fuoco, tra assalti all’arma bianca, scoppi di granata, fucilate e morti che si accatastano lungo i campi in cui avanzano. Altri scontri seguiranno nei giorni e nei mesi successivi e ripiegamenti e marce forzate e soste dentro trincee maleodoranti e infestate da topi.
Per Anthime la guerra resta un evento oscuro e indecifrabile anche quando con una certa goffaggine si scaglia contro il nemico con la baionetta del fucile che penetra l’aria gelida. Anche la morte del fratello Charles, abbattuto insieme al pilota del Farman F37, mentre effettuavano un volo di ricognizione, rientra nell’assurdità della vita. Come pure gli sembra incomprensibile la morte dell’amico Bossis inchiodato a un puntello della galleria, mentre solo un attimo prima stava parlando con lui. Non meno incredibile è la sorte dell’altro suo amico Ascenel, perché, considerato, suo malgrado, un disertore, finirà i suoi giorni davanti a un plotone d’esecuzione. Padioleau, invece, resterà cieco per colpa di un gas dal profumo di geranio. Anche ad Anthime toccherà la sua dose di insensata sofferenza. Sarà colpito da una scheggia di granata, simile a una levigata ascia neolitica, che, come per regolare una questione privata con lui, va dritta contro la sua persona e gli recide di netto il braccio destro. A questo punto la guerra di Anthime durata cinquecento giorni ha fine ed egli torna al paese e al suo lavoro dentro la fabbrica. E in fabbrica ritrova Blanche che nel frattempo ha avuto una bambina, frutto della sua relazione con Charles. La capacità d’adattamento ad ogni nuova situazione che ha salvato Anthime nei giorni di guerra gli tornerà utile anche una volta dismessi i panni del soldato. Ma non voglio svelare il seguito della storia per non togliere al lettore il gusto della scoperta.
Echenoz, come si evince da queste brevi considerazioni, ha la capacità di mostrarci la tragedia della prima guerra mondiale tenendosi sempre stretto all’orizzonte visivo del suo protagonista e lasciandosi guidare dal suo candore e dalla sua innocenza. Il racconto scorre veloce, essenziale e l’autore non ha bisogno di grandi proclami, di scenari epici e grandiosi, né di retorica per farci entrare nel vivo di una tragedia immane come fu quella guerra che per la prima volta registrò l’uso di armi e tecnologia mai viste prima d’allora.
La scrittura di Echenoz è quella che potremmo chiamare minimalista e per farci entrare nel vivo della guerra gli basta descrivere nei minimi particolari il contenuto dello zaino di Anthime o l’incontro con gli animali che animano quel tragico scenario: maiali, cavalli, buoi e galline che permettono ai soldati di variare una dieta ben grama e altri animaletti che vivono addosso ai soldati e si nutrono del loro sangue e della loro sporcizia.
Insomma siamo in presenza di un bel romanzo che si legge tutto d’un fiato. Utilizzando le pagine di un diario appartenuto a un suo parente e ritrovato fortunosamente, l’autore senza clamori o enfasi ci restituisce in maniera magistrale il clima del conflitto mondiale. Il suo è un modo di raccontare ben lontano dalle testimonianze scritte in presa diretta, come possono essere quelle di Blaise Cendrars o Junker, ancora troppo coinvolte nei fatti narrati. Non ritroviamo nella sua scrittura il coinvolgimento emotivo che avvertiamo leggendo il racconto “La paura” di Federico De Roberto, o la rabbia impotente di fronte alle sofferenze dei soldati e insieme la denuncia della incapacità e del pressapochismo dei generali dell’esercito italiano, così come sono registrati nelle pagine drammatiche di “Un anno sull’altopiano” di Emilio Lussu o ancora l’umanità e il dolore che sprigionano gli episodi raccontati in “Con me e con gli alpini” di Jahier. Bisogna tener conto che sono passati cento anni da quell’evento tragico e l’approccio di Echenoz non poteva ripercorrere le vie già sperimentate da quella letteratura di guerra senza apparire falsa e di maniera. Da questa distanza e da uno sguardo così diverso e spiazzante scaturisce la forza e l’originalità del nuovo romanzo dell’autore francese.

Stefano De Sanctis
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