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Liniers – Straphangers

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LAUREATI, LAVORO E PRECARIETA’

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di Michele De Sanctis

Presentato oggi a Bologna nel corso del Convegno ‘Imprenditorialità e innovazione: il ruolo dei laureati’ il XVI Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati. L’analisi ha coinvolto a livello nazionale quasi 450.000 laureati di tutte le 64 università aderenti al consorzio.

Dal 2008, primo anno della crisi, ad oggi, il tasso di disoccupazione tra i neolaureati è più che raddioppiato. Infatti, sei anni fa a rimanere senza impiego a un anno dalla laurea era soltanto il 10% circa dei neodottori, mentre oggi la percentuale dei laureati triennali senza lavoro a un anno dalla tesi è salita al 26,5%, mentre è aumentata fino al 22,9% per le lauree specialistiche e al 24,4% per quelle magistrali a ciclo unico. Il tasso di disoccupazione, poi, si inasprisce in determinati settori: le maggiori difficoltà nella ricerca di un’occupazione sono quelle riscontrate dai laureati in giurisprudenza, architettura e veterinaria. Rispetto al 2008, la percentuale dei senza lavoro tra i laureati in queste discipline appare addirittura triplicata.

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Ma l’indagine condotta dal consorzio AlmaLaurea, realizzata attraverso un’analisi comparata delle generazioni che sono passate per le aule accademiche tra il 2008 e il 2013, non si ferma qua e si spinge anche ai rapporti di lavoro conclusi dai più fortunati, fortunati in senso lato, s’intende. Nel 2008 i giovani che riuscivano a firmare un contratto di lavoro a tempo indeterminato dopo una laurea triennale erano il 41,8% e il 33,9% di quelli che avevano completato anche il biennio successivo. Oggi le percentuali sono rispettivamente di 26,9% e 25,7%, a fronte di una retribuzione diminuita di circa il 20% rispetto a sei anni fa. Le retribuzioni in termini nominali sono, infatti, passate da 1.300 Euro mensili del 2008 ai 1.000 del 2013.

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Nonostante questi dati sconfortanti, che danno da pensare ai genitori di coloro che frequentano l’ultimo anno di scuola e preoccupano chi si avvicina al conseguimento della sudata laurea, ad essere più colpiti, in questi tempi di recessione, sono stati proprio i giovani sprovvisti di titoli accademici. Tra il 2007 e il 2013, infatti, il differenziale tra il tasso di disoccupazione dei neolaureati e dei neodiplomati è passato da 2,6 punti percentuali a 11,9. La laurea, pertanto, benché destinata a ‘rendere’ nel medio periodo, piuttosto che nel breve, continua ad essere un importante strumento nella ricerca di un lavoro, per lo meno più utile del solo diploma. Molte famiglie negli ultimi tempi non riescono ad affrontare le tasse universitarie che, anche per effetto di certi meccanismi di finanziamento introdotti dall’ex Ministro Gelmini con la L. 240/2010, diventano più alte di anno in anno. Soprattutto dinanzi ad una crisi che sembra non guardare in faccia a nessuno, molti giovani abbandonano gli studi dopo il diploma, pensando che laurearsi non serva a nulla, che sia un sacrificio economico inutile, finendo, così, per allargare le fila di quella parte di popolazione che non solo è bloccata dalla recessione, ma anche dallo scarso tasso di specializzazione delle proprie conoscenze, senza cui è impensabile un recupero dei livelli di sviluppo socioeconomici raggiunti prima della crisi.

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Per uscire da questa situazione, gli autori del rapporto AlmaLaurea suggeriscono di dare maggior peso alla conoscenza e alla competenza, piuttosto che perseverare nel premiare, come ancora accade, l’anzianità anagrafica e di servizio. I laureati entrati da poco nel mercato del lavoro avranno sicuramente avuto a che fare con figure apicali non curriculate. Ed indicano, peraltro, due linee di intervento assolutamente necessarie. Da una parte, chiedono misure di sostegno all’imprenditorialità dei laureati, dunque sviluppo di venture capital, cioè apporto di capitale di rischio da parte di investitori per finanziare l’avvio di attività in settori ad elevato potenziale di sviluppo, oltreché una più capillare presenza di business angels, ossia di quegli investitori informali, ex titolari di impresa, manager in pensione o in attività, liberi professionisti che abbiano il gusto della sfida imprenditoriale, il desiderio di poter acquisire parte di una società che operi in un business, spesso innovativo, rischioso ma ad alto rendimento atteso, e, infine, una maggiore diffusione dell’educazione imprenditoriale. Dall’altra parte, invitano a puntare al rientro dei cervelli in fuga attraverso l’offerta di migliori prospettive occupazionali, sia in termini retributivi che di qualità del lavoro, di accrescere le risorse destinate alla ricerca sia dallo Stato sia dai privati e di introdurre strumenti di valorizzazione del merito.

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Circa dieci giorni fa Matteo Renzi ha annunciato attraverso Twitter un programma per il rilancio del lavoro: il Jobs Act. Noi di BlogNomos ne abbiamo parlato, riportandovi i punti che il premier intende sviluppare e le prime indiscrezioni su quali saranno le novità in materia previdenziale ed occupazionale. E seguiremo l’iter dei lavori, tenendovi aggiornati costantemente. Quelli descritti finora sono stati solo i dettagli. Il Presidente del Consiglio ha twittato in più di un’occasione la necessità di fare qualcosa per intervenire in un’area così delicata. Da un lato i giovani neolaureati ed inoccupati che chiedono interventi urgenti per favorire la loro entrata nel mercato del lavoro, dall’altro quelli che di lavoro non ne sono riusciti a trovare e che tentano adesso la via dell’imprenditorialità, chiedendo riforme in materia di semplificazione e defiscalizzazione. Rispondere ad entrambe le richieste aumenterebbe il numero di posti di lavoro, senza, peraltro, ricorrere ancora una volta alla stipula generalizzata di contratti precari di lavoro. Ad essere precarie sono, infatti, solo le condizioni contrattuali che la Trojka ci ha costretti ad introdurre nei nostri rapporti di lavoro, ma la vita di un giovane che esce oggi dall’università non può diventare essa stessa precaria solo perché ce lo chiede l’Europa. Abbiamo diritto a un futuro ed è un diritto che vogliamo esercitare subito. L’augurio è, quindi, che questo rapporto di AlmaLaurea influenzi positivamente e in maniera ‘fattiva’ le scelte che il Governo prenderà nella stesura del Jobs Act.

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Almost Europe

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Nei 55 scatti in bianco e nero che compongono il suo libro, Luca Nizzoli Toetti racconta le realtà in divenire dei paesi lungo le frontiere orientali dell’Europa, dall’exclave russa di Kaliningrad fino al Bosforo.Con uno sguardo poetico e delicato, l’autore (Premio Chatwin 2010) costruisce un personale “itinerario emotivo” attraverso territori dai confini labili e sfumati, che in un futuro non troppo lontano potrebbero entrare a far parte dell’Unione. Le immagini, molto curate, rivelano una grande maturità tecnica e nell’editing sono volutamente accostate in modo non cronologico né sequenziale da un punto di vista geografico. Questo lento periplo sul filo delle frontiere nate dal crollo dell’URSS ci restituisce suggestioni visive e atmosfere fatte di sguardi, piccoli gesti, momenti di vita quotidiana colti con incredibile sensibilità e un velo di ironia.
“Con il mio mestiere soddisfo un desiderio di libertà errabonda, di fuga dai vincoli territoriali, ideologici, professionali che sviluppo lontano dai veloci e superficiali meccanismi dei media e metto in atto nel più semplice dei modi: camminando e fotografando”, leggiamo nella postfazione.
Al di là della vecchia cortina, esistono luoghi ancora lontani e inaccessibili, ovattati dagli echi di una propaganda antisovietica non del tutto dissolta e, per questo, difficilmente comprensibili. Le imponenti e sperdute stazioni russe, il litorale ucraino, le brulicanti città delle repubbliche baltiche, i bar di Istanbul, le piazze di Chişinău. “Libero fruitore dell’eventualità”, senza mappe né appuntamenti prestabiliti, l’autore si perde in questi mondi inesplorati come un viaggiatore di fine ottocento, immergendosi “nella massa frettolosa con lentezza, senza far nulla ma inseguendo ogni cosa”.
L’intervista di Babelmed
Cosa l’ha spinto verso quei territori?
Volevo cercare l’Europa dove ancora non c’è e trovare qualcosa che mi parlasse del nostro passato recente, di trenta, quarant’anni fa. Mi interessava parlare di luoghi poco noti che presto, forse, faranno parte dell’Unione europea, anche se alcuni dei paesi che ho attraversato dubito che ci riusciranno. La domanda di fondo che mi ha spinto a partire è stata: “cos’è l’Europa? cosa sono gli europei?”. Ho cercato delle risposte osservando la vita quotidiana delle persone che abitano ai confini orientali di questa entità politica e geografica ma ho trovato solo molte fotografie e tanta gente che si sta chiedendo la stessa cosa…
Qual è stato il suo approccio da un punto di vista fotografico?
Ho scelto di lavorare cogliendo i particolari di quello che succede e che vedo mentre cammino. L’urbanizzazione selvaggia e la quasi totale dipendenza dalle automobili ci costringono a seguire troppo spesso percorsi obbligati e per questo raramente attraversiamo un territorio vivendolo fino in fondo. Alzare la testa e camminare diventa quindi un atto sovversivo, politico. Abbandonare per un momento gli smartphone che occupano ogni pausa delle nostre frettolose giornate, deviare dai percorsi noti, perderci in luoghi sconosciuti lasciandoci stupire dalla realtà che ci circonda. È questo che mi spinge a fotografare. Non uso mai le mappe quando sono in viaggio: le consulto prima di partire e poi provo a riorientarmi sul territorio creandomi dei nuovi punti di riferimento.
Cosa lo ha colpito di più del viaggio?
Non essendo un esperto di geopolitica, non posso esprimermi sulla situazione di quei posti ma attraversandoli, parlando con la gente, vivendone le atmosfere ho sicuramente riscontrato una forte nostalgia per un passato che è stato spazzato via in pochissimo tempo e in modo forse troppo violento. Le persone dell’Est considerano ancora il periodo comunista come un momento di grande disponibilità e umanità, di apertura e condivisione, supporto reciproco. Il nostro punto di vista su quell’epoca storica non può essere obiettivo per via della pesante propaganda anti-russa che era molto diffusa in occidente, ma lì è ancora visibile il retaggio di una grandezza che non si è persa. E anche se l’ideale socialista non c’è più, restano comunque sue tracce indelebili nell’imponente architettura sovietica, onnipresente.

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Qual è l’atteggiamento dei giovani di questi paesi rispetto all’Europa?
Alla gente non manca l’Europa, né un’economia diversa. Le persone vorrebbero magari un po’ di ricchezza in più ma alla base del loro disagio c’è la libertà di movimento negata. Per muoversi hanno bisogno del visto e molti non riescono a ottenerlo per viaggiare liberamente e scoprire il mondo, che dovrebbe essere un diritto di tutti. L’elemento più forte è, dunque, un desiderio di mobilità condiviso, soprattutto tra i giovani.
Il tuo è in qualche modo anche un lavoro sul confine, sulla frontiera. Potrebbe dire qualcosa a riguardo?
Il tema dei muri mi affascina molto, ma ciò che mi interessa approfondire va al di là dei muri fisici che vediamo nel mondo. Venticinque anni fa, quando è caduto quello di Berlino, abbiamo assistito all’abbattimento di una barriera di mattoni che per molto tempo aveva separato due mondi che finalmente potevano riavvicinarsi. Oggi ci sono altre dinamiche, altri muri, più invisibili e sofisticati che il progresso tecnologico ci ha costruito attorno: sono i nostri corpi, sempre più isolati, sono gli smartphone che usiamo di continuo e che filtrano la realtà esterna, sono il bombardamento mediatico che ci riempie di notizie nell’illusione di informarci in modo adeguato.
“Almost Europe” è stato realizzato grazie a un sistema di prevendite on line. In che modo?
Si tratta di un sistema che andava molto di moda all’inizio del secolo scorso e che ora si sta diffondendo di nuovo per far fronte alla crisi dell’editoria. Prima di ogni nuova tappa del viaggio, ho lanciato una campagna di raccolta fondi per finanziare gli spostamenti in programma specificando di volta in volta gli itinerari e offrendo ai donatori alcuni scatti realizzati grazie al loro contributo, firmati e numerati. Così, prima che l’opera fosse stampata, ne erano già state vendute 120 copie.

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Quali saranno le sue prossime tappe?
Sto già lavorando a un secondo viaggio attraverso l’Europa: dalla Scandinavia alla Sicilia in treno, grazie allo stesso metodo di finanziamento dal basso. E in futuro mi piacerebbe immaginare un itinerario da Cascais fino alle Repubbliche baltiche.

Luca Nizzoli Toetti, Almost Europe,
Postcard, Roma, Ottobre 2013
122 pagine, b/n, 25 euro.
www.almosteurope.eu

Fonte: Babelmed

Il lavoro ruba la vita.

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Storia sociale. Per la casa editrice Angeli esce «Come servi», uno studio di Maria Luisa Pesante sulla figura del salariato visto come possibile nuovo schiavo, soprattutto alla luce della precarietà dell’esistenza e dei contratti. Di Michele Nani (Il Manifesto).

Le tra­sfor­ma­zioni del pre­sente, quando hanno carat­tere strut­tu­rale e non sem­pli­ce­mente con­giun­tu­rale, impon­gono di ricon­si­de­rare le let­ture del pas­sato. Non solo in quanto, secondo l’abusato ada­gio cro­ciano, «ogni sto­ria è sto­ria con­tem­po­ra­nea» e dun­que l’interpretazione del pas­sato è anche una posta in gioco delle lotte poli­ti­che del presente.

Piut­to­sto per­ché, con Kosel­leck e Har­tog, siamo ancora nel regime di sto­ri­cità instau­rato dalle rot­ture euro­pee del tardo Set­te­cento: per cui la nostra per­ce­zione della sto­ria con­tem­po­ra­nea è frutto di una con­trap­po­si­zione radi­cale fra pas­sato e pre­sente. Siamo dun­que por­tati a pen­sare il mondo attra­verso una serie di cop­pie con­cet­tuali, che un radi­ca­liz­zano le distin­zioni fra le società «tra­di­zio­nali» di Antico regime e le nuove società «moderne». Anche quando par­liamo di post-moderno o di fine della moder­nità siamo di fronte a un aggior­na­mento di quella logica.

Fa parte di que­ste rap­pre­sen­ta­zioni oppo­si­tive anche l’idea che la lunga tran­si­zione a for­ma­zioni sociali a domi­nante capi­ta­li­stica abbia deter­mi­nato una tra­sfor­ma­zione qua­li­ta­tiva e irre­ver­si­bile delle rela­zioni di lavoro. Dal pieno e asso­luto domi­nio dei signori sui corpi al lavoro dei loro servi e sui loro pro­dotti si sarebbe pas­sati a un mer­cato del lavoro «libero», ove la pre­sta­zione si scam­bia con un sala­rio sta­bi­lito da un con­tratto. Cer­ta­mente anche il con­tratto, come vide luci­da­mente lo stesso Max Weber, san­ci­sce i rap­porti di forza fra parti tutt’altro che «eguali», dato che gli uni sono pro­prie­tari che cer­cano di valo­riz­zare il pro­prio capi­tale e gli altri nul­la­te­nenti che cer­cano un sala­rio per non morire di fame. Tut­ta­via un con­tratto scritto è meglio del patto orale (o dell’assenza di patto) che carat­te­rizza la dipen­denza per­so­nale: per­ché postula l’equivalenza dello scam­bio, pre­sup­pone l’accordo fra i con­traenti e pone qual­che limite all’arbitrio e alla discre­zio­na­lità del comando.

Patti oscuri

Per chi non l’avesse già ripen­sato guar­dando alle peri­fe­rie del capi­tale o agli imperi colo­niali, le vicende degli ultimi decenni hanno dis­si­pato come illu­sione ottica la pre­tesa irre­ver­si­bi­lità non solo delle forme con­trat­tuali più avan­zate e delle garan­zie con­qui­state dai lavo­ra­tori, ma anche la stessa idea di un pas­sag­gio sto­rico epo­cale dalla coa­zione ser­vile al libero con­tratto. Il lavoro sala­riato con­ti­nua a dif­fon­dersi, ma l’idea «evo­lu­tiva» e il suo segno «pro­gres­sivo» sono state ridi­men­sio­nate. È dun­que ora più age­vole rico­struire sto­ri­ca­mente le can­gianti e plu­rali costel­la­zioni delle rela­zioni di lavoro: per farsi un’idea basti sca­ri­care le Outli­nes di sto­ria del lavoro che Jan Lucas­sen ha com­pen­diato in un sag­gio qual­che mese fa (http://​socia​lhi​story​.org/​e​n​/​p​u​b​l​i​c​a​t​i​o​n​s​/​o​u​t​l​i​n​e​s​-​h​i​s​t​o​r​y​-​l​a​b​our). Fra lavoro «libero» (salariato-contrattuale) e lavoro «non libero» (servile-schiavile) non si dà alter­na­tiva secca, né nei sin­goli con­te­sti, né sto­ri­ca­mente, bensì cicli di pre­va­lenza rela­tiva e, soprat­tutto, intrecci e gra­da­zioni inter­me­die. Allo stesso modo non è age­vole distin­guere le forme di coa­zione al lavoro e di potere sul lavoro o porle su una scala evo­lu­tiva: alle matrici economico-sociali si intrec­ciano costan­te­mente ele­menti extra-economici, in par­ti­co­lare giu­ri­dici e istituzionali.

A que­sto can­tiere di sto­ria sociale delle pra­ti­che lavo­ra­tive si è affian­cata, con la stessa dif­fi­denza verso tipo­lo­gie e schemi evo­lu­tivi e con la mede­sima atten­zione alle inso­spet­tate con­ti­nuità, una sto­ria delle rap­pre­sen­ta­zioni del lavoro, che ha trac­ciato una genea­lo­gia cri­tica dei para­digmi del lavoro ancora impe­ranti. Uno sti­mo­lante con­tri­buto in quest’ultima dire­zione viene dalla recente ricerca di Maria Luisa Pesante, una «sto­ria intel­let­tuale» delle «figure del lavoro sala­riato» nella cul­tura euro­pea, la cui tesi è lim­pi­da­mente sin­te­tiz­zata dal titolo (Come servi, Milano, Angeli 2013) e dall’immagine di coper­tina: un dise­gno cin­que­cen­te­sco che ripro­duce la scena dell’ingresso in miniera di alcuni ope­rai, sor­ve­gliati da arci­gni per­so­naggi muniti di robu­sti bastoni.

Antro­po­lo­gia al negativo

Il punto di par­tenza della ricerca è la dif­fusa con­vin­zione che la teo­riz­za­zione del mer­cato del lavoro, e dun­que del lavoro come merce il cui prezzo (il sala­rio) è deter­mi­nato dalle «leggi» della domanda e dell’offerta, risalga al sapere dell’«economia poli­tica», giunto a matu­rità nel Set­te­cento, come descri­zione e inter­pre­ta­zione del nuovo modo capi­ta­li­stico di pro­durre. Attra­verso un ser­rato con­fronto con i testi, una raf­fi­na­tis­sima filo­lo­gia che non si esau­ri­sce nell’esegesi interna, ma col­loca i testi nel con­te­sto intel­let­tuale e sociale più largo, Pesante mostra come die­tro la con­si­de­ra­zione del lavoro come merce vi sia invece un’altra sto­ria. Non è l’osservazione e for­ma­liz­za­zione teo­rica delle moderne rela­zioni capi­ta­li­sti­che di pro­du­zione ad ispi­rare l’analisi del lavoro in quanto merce, ma l’incorporazione nell’economia poli­tica di teo­riz­za­zioni pre­ce­denti sui lavoratori.

La matrice dell’idea del lavoro-come-merce risale ai teo­rici sei­cen­te­schi del diritto natu­rale (Gro­zio, Pufen­dorf ed altri), che nel ten­ta­tivo di inqua­drare in ter­mini con­trat­tuali tutte le rela­zioni sociali leg­ge­vano il sala­riato come variante tem­po­ra­nea della ser­vitù per­pe­tua. L’uno e l’altra rap­pre­sen­ta­vano ai loro occhi sot­to­mis­sioni volon­ta­rie al potere altrui, dovute all’indigenza. Seguendo le fonti del diritto romano, il sala­riato si doveva inqua­drare nel con­tratto di «loca­zione», si pen­sava cioè come un affitto di lavoro. Però l’erogazione di lavoro è dif­fi­cil­mente scin­di­bile dalla persona-al-lavoro e dun­que il sala­riato restava in una posi­zione ambi­gua, fra equi­va­lenza dello scam­bio (che apre, per altro, a nuove ambi­guità: a cosa dev’essere equi­va­lente il sala­rio, al tempo di lavoro, alla quan­tità di pro­dotto o ad altro?) e rica­duta nella con­di­zione ser­vile (domi­nio sulla per­sona, senza limiti di com­pito, pro­dotto o tempo). A que­sta rap­pre­sen­ta­zione giu­ri­dica si affian­cava un’antropologia nega­tiva del lavo­ra­tore sala­riato, che rical­cava quella del servo e dello schiavo: inca­pace poli­ti­ca­mente e civil­mente, la sua sog­get­ti­vità si ridu­ceva a una costante pul­sione verso l’ozio e la frode.

Que­sta let­tura del sala­riato aveva due corol­lari: primo, l’idea che i salari non pos­sano cre­scere oltre un certo, ristretto limite det­tato dalla sus­si­stenza del lavo­ra­tore — e se cre­scono troppo è neces­sa­rio l’intervento dello Stato ad abbas­sarli per legge, ripri­sti­nando l’ordine natu­rale; secondo, l’impensabilità di un con­flitto «ver­ti­cale» fra per­sone e gruppi dallo sta­tuto diverso, se non nei ter­mini pato­lo­gici della vio­la­zione o rot­tura del con­tratto, che rap­pre­senta un reato e come tale va represso.

Buona parte di que­sto baga­glio è alle ori­gini dalla nuova «eco­no­mia poli­tica», che si vuole scien­ti­fica e ogget­tiva: è invece attra­verso le lenti della giu­ri­spru­denza natu­rale e dun­que del lavo­ra­tore come schiavo o servo che si teo­rizza il lavoro come merce fra le altre e quindi il mer­cato del lavoro. L’approccio di Pesante non è sem­pli­ci­stico: non si tratta di errori o di distor­sioni ideo­lo­gi­che, quanto di vere e pro­prie apo­rie, di dif­fi­coltà reali. Gli inter­preti pas­sati in ras­se­gna, dai giu­sna­tu­ra­li­sti ai filo­sofi poli­tici, dagli eco­no­mi­sti «pra­tici» ai teo­rici illu­mi­ni­sti di un nuovo sapere, fino al caso emble­ma­tico di David Hume, fati­cano a leg­gere una realtà nuova e mute­vole, per­ché si ser­vono di vec­chi stru­menti e anche quando ne costrui­scono di nuovi devono appog­giarsi, anche solo par­zial­mente, su pre­sup­po­sti pre­ce­denti. Nono­stante i suc­ces­sivi ten­ta­tivi di chiu­derle dell’economia poli­tica clas­sica (Smith, Ricardo) e poi del neo­clas­si­ci­smo (da Jevons ai suoi eredi dell’ultimo qua­ran­ten­nio «neo­li­be­ri­sta»), quelle apo­rie sono soprav­vis­sute e sono tut­tora vive. L’Autrice rico­no­sce che que­ste apo­rie non impe­di­rono all’epoca approcci alter­na­tivi e meno rigidi al sala­riato, come ad esem­pio quelli degli eco­no­mi­sti fran­cesi (ad es. Tur­got), desti­nati tut­ta­via a rima­nere mino­ri­tari nel farsi della nuova disci­plina eco­no­mica. Nem­meno in seguito sono man­cate prese di posi­zione e teo­riz­za­zioni alter­na­tive, ma anch’esse sono rima­ste subal­terne: come la Dichia­ra­zione di Fila­del­fia dell’Organizzazione inter­na­zio­nale del lavoro, che si apriva nel 1944 negando che il lavoro fosse una merce; come, negli stessi anni, la Grande tra­sfor­ma­zione di Karl Pola­nyi, nella quale si soste­neva che la mer­ci­fi­ca­zione di lavoro, moneta e terra era alle ori­gini degli squi­li­bri delle società capi­ta­li­sti­che; o, ancora, come l’economia delle con­ven­zioni e la socio­lo­gia eco­no­mica, che hanno cri­ti­cato il ridu­zio­ni­smo mer­can­tile e i suoi formalismi.

Invece Pesante non dà troppo cre­dito alla decli­na­zione mar­xiana della cri­tica all’economia poli­tica. È vero che Marx teo­rizzò il pas­sag­gio al lavoro «libero» nel capi­ta­li­smo maturo, ma que­sto non signi­fi­cava una libe­ra­zione dei lavo­ra­tori, bensì un espro­prio: l’«accumulazione ori­gi­na­ria» è la sto­ria del pas­sag­gio della pro­prietà dei mezzi di pro­du­zione dai con­ta­dini e dagli arti­giani ai mercanti-imprenditori e della con­se­guente tra­sfor­ma­zione dei pro­dut­tori indi­pen­denti in «pro­le­tari» che vivono di lavoro sala­riato. Inol­tre se la forza-lavoro (non il «lavoro», né il lavo­ra­tore) viene acqui­stata come una merce, per Marx non era una merce come le altre.

In primo luogo, la capa­cità lavo­ra­tiva viene com­prata con un sala­rio, che esprime il costo della sua ripro­du­zione: ma non si tratta di un’equivalenza astratta, quanto di una rap­porto di forza sto­ri­ca­mente varia­bile, per cui quel costo può essere abbas­sato dalla pres­sione dell’offerta sovrab­bon­dante delle brac­cia dell’«esercito indu­striale» dei disoc­cu­pati, ma può essere anche alzato dal con­flitto orga­niz­zato, dal «movi­mento ope­raio». In seguito, una volta nego­ziato il prezzo, si passa dal mer­cato del lavoro ai luo­ghi della pro­du­zione, ove la forza-lavoro socia­liz­zata e coo­pe­rante rivela di essere una merce unica, per la sua pecu­liare capa­cità di aggiun­gere valore e dun­que di pro­durre non solo merci, ma soprat­tutto profitto.

Il domi­nio simbolico

Oggi il dibat­tito su classe e lavoro è e non man­cano visioni cri­ti­che su Marx anche in coloro che al suo arse­nale teo­rico si ispi­rano (occor­rerà tor­nare, ad esem­pio, su Beyond Marx, appena uscito per le cure di Mar­cel Van der Lin­den e Karl-Heinz Roth), ma la posi­zione dell’autore del Capi­tale resta impre­scin­di­bile e fer­tile. Altri, ad esempio, hanno esteso la valenza dell’«accumulazione pri­mi­tiva» per espro­pria­zione al di là del momento «ori­gi­na­rio», come pro­cesso che si ripro­pone con­ti­nua­mente (accanto ad Har­vey sono da ricor­dare Mez­za­dra, Sac­chetto e Tomba).

Ispi­rata dall’esperienza con­creta delle rela­zioni capi­ta­li­sti­che, ma tal­volta anche da Marx, la rea­zione sog­get­tiva dei por­ta­tori della merce-lavoro ha inciso sulla società con­tem­po­ra­nea ben più di quanto non abbiano potuto fare le pur ricor­renti e radi­cali rivolte di schiavi e di servi dei secoli pre­ce­denti. Sin­da­cati e scio­peri, par­titi politici e rivo­lu­zioni hanno segnato l’Otto e il Nove­cento e dimo­strato pratica­mente che il lavoro non è solo una merce. Eppure oggi tanti con­ti­nuano a pen­sarlo in quel modo e il domi­nio mate­riale del capi­tale è così rad­dop­piato in un domi­nio sim­bo­lico, che ci porta a inte­rio­riz­zare la riduzione a merce, con­cor­renza e impresa di qual­siasi aspetto della vita sociale, dal sapere alle risorse, dalla for­ma­zione alla salute. Con il risul­tato, evi­den­ziato con discre­zione ma non senza ama­rezza anche dall’autrice di que­sto pre­zioso volume, che l’odierna pre­ca­riz­za­zione ripro­pone lavori salariati con­trat­tati al di sotto del livello di sussistenza.

Questi nuovi servi, come i loro pre­de­ces­sori pie­na­mente dispo­ni­bili e senza diritti né tutele, nuovi eco­no­mi­sti e nuovi filo­sofi spie­gano quo­ti­dia­na­mente che quelle tri­sti con­di­zioni si devono alla pigri­zia: solo lavo­rando più a lungo e più inten­sa­mente (o, variante post-moderna, facen­dosi «impren­di­tori di se stessi») i lavo­ra­tori pos­sono godere di qual­che miglio­ramento. Non certo ricor­rendo col­let­tiva­mente al con­flitto, che que­sti buoni eredi degli autori sei-settecenteschi stu­diati in Come servi esor­ciz­zano come inu­tile o dan­noso pro­prio per­ché, in fondo, fa sal­tare la mer­ci­fi­ca­zione del lavoro e con essa le teo­rie che ne cele­brano la naturalità.

Fonte: Il Manifesto

LA CULTURA È L’UNICA DROGA CHE CREA INDIPENDENZA

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Lavorare con un DITO!

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Le sue dita sono famose dappertutto. Di lui parlano le riviste di mezzo mondo. Dito Von Tease è un artista marchigiano che si è inventato un modo originale per far parlare di sé: disegnare personaggi famosi sulle dita e promuovere le sue opere sul Web.
Dito ha 35 anni, è un art director, illustratore e graphic designer. Geloso della sua privacy, non svela la sua vera identità. Alla redazione di Millionaire che lo ha intervistato racconta che il progetto Ditology è partito nel 2009, quando, creando il suo account Facebook, ha voluto che divenisse uno spazio virtuale libero dalle intrusioni di parenti, colleghi e “amici”. Si è perciò nascosto dietro a un dito. Ma questo dito si è presto rivelato un vero e proprio successo. Il giovane si è inventato un lavoro dal nulla. Anzi, da un dito! Sebbene dichiari che di vero e proprio business non possa ancora parlarsi, Dito Von Tease ha già venduto gadget, realizzato un app di successo chiamata ‘Ditology – Finger Portrait Creator’ e la Galerie Sakura di Parigi vende le sue stampe in tiratura limitata. Confessa di avere un progetto: Dito vorrebbe collaborare con un brand internazionale per creare una linea d’abbigliamento con le proprie creazioni.
In bocca al lupo a questo singolare ed eccentrico artista dal nostro blog ed anche a tutti gli artisti italiani con l’augurio di avere lo stesso meritato successo di Dito.

Michele De Sanctis per BlogNomos